La Romagna è nel mezzo di una alluvione. Alle tre di notte mi sveglia una voce metallica, intimando l’evacuazione. Non si tratta ancora del nostro paese, ma soltanto di Conventello, il paese accanto al nostro. Questo però significa che l’acqua si sta avvicinando. “Passate parola” raccomanda la voce metallica.
Lo zaino di emergenza è pronto da tempo, tutte le raccomandazioni sono state rispettate: caricatori, medicine, un cambio di abiti e acqua da bere. Meglio restare in casa fino all’ultimo momento, per proteggere gli animali. È difficile, se non impossibile, trovare un rifugio anche per loro.
Alle quattro di notte percorro avanti e indietro il prato, il giardino, la strada asfaltata, chiamando a gran voce il gatto, sparito in una delle sue cacce notturne. La nostra casa è sotto l’argine del fiume Lamone che a monte ha già inondato tre paesi. È facile immaginare che una valanga d’acqua torbida arrivi fino alla nostra casa e rivolti tutto quello che esiste, trascinando con sé rami spezzati, bidoni della spazzatura, scope e spazzoloni. È facile immaginare che anche il gatto finisca nel fiume in rivolta, nuotando a fatica contro la corrente, con il pelo appiccicato alla pelle. Eppure in qualche modo ho fiducia nelle sue capacità innate, mi convinco che avrebbe più possibilità di salvezza di noi umani, forse riuscirebbe ad aggrapparsi a un albero con le unghie e a salire su un ramo. Cerco di tranquillizzarmi e rientro in casa..
Alle cinque mi addormento senza ricaricare il telefono, un sonno profondo e nero. Solo l’onda impetuosa del fiume potrebbe svegliarmi. Sogno l’acqua che penetra sotto la porta e lentamente ricopre di fango il corpo addormentato.
Con la luce del sole scompare l’angoscia e tutti sono pronti ad aiutare, ma solo pochi sanno cosa è meglio fare. Si aprono gli argini dei canali ricolmi fino al limite e l’acqua invade i campi, allaga il grano già alto per la mietitura, affonda nelle radici delle viti, trascina via le piantine tenere dei pomodori. Nessuno sa cosa si salverà.
Quando l’acqua del canale si abbassa, all’improvviso arriva il contrordine. Sull’argine del canale un contadino si sbraccia e racconta a gran voce che nei paesi vicini l’acqua gettata nei campi è risalita dalle fogne e ha allagato il paese. “Non è arrivata in aeroplano” urla, “veniva su dai campi allagati!”. Si radunano in fretta trattori e pompe che rigettano nel canale, ormai vuoto, l’acqua che si è appena dispersa nei campi. Le pompe e i trattori lavorano giorno e notte e l’acqua rifluisce, sciogliendosi lentamente fino al mare, come deve. Il grano si riprende e splende verde al sole che si affaccia di tanto in tanto, i pomodori sono persi, ma ugualmente possiamo tirare un sospiro di sollievo. Il paese è salvo e ce la caviamo con la perdita dei pomodori appena nati, mentre l’acqua tolta e rigettata nei canali si è intanto calmata e scende tranquilla verso il mare.
Altrove le cose non vanno altrettanto bene. A Lavezzola una folla furibonda si lancia contro i carabinieri, vogliono picchiarli perché impediscono alla popolazione l’accesso all’argine del fiume. Trattano velocemente, il tempo è poco, ma alla fine popolo, carabinieri, protezione civile, giornalisti e video operatori salgono sull’argine, si passano sacchi di sabbia, gettano teloni di plastica sul crollo annunciato di un intero paese, eppure ce la fanno. Una fabbrica va sotto l’acqua, ma il resto del paese resta all’asciutto.
Conselice vive il dramma peggiore: il paese è stato invaso dall’acqua e l’unica idrovora è senza corrente elettrica. L’acqua penetra nelle case, si allarga nelle strade e poi si ferma, immobile. Il paese diventa uno stagno dove imputridiscono piante e animali morti. Di nuovo l’ordine arriva perentorio: la popolazione deve evacuare e tutti devono vaccinarsi. L’acqua non si muove, ristagna, sempre più nera e manda un odore acre di putrefazione.
Nuovamente si chiamano in aiuto trattori e pompe, interviene anche l’esercito e l’acqua infetta, l’acqua mortifera e maledetta, piena di batteri che mangiano ossigeno, viene pompata nel canale e scivola via, senza cambiare sostanza. Da un canale all’altro scende fino al mare e cattura i pesci nella sua processione di morte. Il mare immenso e immortale, che sa accogliere tutto in sé, che mescola, dimentica e guarisce, il mare inquieto che tutto purifica si rivela all’improvviso impotente e si riempie di una materia oleosa e nera. A Mandriole, davanti alla casa dove morì Anita Garibaldi, a un passo dalla foce, tutti i pesci stanno morendo. Pesci di mare e di acqua dolce, carpe e sgombri, grandi siluri e pesci gatto galleggiano bianchi sul fiume di pece. Si gettano reti per raccoglierli e caricarli a tonnellate su un camion, prima che arrivino al mare. Il sindaco dichiara che bisogna avere pazienza, cioè accettarne la morte come una conseguenza ineluttabile, aspettare che l’acqua torni ad essere quella di sempre, verde e sporca. Scenderà acqua pulita dai cieli che laverà quella infetta.
Nonostante gli interventi dell’Ente Bonifica, per raccogliere e portare via i pesci morti, alcuni oltrepassano le reti, sfuggono ai controlli, galleggiano scivolando placidi fino al mare e si depositano sulla battigia. Gli stabilimenti sono già aperti e alla sera spargono una musica soffusa nel cielo del tramonto, la stagione è già iniziata e i turisti ballano. Prendono il sole in spiaggia sotto gli ombrelloni e si fermano perplessi a guardare i pesci morti che si depositano sulla spiaggia. Non sanno niente di quanto accade? Eppure dovunque i giornali e la televisione ne parlano. Un gruppetto di adolescenti, due ragazzi e una ragazza, percorrono il molo avanti e indietro, inseguendo i pesci morti che scendono dall’alluvione. Questo è Giorgio. E quello è Filippo. E questo? Vittorio. Vorrei essere come loro e poter ancora giocare. Non sembra cinico, il loro gioco: in fondo danno un nome ai morti che non l’hanno mai avuto, prima che scompaiano per sempre.
Anche Ravenna è in pericolo, come è accaduto ad altre città. Il pericolo non viene dai fiumi che esondano, rompendo gli argini. Più semplicemente l’acqua che ha riempito paesi e terre deve seguire il suo corso. Quest’acqua deve andare al mare, dicono i saggi. È la sua essenza. Non si può fermare a piacere. Vedo già il mosaico di marmo sul pavimento di San Vitale, il labirinto dalle tessere bianche e nere che tante volte abbiamo percorso in equilibrio, i battisteri e la cripta delle meraviglie, perennemente allagata di San Francesco, dove nuotano pesci rossi sopra mosaici fluttuanti nell’acqua. Vedo tutti i monumenti di Ravenna affondare sommersi dal fango nero. Si innalza un argine estemporaneo in mezzo alla Faentina che porta a San Vitale, mentre Media World, Obi e Cisalfa si allagano. Bene così, è meglio allagare i centri commerciali invece dei mosaici antichi. Si aprono gli argini verso la pineta e infine anche Ravenna, con le sue cripte e chiese, con i suoi mosaici e marmi, è salva.
Sugli Appennini, intanto, l’acqua ha portato con sé anche gli alberi e interi castagneti sono franati. I paesi sono rimasti isolati e solo gli elicotteri possono raggiungerli, portando fieno per le mucche, acqua e viveri per le persone. Anche una pieve medievale, che raggiungo spesso per una passeggiata, con una madonna di ceramica e un roseto antico abbarbicato alla facciata, è rimasta isolata da una frana. Quest’anno non vedrò fiorire le sue rose.
Mentre la Romagna è sott’acqua, il resto del paese continua a vivere come se niente stesse accadendo. È normale, è così da sempre. A Torino si tiene la Fiera del Libro, come ogni anno, e l’editore, con cui ho pubblicato da poco una raccolta di racconti, mi ha procurato un appuntamento, qualcosa a metà fra una presentazione e la partecipazione a un concorso. Sono indecisa, non so se andare o no, ma penso che il piccolo bilocale a Pavia, dove dormirei per raggiungere Torino, è al sicuro. Non c’è nessuna alluvione in Lombardia e la sola possibilità di passare una notte tranquilla mi convince definitivamente: finalmente potrò dormire, senza essere svegliata da telefonate che annunciano evacuazioni, senza sognare gatti dispersi, canali neri e pesci morti.
Non so ancora se potrò arrivarci e come, perché molte zone sono ancora allagate e le strade sono sbarrate. Mi metto per strada comunque, costretta a deviare più volte, ma raggiunta Bologna posso proseguire come sempre. Arrivo a Pavia di notte e il sonno che segue non è affatto tranquillo come avevo immaginato: è invece breve e inquieto. Sogno di navigare in mezzo a strade che sembrano fiumi e l’auto viene trascinata come una barca impazzita in mezzo a una tempesta.
Il giorno dopo arrivo in ritardo alla Fiera di Torino, dopo aver sbagliato strada più e più volte.
“Arrivo dalla Romagna!” dico alle organizzatrici che mi stanno aspettando, per scusarmi del ritardo. “Avete sentito, no? L’alluvione…”
Le organizzatrici dell’incontro, non so se impiegate della fiera o del comune promotore del concorso, due ragazze ben vestite con un cartellino appuntato sulla giacca, nome e cognome ben riconoscibile, non reagiscono. Non sorridono e non pronunciano parola, neppure quelle di convenienza che si usano in questi casi: “Mi dispiace” oppure “Abbiano visto alla televisione!” O un semplice “Davvero?”
Nessuno pensa di offrirmi un caffè e neppure un bicchier d’acqua.
Mi viene in mente un brano di Primo Levi. A Birkenau venne chiamato per lavorare in un laboratorio di chimica, cosa che gli avrebbe poi salvato la vita. Un esaminatore, nonostante la situazione singolare, lo sottopose a un vero esame di chimica. Quando Levi cercò di incrociare il suo sguardo, non trovò risposta. Incontrò solo qualcosa di opaco, non c’era traccia di umanità, di compassione o immedesimazione.
Le organizzatrici sembrano avere in mente solo questo: devono portare a termine il loro lavoro e questo prevede alcuni step programmati, sempre uguali per ogni autore: foto, breve intervista, dedica, collocazione del libro in bella vista negli scaffali dello stand. Li capisco e in fondo non mi trovo a Birkenau: ho solo visto per la prima volta un’alluvione.
“Si metta seduta e faccia finta di parlare con lo scrittore vicino a lei” dice una delle ragazze.
“Fare finta?” chiedo sorpresa.
“Sì,” mi rispondono “così intanto facciamo qualche foto nature.”
Faccio finta di parlare con un signore brizzolato che vedo per la prima volta. In realtà esco dalla finzione e gli chiedo cosa ha scritto.
“Un giallo ambientato nel Settecento” risponde.
Tutti scrivono gialli, penso.
“Come Il Nome della Rosa?” chiedo.
Mi accorgo che il paragone lo offende e non mi risponde più. Guarda le pagine aperte del suo libro e sorride, a suo agio dentro la finzione. Non ha alcun interesse per me, non vuole sapere da dove vengo e cosa ho scritto. Finge di parlare con me.
Passiamo poi alla seconda fase: dobbiamo registrare un breve video di un minuto. Non più di un minuto, dicono le ragazze, perché sui social l’attenzione è estremamente labile.
Raccontare in un minuto di cosa parla il mio libro? Tutto è possibile, posso farcela e in un certo senso sono già allenata: come tutti gli scrittori non affermati, conosco l’abitudine delle case editrici di chiedere sinossi per rifiutare all’istante ciò che non interessa.
Sto per iniziare l’ennesima sinossi, quando le organizzatrici mi raccomandano di non usare la parola ‘racconti’. Infatti il mio libro, senza dubbio una raccolta di racconti, è stato ammesso al concorso per errore: il bando prevedeva in realtà la sola partecipazione dei romanzi. La precisazione non mi sorprende: so già che i racconti sono le cenerentole dell’editoria italiana, di solito esclusi da concorsi e celebrazioni.
“Userò allora il termine ‘prose’. Va bene?”
Le organizzatrici annuiscono soddisfatte, mentre io inizio a pensare che devo liberarmi il più velocemente possibile dell’intera faccenda.
Inizia la registrazione e io declamo la mia sinossi in un minuto, stordita, quasi stessi recitando una commedia teatrale, senza aver imparato la parte. Solo una frase patetica, sfuggita all’autocontrollo che avrei dovuto mantenere per un discorso tanto breve, mi riporta alla realtà: “La prima prosa è ambientata in Romagna, la terra che ora ho nel cuore” dico e quasi scoppio a piangere di fronte alla videocamera.
Le organizzatrici scattano le ultime foto mentre faccio una dedica al mecenate che sostiene l’iniziativa. È necessario, tutti i partecipanti devono farla.
Il lavoro è finito e le due organizzatrici, vere professioniste della fiera perfettamente concentrate sul proprio lavoro, possono finalmente permettersi qualche distrazione: sorridono, consolano, partecipano e incoraggiano. Vengo allora a sapere che in realtà mi avevano ascoltato, quando ho parlato dell’alluvione.
“Potrebbe raccontare questa giornata: dall’alluvione a questa fiera della bellezza.”
Le guardo sorpresa. Non stanno scherzando. Pensano davvero di trovarsi al centro della bellezza artistica.
Mi allontano dal loro stand pensando alle bellezze di Ravenna sfuggite per miracolo o per destrezza alla furia del fango. Sempre la Romagna, sempre un villaggio, sempre una campagna mi ride al cuore. Me ne vado portando con me, insieme alla nostalgia per la Romagna che ho abbandonato, una nuova amarezza per aver rinnegato la forma di scrittura che mi è più cara e congeniale, quell’illuminazione fulminante e concentrata che chiamano “racconto”. Invece di ribellarmi sono stata complice del suo annientamento.
La gente va e viene, esce dalla fiera con pacchi di libri. Giovani scrittori, come fossero librai, vendono i libri per una casa editrice, hanno letto quasi tutto quello che è esposto o almeno sanno parlarne e così intorno si affollano i compratori.
Mi avvicino per parlare con un editore che compare frequentemente sulla mia pagina Facebook. Posta stanze piene di libri, con finestre allettanti aperte su paesaggi da favola. Probabilmente cerca autori da pubblicare a pagamento. Mi ascolta con sussiego e mi raccomanda, in caso io voglia pubblicare con lui, di spedirgli un manoscritto “possibilmente corretto”. Ma una questione, sopra ogni altra, è fondamentale e si premura di chiederlo a tutti quelli che vorrebbero pubblicare con lui. Mi aspetto qualcosa di intelligente e decisivo.
“Lei è sui social? Vede questo libro? Ha venduto 4.000 copie perché l’autrice è molto presente sui social: i suoi post sono sempre interessanti.”
Vorrei chiedere se anche il libro è interessante, ma rinuncio e rientro nella finzione, questa volta con piacere.
“No, mi dispiace, non sono sui social” dico mentendo e saluto gentilmente.
Perché non bisogna dimenticare che gli scrittori sono pericolosi. Quando la realtà li ferisce, la raccolgono a piene mani, la lavorano come fosse pasta per il pane, e la restituiscono trasformata. È la loro sottile vendetta e in questo modo sopravvivono alla realtà.
“Potrebbe raccontare del suo viaggio: dall’alluvione a questa bellezza!”
È quello che ho fatto.
Scopri di più da Articoli Liberi
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
