Posso dirlo?

di Manu Bazzano

Che ci siamo voluti bene posso dirlo? In un’era sommersa. E vieni ancora a trovarmi in sogno. Camminiamo in una zona pedonale di Charleville dove siamo cresciuti. Mi parli in latino, esponendoti al ludibrio slabbrato dei nativi che fiutano la tua natura d’esule e temono la nobiltà e il rigore del tuo pensiero. Mi sbalordisce la tua memoria, da sempre musa dei poeti, contravveleno al Lete sulle cui sponde la folla contratta dei morti recenti – madri, marinai, ragazze e giovinetti sfiorati appena dall’amore – ondeggia come foglie al vento d’autunno e implora l’estinzione e la dimenticanza.
Giù verso il viale stazione quella volta a notte fonda, tu ed io, senz’anima viva intorno, galvanizzati dal silenzio e dal riverbero lisergico d’ogni alba a venire. Ti fermi all’improvviso, mi guardi intenerito. “Ti ho visto invecchiare in pochi secondi”, mi dici. Restiamo lì in silenzio per un po’ davanti a un chiosco fantasma.
Posso dirlo che sulle scalinate della cattedrale una sera d’estate ci siamo detti che prima o poi dovevamo fare l’amore come Rimbaud e Verlaine? perchè tu Salvatore, tu eri Rimbaud! E questa raccolta, espertamente e amorevolmente redatta da Stefania Longo, lo dimostra.
Mi angustia non sapere chi sei diventato negli anni, e non so se l’influenza equivoca di Cioran che s’avverte nella sezione Golfo d’ombre ti ha portato ad acclimatarti con la disfatta.
Ma ancor di più la tua scrittura mi fa pensare a Simone Weil e al suo concetto (e pratica) di de-creazione.Le poesie in Chiedetelo al vento che passa (Swami Prem Salvatore Mannella, Fara Editore) sono versi di de-creazione; emergono dall’apocalisse del presente, l’apocalisse dove da tempo noi tutti dimoriamo; incitano al dileguamento, a una necessaria e volontaria indigenza soggettiva; sono versi che invitano a disimparare. Dimmi, Salvatore, come hai insegnato ai tuoi allievi l’arte suprema del disimparare? Chiedilo al vento, mi rispondi e ti trovi in compagnia eccelsa,Lawrence: Non io ma il vento. Brecht: Delle nostre città rimarrà solo il vento che le attraversa. John Fante: Chiedi alla polvere.
Viver la vita quieta delle radici, scrivi,/ecco quello che hanno sempre sognato i poeti./ Scivolare negli intermundia,/occulti agli uomini e agli Dei.
De-creazione dunque: per Simone Weil, l’obiettivo è diventare niente, svuotarci della falsa divinità con cui siamo venuti al mondo; l’intento è la dissoluzione della creatura dentro di noi.
Sto prendendo una cantonata Pushkara? Correggimi ti prego. Con una smorfia, un’alzata di spalle, un altro tiro di sigaretta, il fumo succhiato fra i denti. Svanire/in una fiamma sterile/fuoco che non brucia, scrivi. Come hai riconciliato, dimmi, il rigore ascetico di tali versi con l’esuberanza dionisiaca del Georges Bataille dei nostri ventanni? Ci sei riuscito, dimmi, a vivere nel golfo d’ombre, nella cittadina che odiavamo così tanto per la grettezza, il bigottismo, la mentalità ristretta che ci soffocavano? Come hai sopravvisuto da poeta? Ti ha alleggerito il cuore l’amore di Stefania? Hai scoperto anche tu come me la gioia di insegnare e contaminare giovani menti e cuori con la sete d’infinito? Hai titubato, hai avuto momenti di sconforto? Hai passato notti insonni? Hai cercato rifugio come Hölderlin nella moralità di un imperativo categorico come antidodo alla fecondità del caos?
Smettiamola con questi sogni/ (scrivi con disdegno) partoriti nelle nostre stanze sterili, coltivati/con la segreta speranza di ammucchiare/soldi su soldi.//Diciamo basta a questa incessante febbre,/è tempo di destarci/per raccogliere l’armonia/del suono o per tendere le vele verso luoghi/visitati dal sole,/aldilà di quelle sale di pietra/dove uomini d’affari come mummie/salmodiano la triste litania del denaro.
Una notte d’estate, di ritorno in autostop da una delle nostre avventure, ebbri d’amore e poesia. La tua dedica nella copia de L’esperienza interiore di Georges Bataille che mi hai dato in dono:  le stelle vibrano/ luce lontana.
Forse l’esuberanza dionisiaca di Bataille e l’estasi morigerata di Weil approdano a un luogo simile, a quel luogo dove tu sembri essere approdato: mettersi da parte, lasciare a Dio o all’esistenza stessa di farsi avanti. Nella tradizione Zen diciamo: Quando il sé fa esperienza della miriade di fenomeni, ció si chiama illusione. Quando invece la miriade di fenomeni emerge e fa esperienza di se stessa ció si chiama risveglio.
Una miriade di fenomeni emerge nei tuoi versi luminosi e inquietanti. Una rosa, un fiore,scrivi/la tua segreta essenza, un alito di vento. Oppure: Rinascono le foglie/leggere come un alito di vento/e dietro ai vetri, imbianca e sussulta l’alba/in un sonoro incanto./Un aquilone danza nel cielo.
Posso dirlo che ti ho sognato così spesso in tutti questi anni di lontananza? O incomoda forse e confonde questo mio tentativo di recensione, d’omaggio serótino, di tremolo tributo? Offende forse il tuo innato pudore e la tua altera timidezza, questo mia testimonianza d’affetto da uno scritto esangue?
Un rivo breve siamo che passa,scrivi/un fruscio sommesso nel vento,/una foglia caduca/dell’amaro autunno
Alla fioca luce di una lampada/rivedo me stesso/un altro sogno o forse un’ombra/raccolta in quiete
La tua poesia inizia dove finisce il Teorema di Pasolini. Il deserto e la fecondità del deserto, dove  Dio dà le dimissioni, si riscopre scrittore, poetando da un abisso di luce, smuovendo un ritmo senza fine, occludendo ogni breccia interpretativa.
Senza la poesia non esiste niente (scrivi)
gli immortali appassiscono in fretta –
gli Dei nella noia non sentono, hanno bisogno di chi senta per loro.
Sei in compagnia eccelsa, Salvatore, Pushkara: Hölderlin, Rilke, Nietzsche. A tratti Osho, che tuttavia (posso dirlo?) poeta certo non era ma soltanto un buddha, e un mistico di successo. Dico bene Pushkara? Pushkara, in sanscrito (lingua arrendevole alla condensazione della poesia e del sogno) = colui che apporta (Kara) nutrimento (Pushti). Nutrimento? Ambrosia divina, bicchiere di mascalese, cubetto di ghiaccio a zio Lou morente in un letto d’ospedale. Pushkara è l’energia che nutre. Colui che dà energia ai fiumi e fornisce purificazione spirituale.
Da Nietzsche, il “solitario di Röcken” di una delle tue poesie, assorbi e fai tua la “tracotanza [che] si impossessa di noi simile alla forza che si impadronisce dei marinai quando la nave è prossima al tracollo”. Accorto e astuto riesci a sfuggire dalla fitta rete di semplificazioni che banalizzano il suo pensiero. La frusta del tempo, scrivi, percuote il vizio e la virtù oramai troppo simili nel computo della misura Umana.
“Ti ho aspettato ma cosa aspettavo in te?” ti dissi un giorno d’autunno di molti anni fa. Eri appena tornato da Multiversity in Olanda. Seduti entrambi vicino alla finestra della tua stanza mi aveva colpito la tua presenza quieta e luminosa. “Cosa aspettavo? Un bagliore in te, una fiamma. Una forza naturale che sa dire di sì all’esistenza” Ti sei commosso e mi hai abbracciato.


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