di Sabrina Costa
Sulle tempie sono comparsi dei solchi. Dritti, che puntano alle orecchie e tengono memoria di tutte le risate. Gli occhi paiono assottigliati, il blu delle pupille è ridotto a una striscia. I capelli sono ancora neri, qualche peletto argentato sui lati manco si nota. Libero Gregorio ha quarant’anni. Professione insegnante, stato civile celibe. È un uomo comune, un impiegato che si alza presto al mattino per fare una corsetta, nel weekend l’incontro con qualche ragazza conosciuta su una app, il sesso consumato in una stanza d’albergo, la domenica al cinema.
Sono ore che mi rigiro il documento tra le mani. Provo a immaginare come sarebbe.
Angela mi ha fatto entrare in questa camera d’albergo e mi ha detto di riflettere. Qual è la vita che vuoi, mi ha chiesto prima di chiudere la porta. Lei pensa che si può sempre scegliere da che parte stare. E tiene una distinzione in mente tra buoni e cattivi che è netta, come Spaccanapoli che la città la divide a metà. Non ci vuole niente a cambiare, mi ha detto guardandomi negli occhi: basta un corso di dizione per cancellare la sh dalle parole e le vocali finali strascinate, un cambio di colore ai capelli e il trasferimento in un’altra città.
Angela è nata in un bel quartiere, ha fatto le scuole alte, è diventata dottoressa tra gli applausi di amici e parenti. Quando passa lei gli appuntati battono i talloni in segno di rispetto. Dice che mi capisce e che se lo immagina com’è essere parte di una famiglia come la mia ma certe cose le ha viste solo nei libri e nei film.
Sono andato da lei che avevo la morte negli occhi. Avevo visto il corpo di mio padre cadere davanti all’ingresso di casa, quattro colpi sparati al petto. Fujetenne, mi aveva detto con l’ultimo alito che teneva in corpo. Ci avevo provato.
Hanno bussato alla porta, tre colpi – uno secco e due appresso appresso – il segnale che posso aprire. Poso i documenti sul tavolo e vado.
È mia madre, i capelli liscissimi sulle spalle, gli orecchini dorati a forma di cerchio e la bocca laccata di rosa, mi fissa. Ha l’aria stanca. «Ti pensavi che non ti trovavo?»
Da quando mio padre non c’è più, le labbra si sono gonfiate e ha cacciato fuori tutta la voce che teneva stipata chissà dove.
«Fammi entrare.»
«Sei venuta a prendermi?»
Non risponde, mi scavalca e si siede al tavolo senza togliere la pelliccia.
Quando mi metto di fronte a lei scuote la testa, poi parla:
«Una madre certe cose le sa, le sente. Me la pensavo anche io diversa la vita, che ti credi. Tenevo tante illusioni e pensieri per la testa quando mi so’ sposata che manco te li immagini. Ma non puoi decidere di uscirtene quando vuoi tu, il tuo cognome non te lo puoi togliere di dosso come un jeans scassato. E capisco che pensi di andartene, chella là ti ha promesso grandi cose. Ma lei non lo sa che la gente come noi scelta non ne tiene.»
Non ha potuto scegliere Ciro D’Antò, penso, il suo corpo lo hanno tagliato a pezzi e lo hanno fatto sbranare dai pitbull, non ha potuto scegliere Pasquale Di Somma e nemmeno sua moglie Patrizia che non ci appizzava niente ma che è stata bruciata insieme a tutte le cose di casa sua.
A questi, che a un certo punto avevano pensato di ricominciare da un’altra parte, hanno appiccicato addosso l’etichetta di infame che per la gente mia è peggio ancora di traditore perché è uno che ha tradito con infamia.
«È ora di tornarsene a casa, lo sai pure tu,» dice alla fine.
«E se non voglio?»
Lei poggia la pistola sul tavolo e la mantiene con un dito. Ci pensa per qualche secondo, poi la tocca piano spingendola verso di me. «‘Sta storia può finire solo in una maniera. Da quella porta usciamo insieme o esce uno solo.»
Fisso l’arma, non la prendo. Mi ritorna in mente mio padre, lo sguardo supplicante mentre fissa la donna che ho davanti. Ma perché? sembra chiedere. Lei che non risponde, lei che preme il grilletto senza manco pensarci.
Poi penso a Libero Gregorio, l’insegnante di matematica delle scuole medie che fa la corsetta al mattino e che nel weekend si scopa le ragazze conosciute sulle app di incontri.
Qual è la vita che vuoi.
«Decidi tu.» E lo dice mia madre, come se una scelta ci fosse.
Mi alzo e vado verso la porta.
Fujetenne, penso.
Sento un colpo.
Fujetenne.
Sabrina Costa, napoletana, nata nel 1988.
Ha pubblicato racconti su «Quaerere» e su «Morel – Voci dall’isola».
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Appare all’improvviso un messaggio di posta elettronica. Sto lavorando. La concentrazione si sposta, come la tenda di una finestra aperta quando l’aria da fuori entra senza chiedere. Il tempo di assaporare il profumo, l’accento, la storia di fuori. La tenda torna al suo posto. La concentrazione anche. Qualcosa è cambiata per sempre. Ho scoperto Fujetenne e Sabrina Costa