di Manu Bazzano
…la libertà di scegliere la morte…
– Pasolini, Empirismo Eretico
Sono a favore del suicidio – non fisico ma simbolico. Ammiro chi sa distaccarsi dal ruolo che recita nel mondo. Nei suoi Saggi Eretici Jan Patočka dice che i filosofi trionfano sulla morte perché non fuggono da essa ma la guardano negli occhi. Melete thanatou, esercitarsi a morire, pratica inseparabile dall’amore per la vita. Un atto di libertà, che impone di uscire dai modi indifferenziati del gregge. Pratica difficile. Richiede, secondo la ramanzina di Platone a Cebete e Simmia nel Fedone, lo sfioramento d’una verità “raccolta in se stessa”, un raccoglimento del cuore e della mente. Un atto di ribellione. Patočka, costretto a ritirarsi dall’Università di Praga a causa delle sue convinzioni politiche (tra cui la firma del manifesto dei diritti umani Charta 77), morì di emorragia cerebrale in seguito a estenuanti interrogatori e maltrattamenti della polizia in ospedale.
La vicinanza della morte approfondindisce l’enigma dell’essere – della mia stessa inconoscibilità, dell’irrisolvibilità delle interazioni umane. L’enigma è il segreto, da se-cernere, separarsi dalla frenetica banalità nella quale ci si trova spesso immersi. Chi sceglie il suicidio simbolico mira a ripristinare la segretezza/sacralità della propria individualità soggettivante e anche la segretezza/sacralità dei propri amori. Quanti dolci pensier, quanto disìo. Rifiuto di farmi esaminare il cuore dall’avvocato, il moralista, il poliziotto, il prete – finanche il terapeuta. A meno che il terapeuta non sia compagno d’avventura. Muoversi in direzione dell’interiorità segreta/sacra: ripiegarsi su se stessi – autoaffetto. Trasformare la naturale passività degli affetti in azione, alla ricerca di incontri gioiosi. Farsi attraversare dall’intensità (sia la bellezza che il terrore) dell’esistenza. Cura di sé: creare una zona abitabile dove respirare, sentire, pensare con la propria testa, vivere lontano dalla coercizione di variopinte parrocchie. Per alcuni accade quando si sceglie di guardare l’abisso luminoso della morte. Eroismo? No, piuttosto riconoscere la propria fragilità, il proprio disagio e vacillamento. Nietzsche la chiamava ‘il grande benessere’: una forza creativa strabiliante che fiorisce da una salute incerta.
Al tuo funerale pensavo ai nostri ultimi incontri. Andavi alla deriva, sonnecchiavi, poi ti svegliavi e ti scusavi. Guardavamo l’albero fuori dalla finestra della tua stanza da letto, l’autunno alle porte. Entrambi avremmo voluto incontrarci tanto tempo prima. Sorseggiavi con gusto la cioccolata calda che t’avevo portato dal bar sotto casa. Com’é andata la nottata? Ti risparmio i dettagli. Per me tu eri un vero marinaio. Si parlava di Conrad, l’hai citato, non sei stato veramente in mare a meno che non ti sei trovato a mille miglia da qualsiasi riva. Lo sapevi bene, per esperienza. Il nostro amore comune per Ovidio, poeta dell’esilio. Mi hai mostrato quei versi dal libro XV delle Metamorfosi e mi hai chiesto di leggertele. L’ho fatto, e mi hai rimproverato, mi hai incoraggiato a leggere meglio, con l’enfasi che meritano. Lo faccio adesso di nuovo, ad alta voce pensandoti. Nulla conserva il proprio aspetto e la natura che tutto rinnova forgia da una forma altre forme; e nulla, credetemi, in tutto l’universo si dissolve, ma cambia assumendo nuovo aspetto; e noi chiamiamo nascere l’avvio ad essere ciò che non si era e morire cessare d’esserlo. Una calma infinita seduto ai bordi del letto il giorno prima della tua morte, non c’era in te paura né speranza. Né paura né speranza, un modo invidiabile di vivere e morire.
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