Una parte di me che non conosco

di Manu Bazzano

Dai calici aperti si sprigiona
l’odore delle fragole rosse
– Giovanni Pascoli

Questo martedì ci incontriamo prima. Mattina d’ottobre, caldo abnorme da fine del mondo, splendore promiscuo d’autunno e il verso remoto di quella canzone, C’est un chanson qui nous ressemble. Toi tu m’aimais, et je t’aimais.
Come al solito, Rafael chiude gli occhi per qualche minuto prima di parlare. Gli ci vuole più tempo oggi. Aspetto con gli occhi socchiusi. Dovrò regolare il termostato, fa troppo caldo. “Ruby è via”, dice Rafael. Partita giovedì in cerca di spazio e natura, via dagli impegni. Non ci vedremo per un bel po’. Separarsi fa bene, ma non so cosa mi succede. La strana sensazione di non conoscerla più, Ruby, anche se ci vediamo oramai da quattro anni. Stamattina appena sveglio ero così giù che ho pensato, beh dopotutto se decidessi come dire d’uscire da questa vita, non sarebbe poi una follia. Soprattutto considerando l’incertezza del futuro. E poi il mondo, si sa, è sul punto d’estinguersi. La settimana scorsa dopo l’amore abbiamo pianto insieme Ruby e io leggendo la poesia di Cvetaeva a Rilke morto da poco. Come va, Rainer, come ti senti? Come s’accorda per un poeta il primo avvistamento dell’universo con l’ultimo sguardo al pianeta, questo pianeta dove hai dimorato una volta sola? Fra un verso e l’altro, abbracciati, lo sguardo all’alto soffitto bianco, soli al mondo, arresi all’innocenza del nostro amore malandrino. Com’è andato il viaggio Rainer? L’hai sopportato, ti ha lacerato, ti ha frantumato? Era dolce? Marina Cvetaeva fra le lacrime, dice Rafael, abbracciati senza futuro, il cielo in una stanza e tutto il resto che importanza ha. Come va la scrittura nella tua nuova dimora, Rainer? Dove sei tu, c’è la poesia. Com’è scrivere senza un gomito sul tavolo, senza la fronte sul palmo della mano? Scrivimi due righe, mi mancano le tue lettere, la tua calligrafia. E dopo i versi l’estatico sessantanove, Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse/Quel giorno più non vi leggemmo avante, la vulva sua di fragola esalante, la mia sirena la fragola di bosco seduta sulle mie labbra.

Devo darmi una regolata, dice Rafael. Lei è così dabbene e io faccio drammi per un nonnulla. M’ha mandato messaggi carini su WhatsApp, una foto dei cani nella casa di amici dove sta. Poi sono crollato dopo una notte insonne. Una foglia al vento, afflitto dal timore che il nostro amore sia una fantasia. L’ho chiamata; mi ha ascoltato teneramente. Mi ha abbracciato – su WhatsApp. Sullo sfondo sedie foderate con la Union Jack. Stamattina, dice Rafael, uscendo di casa per venire qui ho pensato, Che senso ha? Ho vissuto, amato, assaporato l’aceto e il miele, il dolce-amaro e l’agrodolce, come diceva Saffo, glukupikron. Che senso ha andare avanti? L’altra sera ho visto un film norvegese, Un altro ferragosto, dice Rafael. Il protagonista, Anders, uno scrittore di talento sconfortato e in balìa dell’eroina. Dopo un periodo di disintossicazione, visita i vecchi luoghi di ritrovo a Oslo. Vividi ricordi d’un amore passato diroccato dalla dipendenza all’ero. Tentativi inutili di rintracciare la sua ex. Il suo stato d’animo è tale che per tutto il film non si sa se è il primo o l’ultimo giorno della sua vita. Il mondo, si sa, è agli sgoccioli. Si brindava e danzava al crepuscolo a Venezia nei giorni della peste. Scusa, divago, dice Rafael. L’ultima scena mi ha colpito. S’interrompe, piange silenziosamente. Scusami, dice. Dunque, Anders visita l’appartamento vuoto della sorella. Si siede al pianoforte e suona un frammento dalla Sarabanda di Handel. Poi si alza, chiude le tendine e prepara metodicamente la sua ultima dose. Si siede sul letto e dopo essersi iniettato si adagia dolcemente. Il film finisce com’è iniziato, sequenze mute e tenere di Oslo, la città che Anders aveva amato.

Rimaniamo in silenzio. Non so chi sia Ruby, dice Rafael. Né so chi sono io. Strano. Quando siamo lontani, lei racchiude in sé una parte di me che non conosco. E in sua assenza conservo una parte di lei che lei non conosce.


Scopri di più da Articoli Liberi

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Un pensiero riguardo “Una parte di me che non conosco

  1. Un racconto struggente, di ineffabile bellezza, che evoca le parole dello Zarathustra di Nietzsche: “Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col suo sangue. Scrivi col sangue e allora imparerai che il sangue è spirito.”

Commenta