di Giorgio Genetelli
I riti sono i simulacri barbarici delle civiltà morte. A cosa serve sapere come si ammazza il coniglio? Al supermarket è lì bello pronto, scuoiato e imballato. Non interroga la coscienza di chi lo vende, di chi lo paga, di chi lo cucina, di chi lo mangia. Il coniglio è morto senza urlare, e non sei stato tu a dare il colpo di grazia.
Quindi è okay.
Buon appetito, dunque?
No.
Piantato in gola ti resta il sapore della bile, che non conosci, ma lo senti in ogni gioco, ti disturba nell’amore, ti immalinconisce in famiglia. Risuona nei dischi. Scuola e lavoro, prigioni rituali pure loro, col sapore di merda del sacchetto della bile.
Gli adulti sono imperfetti, a dirla con tenerezza.
E dunque come fai ad avere voglia di crescere? Non ce la fai. Non vuoi.
Sei una pallina del flipper, e chi lo manovra cristona perché non ubbidisci sull’extraball, oppure fili giù dritta nel buco del game over.
Sei un mistero che tutti vorrebbero svelare, per il tuo bene. Già.
Sei il trucco a nascondino.
Sei il torrido sguardo nelle cavità di un pube.
Sei la crudeltà e l’innocenza.
Sei il principe delle bugie.
Sei cattivo.
Poi magari hai già una trentina d’anni, bravo, cresci, è ora.
E cosa cresco a fare? Per starmene rinchiuso come se fosse una vacanza? O per stare in vacanza a maledirmi per ciò che potevo e non volevo?
Lo so che lo senti, nelle notti insonni vegliate alla luce del dispiacere o squinternate dalla supernova del desiderio. Perché lo senti vero? Sei il coniglio appena prima del bastone e gli occhi che gli vedi sono i tuoi. Il terrore diventa tuo.
Ma si può sfuggire, dando gas all’orgoglio e al rifiuto. Ma sì, proviamoci.
Girare girare girare. Il mondo e i cuori. Fino a quando ritorni al supermarket e il coniglio confezionato è ancora lì che ti aspetta, senza urlare.
Va bene?
No.
Allora dai. Irrituale. Un colpo secco. Poetico.
Matteo Beltrami, I poeti dei conigli morti, Articoli Liberi 2026, postfazione di Giorgio Genetelli
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