Perché ho tradotto Le jardin d’acclimatation di Yves Navarre


Franco Malanima

Ed ecco Henri Prouillan, di fronte ai suoi simili, che portano il suo nome. Vuole annullarli tutti, in una volta, Bertrand. Vuole estirpargli il corpo, murarlo vivo nella casa di famiglia. È successo vent’anni fa. Esatto, oggi è l’anniversario. La notte tra il 9 e il 10 luglio. Questa è la verità.

Le jardin d’acclimatation è un romanzo sugli addii, un testo geometrico, straziante, meraviglioso, apparso per la prima volta nel 1980, anno in cui gli fu assegnato il Premio Goncourt. L’autore, Yves Navarre – ritenuto uno dei maggiori scrittori francesi del ‘900 – ci ha lasciato una vasta eredità letteraria, di recente raccolta in volume presso l’editore H&O, Henry Dhellemmes. Proprio Henry è stata la persona che mi ha concesso i diritti di traduzione in italiano e mi ha dato la possibilità di imbarcarmi in questa nuova avventura.

Tradurre Yves Navarre non è stato facile, ho dovuto mettere i miei anni di esperienza e di ricerca di uno stile al servizio dello stile di un altro autore. Una maniera di scrivere unica, assolutamente originale, nella costruzione delle frasi, nella scelta semantica, che sembrava sempre la seconda che gli veniva in mente. Ogni virgola in Navarre deve restare esattamente al suo posto, ogni aggettivo, scelto con parsimonia, come se scottasse, ogni a capo pensato, rimuginato, valutato a lungo prima di schiacciare il tasto invio nel mio caso, tirare la leva della macchina da scrivere nel suo. Uno sguardo attuale sui personaggi e sulle vicende, perché è ancora tristemente vero che se in una famiglia non ci sono conflitti, li ricrea.

Questo romanzo – riscoperto per i lettori di Articoli Liberi da Alex Marcolla – era stato tradotto vent’anni fa col titolo Il giardino zoologico, per Edizioni del Cardo, una casa editrice poi chiusa, ed era finito fuori catalogo fino a diventare irreperibile. Narra la storia di Bertrand, protagonista assente, perché incapace di esprimersi, persino di reggersi in piedi, costretto a una vita quasi vegetale a seguito di una lobotomia che suo padre, ex ministro fascista, gli ha fatto praticare vent’anni fa, per evitare scandali, perché rifiutava e condannava l’omosessualità del figlio. Tutto il testo, quattrocento pagine, si svolge nell’arco di ventiquattro ore. Nel giorno dell’anniversario di questa vicenda, il quarantesimo compleanno di Bertrand, incontriamo i membri della famiglia Prouillan, i fratelli e la sorella di Bertrand, sua zia Suzanne, e Bernadette, governante-testimone della saga familiare più veritiera che io abbia mai letto. In questa triste ricorrenza, ognuno di loro ripercorre i propri errori, qualcuno ammettendoli, qualcun altro no. Tutti loro, comunque, hanno qualcosa in comune: un inizio: quel 9 luglio di vent’anni fa. Con una simmetria millimetrica Navarre ricostruisce le loro vite spezzate, andando a ritroso, raccontando una storia della quale già conosciamo la fine – o forse no? – e di cui cerchiamo di comprendere il principio.

Il principio, voilà questa parola che mi torna di nuovo in mente. La mia traduzione italiana s’intitola infatti Il principio degli addii. Questa espressione è di Bertrand, ma naturalmente non è dalle sue labbra che l’apprendiamo; è citata da altri personaggi, da Romain, l’uomo che amava, morto suicida, in una lettera custodita nelle mani di qualcuno che non è Bertrand; e da sua sorella, Claire, che ha trovato nella follia l’unica via d’uscita da una vita atroce. Essere consapevoli di quello che è accaduto a un membro della loro famiglia ha reso tutti folli, in una maniera o in un’altra. E in questo, anche, si ritrova il principio degli addii, quell’inizio, ma anche quel significato che leggendo attribuiamo alla parola addio. Ogni personaggio in questo romanzo ha detto addio alla propria felicità, alla carriera, alla famiglia, ma soprattutto a sé stesso.

Copertina del libro 'Il principio degli addii' di Yves Navarre, con un'illustrazione che mostra un personaggio sdraiato su un letto, accompagnato da una lampada e arredi colorati.
L’opera in copertina è di Marco Amerigo Latagliata

Ho lavorato fianco a fianco, con Karine e Sylvie, responsabili dell’Association Les Amis d’Yves Navarre, prima di prendere la decisione di cambiare il titolo, consapevole della metafora che avremmo perso e di quella che avremmo guadagnato, e anche del fatto che Le jardin d’acclimatation non era il titolo scelto dall’autore nel 1980, ma da Flammarion, che lo pubblicò la prima volta. Navarre lo aveva inizialmente intitolato L’axe de vie. L’asse della vita. Capirai il perché quando lo leggerai.

La visione geometrica dei fatti, dicevo, è una dote che alcuni autori hanno, altri meno, ma che è sempre necessaria per chi scrive un romanzo. Ogni capitolo de Il principio degli addii è costruito intorno a un membro della famiglia Prouillan, dal cognato odiato da Henri, perché brillante sceneggiatore o perché ebreo, fino al cane, Pantalon, anche lui portato a morire dallo stesso Henri. Tutti hanno un ruolo nella tragedia familiare. Una tragedia che per alcuni è valsa un’intera vita di rinunce, di rimorsi, di solitudine, mentre per Henri, soltanto un fastidioso rammarico al pensiero che la maniera migliore che aveva per uccidere i suoi figli era lasciarli vivere. Proprio la psicologia del personaggio di Henri si riflette – o si ripercuote – in quella degli altri. Il romanzo inizia e finisce con lui: un padre assassino che non ha alcun rimorso perché il rimorso è estraneo al potere. Una maniera impattante di sbatterti in faccia il male che non vuoi vedere nella tua vita, magari nella tua famiglia, e che invece è ancora là. Ecco a cosa mi è servito questo romanzo, cosa mi ha rivelato.

Ora la mia domanda è la seguente: ha ancora importanza, oggi, per te, riflettere sul male che ti circonda e che, prima o poi, ti riguarderà, o per sentirti meglio, forse, preferisci leggere libri che ti raccontano la favola che siamo tutti buoni, corretti e caritatevoli? Il principio degli addii esce il 17 aprile, ma puoi già preordinarlo sul nostro sito. Leggilo. Ti farà stare peggio. Ti farà stare meglio.


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