Il potere che la noia ha su di me


di Valentina Foglia

E anche stavolta, non si era fatto niente. Seduto come un cane abbandonato su un marciapiede sporco, guardava il vuoto. Quegli attimi in cui lo fissai mi sembravano così infiniti da durare quanto un esame scritto, in realtà erano i pochi secondi in cui mi avvicinavo con la macchina al suo corpo inerme.
Scesi sbattendo la portiera e facendo volontariamente chiasso. “Che cazzo ti salta in mente?”, non mi capiva. Avrei potuto fargli cadere un fulmine accanto e non se ne sarebbe accorto. E io che cazzo ci facevo lì? Su questo avrei dovuto interrogarmi. Avrei voluto accasciarmi a terra, ero stanca, esausta, non era lui ad aver bisogno di una mano che lo sollevasse. E invece la mano che lo sollevò fu proprio la mia.
“Cos’hai preso?”, glielo chiesi una quindicina di volte.
Nel tragitto tra quel marciapiede e il primo bar aperto non provai compassione nemmeno un secondo. Una volta seduto, con dell’acqua di fronte, rispose: “Non me lo ricordo”, le uniche parole che riuscì a emettere.
“Cerca di guardarmi negli occhi”, non sosteneva il mio sguardo. Era così ogni volta. Ogni volta gli giuravo che non mi sarei più fatta vedere, ma tanto sapeva la verità meglio di me. Portavo dentro così tanti ricordi delle sue notti insonni da averla resa una scena abitudinaria; quando un evento entra nel nostro senso comune la mente tende a renderlo accettabile.
Mentre emetteva mormorii, pensavo all’inutilità dei miei gesti, alle bugie che raccontavo pur di trovarmi in quella circostanza così indesiderabile. I miei pensieri viaggiavano sempre, quando non lo capivo. Facevano una macabra escursione tra l’accanimento morboso che avevo per questo individuo e il desiderio di spogliarlo di qualsiasi capacità di agire senza di me. La mia ragione barcollava tra la volontà di aiutare qualsiasi cellula del suo corpo a risanarsi e l’immensa voglia di spalmargli un ‘vaffanculo’ enorme in faccia.
Poi mi guardò negli occhi. Un’insignificante pecorella smarrita che aveva programmato la fuga. Il suo cervello aveva ricominciato a funzionare. La sua voce pure. Ascoltai le sue vane parole senza la minima voglia di capirle. Qualsiasi cosa prendesse, non gli provocava niente di negativo nell’immediato. Per me era inverosimile, inaccettabile. Una delle sere precedenti aveva ingerito e sniffato talmente tanta roba da far svenire me, che solo lo guardavo.
“Per favore, vienimi a prendere”, mi aveva implorato chiamandomi alle sei del mattino di un giorno qualunque. Non ero certamente la più santa persona del mondo, ma nelle mie giornate universitarie avrei chiaramente preferito apprendere una ventina di pagine su Schlegel, piuttosto che recuperare la dannata altra parte di quest’incomprensibile tossica relazione nella quale mi ero cacciata.
In mezzo a quella conversazione, più guardavo le sue braccia costellate da tatuaggi old school, più mi distraevo dalla mia incazzatura. L’incerto movimento delle dita intorno al bicchiere, il suo piede che non smetteva di sbattere contro il mio, i capelli biondi, così folti per la sua età, e di nuovo avevo dimenticato il resto. Ora ricordavo il senso dei gesti. La noia aveva un potere talmente forte su di me.
“Portami da un’altra parte”, gli chiesi, senza sapere cosa stessi dicendo. Interruppi il suo monologo. Non sembrò per niente sorpreso, d’altronde poteva essere la cosa più normale che sentiva dire nelle ultime ore. La sua espressione cambiò drasticamente, creando un sorriso dove prima la curva della bocca sembrava inesistente. “Certo, ti porto dove vuoi.”


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