La vulnerabilità del quotidiano nella Medusa di Janice Galloway


di Anita Testa

«La letteratura è più che altro sesso e non tanto bambini; la vita è l’esatto contrario», recita la massima di David Lodge in apertura di Medusa, in uscita il 10 giugno 2026: e in effetti nel romanzo di Janice Galloway di bambini ce ne sono tanti – reali e immaginati, voluti e non voluti – così come tanti sono gli adulti (o i giovani adulti) che all’interno di queste quindici narrazioni regrediscono a uno stadio infantile che lascia intendere la mancanza di affetto, la sopportazione di traumi passati, l’assenza di certezze e soprattutto una fragilità di fondo del proprio Sé.

Sono dunque personaggi “al limite”, quelli dipinti da Galloway, mai del tutto persi ma sempre sul punto di perdersi, come eterni adolescenti che vivono nel turbinio della loro emotività restandone in qualche modo intrappolati: solo che le “trappole” piazzate da Janice Galloway nelle vite dei suoi fantocci sono spesso trappole invisibili, che affiorano soltanto quando la mente di un personaggio viene accarezzata da un pensiero di ungarettiana memoria, ma la cui attualità filosofica è sempre pregnante: la vita è caduca, e noi siamo esseri fragili, da maneggiare con cura.

Ed è proprio questa “cura” a rappresentare uno degli ingombranti leitmotiv delle avventure descritte da Galloway: il bisogno di essere amati, riconosciuti e soprattutto difesi fa prepotentemente capolino quando la narratrice ci racconta di madri amorevoli ma attaccate in maniera quasi morbosa alla propria progenie – una cura ossessiva, che nasconde la necessità da parte di queste madri di sentirsi ancora utili per i figli, e al contempo l’impossibilità di accettare il loro abbandono. Sono allora le madri come Monica di Medusa (primo racconto del romanzo che dà il nome a tutta la raccolta ndr) o come Martha di Distanza a inscenare un’insicurezza generata da traumi (guarda caso) materni, da cui scaturisce una personalità fragile e bisognosa di protezione – protezione che solo l’affetto di un figlio può fornire, mettendo in scena un’inversione dei ruoli tanto paradossale quanto plausibile.

Più in generale, è la maternità in toto ad assumere in Medusa un ruolo da protagonista, in alcune storie più che in altre: e laddove la penna di Galloway non ci restituisce madri con una dipendenza affettiva, ci sono donne giovanissime che fanno di tutto per avere figli – come Sandra di Oggi è un’altra storia (1) – e altrettante donne giovanissime che fanno di tutto per non averne – come la Roxanne di Rock e medicine. Si tratta di figure che non subiscono il giudizio dell’autrice né in un senso né in un altro, ma che vengono osservate in ogni loro debolezza sfiorando ogni crepa della loro superficie che è sempre in procinto di incrinarsi: essere o non essere madre, con tutto ciò che tale condizione comporta, diventa così il dilemma che lacera l’anima di queste ragazze e che le trascina giù nell’oblio della tossicodipendenza e del disagio psichico (nel caso di Roxanne).

Ed ecco apparire così un altro dei pilastri del microcosmo descritto in Medusa: il malessere mentale non può che essere causa e conseguenza della vulnerabilità insita in questi personaggi, parte integrante di essi in forme più o meno lievi – dalla schizofrenia della madre killer di Voltati alla palese depressione di Claire in Oggi è un’altra storia (2), passando poi per il rogo (quasi) improvvisato della protagonista di Un amore rovente. La malattia mentale però non viene mai raccontata da Galloway attraverso dettagli scabrosi, eccessiva attenzione ai sintomi o voyeurismo mascherato da curiosità antropologica: piuttosto, la narratrice pizzica come corde di violino le sinapsi dei suoi personaggi, facendoci entrare a gamba tesa nei loro pensieri e accompagnandoci in quel processo mentale che rende anche noi, lettori, esseri fragili e compartecipanti a un malessere talvolta non visibile a occhio nudo (e perciò, nemmeno descrivibile se non con immagini che scaturiscano dalla psiche stessa).

Ma non finisce qui: a rimarcare la fugacità delle vite di Medusa c’è anche il malessere organico, tangibile – e per questo più riconosciuto anche a livello medico – che rende il bisogno di protezione non più solo uno scudo in grado di schermarci dalla nostra inutilità, ma una vera e propria corazza che ci allontana dall’esistenza per paura che questa possa farci ancor più male: così si crea il parallelismo tra un George Orwell (al secolo Eric Blair) malato terminale di tubercolosi che spera di riuscire a completare il suo capolavoro prima di lasciare questo mondo e l’instabile Martha, anche lei preda di un brutto male e confinata dalle sue allucinazioni sulla stessa isola scozzese che fu testimone degli ultimi mesi di vita dello scrittore.

La copertina del libro, un’opera dell’artista Odilia Liuzzi

Fragilità interna, esterna, ma anche fragilità riflessa, introiettata dal vedere l’Altro in preda alla sofferenza e dal sentirsi a volte impotenti, a volte fortunati per non essere (almeno momentaneamente) noi i soggetti prossimi alla rottura: sentimenti ambivalenti, che Galloway incarna rispettivamente nel racconto di un amore tossico, in tutti i sensi, terminato con un suicidio (ne Il greco) e nel confronto tra due donne che vivono insieme e che traggono le forze per andare avanti osservando le disgrazie l’una dell’altra (in Opera). È il vecchio adagio anglosassone del “misery loves company” – perché soffrire è sempre più sopportabile se lo si fa in due, ed è ancora meglio potersi (egoisticamente) consolare ricordandoci che “c’è sempre chi sta peggio”. Un pensiero umano, che Galloway non nasconde tra le righe ma che rende evidente tratteggiando personaggi realisticamente egoisti, che tirano un sospiro di sollievo quando le lacrime sono di altri ma che al contempo piangono fiumi quando si vedono sottratta quella persona o quella cosa che per loro significava “protezione/cura/guscio/casa/affetto”.

‘Affetto’ è un’altra delle parole chiave dello spazio in cui si muovono i personaggi di Medusa: è un affetto che si declina in protezione quello dei genitori divorziati di Un bel dì vedremo, mentre è un affetto più carnale quello che scaturisce dalle pagine di L’apice e Guarda te. E sarà vero che in letteratura ci sono più bambini che sesso, come afferma Lodge, ma Galloway sceglie di esplorare anche questa sfera di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità individuale: anti-fragilità significa anche saper trovare la propria direzione nella grande cartina della sessualità – sembra dirci l’autrice; significa talvolta anche lasciarsi andare a nuove esperienze per perdersi e ritrovarsi solo dopo, con qualche crepa in meno (come ci insegna L’apice), o addirittura far vagabondare la mente alla ricerca di scenari alternativi dove la gelosia diventa il collante per riavvicinarsi e donarsi affetto dopo un periodo di lontananza (come in Romantico).

E anche in questi ultimi casi, la narratrice non indulge nei dettagli, né ha intenzione di soffermarsi troppo sulla meccanica dei gesti: ciò che conta, per lei, è tastare l’anima dei suoi personaggi, farci vagare nei loro flussi di coscienza attraverso una scrittura immaginifica, sensoriale, concisa ma pregna di sostanza. Ogni (breve) frase, ogni punto e a capo, è una nuova debolezza che si affaccia sulla psiche del personaggio, e che viene sviscerata per divenire poi quel grido d’aiuto invocante la cura, l’affetto e la protezione di cui tutti noi viventi abbiamo bisogno.

È per questo che Monica rimane esterrefatta quando, sulla spiaggia, scorge il suo piccolo Calum avvicinarsi a una medusa morente: in quell’esserino traslucido e prossimo al trapasso, la madre iperprotettiva vede riflesse tutte le sue ansie e tutti i suoi timori legati al benessere del figlio, e alla consapevolezza della sua fragilità. Calum non può difendersi se viene attaccato (dai bulli o dalla vita), così come la medusa non ha potuto difendersi da chi l’ha pugnalata: così Monica – protagonista del primo dei quindici racconti – piange e si dispera, e pensa che nessuna protezione sarà mai abbastanza sufficiente per scongiurare il rischio che suo figlio possa rompersi. Ma Monica sceglie, infine, di abbracciare questo rischio: nella rassegnazione, lascerà andare il suo Calum, realizzando la fondamentale differenza tra affetto morboso e cura – è solo con quest’ultima, infatti, che vanno maneggiate le cose fragili.


Medusa, Janice Galloway, traduzione di Franco Malanima, Articoli Liberi 2025


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