Odette era il nome di una bambina di sei anni che se ne andava in giro con un enorme gatto nero infilato nel suo zainetto. Era la protagonista di Un perfetto idiota, uno dei miei libri pubblicati in varie lingue con lo pseudonimo che mi avevano appioppato quando vivevo negli Stati Uniti. Nel primissimo logo che Fernando Cobelo ha disegnato per Articoli Liberi, c’erano sia Odette che il suo gattone. Poi è successa una cosa strana: abbiamo iniziato a usare solo il gatto, che è diventato il logo ufficiale (ovvero, che non è permesso copiare…) della rivista, e in seguito della casa editrice. E abbiamo incominciato a chiamarlo Odette. Sono cose che possono capitare, capitano tra di noi, perché non tra i gatti!
Adesso che abbiamo chiarito l’dentità sessuale di Odette, qualcosa per riempire il resto di questa pagina me la dovevo inventare. Per cui ho pensato di raccontarvi di quando sono passato dall’altro lato della staccionata. No, non ho cambiato anch’io identità sessuale, almeno, non credo. Parlo di quando sono diventato editore, di questo processo che è stato alquanto naturale e sicuramente formativo. Il lavoro è molto di più, i capelli bianchi si moltiplicano a vista d’occhio, ma di sicuro si tratta di un’esperienza a dir poco stimolante.
Per cominciare, ci tengo a chiarire che un editore non è solo qualcuno che sceglie un testo, per le ragioni più varie, e spesso fuori del suo controllo, gli dà la forma di un libro e ne fa stampare un gran numero di copie; quello è lo stampatore, che è un altro mestiere. Fare l’editore vuol dire scegliere un testo per delle ragioni coerenti con la visione che hai della tua casa editrice, dargli la forma che più gli si addice e che riesca a riflettere graficamente il suo senso profondo, e infine farne stampare il numero di copie che in accordo con altre figure di cui vi parlerò tra poco pensi possano essere vendute.
La parola visione mi ronza spesso in testa, come quando ho iniziato a scrivere libri e non ascoltavo nessuno al di fuori di quella vocina qui dentro che mi diceva, sì, vai avanti così, è questa la parola giusta, non la cambiare per nulla al mondo. Quella stessa testardaggine – malattia di cui soffro e di cui, lo devo ammettere, vado piuttosto fiero – che mi faceva scrivere un testo piuttosto che un altro, adesso mi fa scegliere un testo anziché un altro. Non si tratta solo di feeling o di un gusto personale da lettore. Quello non basta. Da quando abbiamo fatto il passo da rivista a casa editrice, ho letto molti romanzi e racconti che mi sono piaciuti, alcuni anche tanto, ma che non ho selezionato perché sentivo che mancava qualcosa. Quel qualcosa che è la parte magica di questo mestiere, e che non tutti, e tantomeno io, sanno spiegare. Forse si tratta dell’intuizione, quel certo istinto che ci fa capire se un libro piacerà ai lettori o se sarà un flop. Ma non solo. Come dicevo, ci sono altre figure importanti (per fortuna) che ti aiutano a capire se un libro funzionerà. Non che io mi affidi completamente a loro per cambiare la mia idea iniziale, diciamo che a volte può succedere, solo gli stupidi non cambiano idea, come diceva mia nonna Gelsomina, ma non molto spesso. Eppure, allo stesso tempo, sono sempre più convinto che sapersi fidare dei propri collaboratori è fondamentale, altrimenti tanto valeva restare rintanato dietro i miei manoscritti, come ho fatto per vent’anni, senza alzare la testa dalla scrivania, come una specie di cinghiale. A volte il risultato era buono, altre volte meraviglioso (sempre a dire degli altri) e altre ancora immondizia da cestinare. Se pubblichi libri, se li rendi pubblici, non puoi permetterti di affidarti solo all’istinto, come quando li scrivi, perché hai una responsabilità, non è più il tuo gioco al lascia e raddoppia con la tua vita, ma c’è di mezzo qualcun altro: gli autori, i lettori, le altre figure che lavoreranno alla realizzazione del libro, insomma, un mare di gente. Ci sono persone che lavorano nella promozione editoriale e sanno dirti come stanno andando le cose là fuori prima ancora di capirlo davanti a uno scaffale che non si svuoterà mai. Ci sono i librai, che quasi sempre sanno per primi quante copie ordinare perché sentono – un po’ come te quando hai ricevuto il manoscritto – se un libro è unico a un primo sguardo in diagonale. E poi ci sono i distributori. E qui apro una parentesi in un nuovo paragrafo.
Articoli Liberi nasce come rivista catacea e digitale “sostenuta unicamente dai lettori e distribuita senza intermediari”. Questo è lo slogan che accompagna la nostra comunicazione, insieme a quello sicuramente più alto e poetico tratto da una lettera di Glenda Dollo, una delle nostre prime autrici, che recita, “Siamo liberi se facciamo cultura nel senso più alto del termine: creandola”. Da più di tre anni ci vantiamo di non avere bisogno di una distribuzione e ci rivolgiamo direttamente a voi lettori. Questo è vero, ed è un discorso molto coerente, se consideriamo però solo la nostra rivista. E lo è perché le riviste (purtroppo) non vengono più distribuite in libreria, fatta eccezione di un paio di raccomandati e di qualcuna storica che ormai sta lì giusto per abitudine. Per cui, se ci riflettete, è stato piuttosto naturale e istintivo autodistribuirla (così come l’abbiamo autofinanziata, ma questo è un altro discorso).
Da quando abbiamo iniziato a fare libri (mai verbo più azzeccato) la faccenda è molto cambiata, perché i libri (grazie a Dio) nelle librerie (almeno per ora) ci arrivano eccome. Ed è per questo che ci siamo messi alla ricerca di un distributore che ci permettesse di arrivare a un più alto numero di lettori. Insomma, la nostra gattina ha fatto un altro grande passo, sempre col suo spirito anticonformista, e con la sua comunicazione assertiva, che purtroppo non va più tanto di moda, ma chissenefrega, purché possiamo continuare a raccontare in tutte le sue forme (e formati) la cosa che ci interessa di più: la verità. Quella stessa verità che cerchiamo nei testi che pubblichiamo, necessariamente diversa per ogni testo, e per questo sempre autentica.
Tornando al mestiere dell’editore, quasi quasi mi è venuta un’idea: ogni tanto potrei raccontare uno dei tanti aspetti di questa nuova avventura, svelandovi un po’ dei retroscena di Articoli Liberi. Ogni giorno succedono così tante cose, si lavora a così tanti aspetti della casa editrice, che con un post a settimana, per il 2035 dovremmo aver finito.
Oggi per esempio: ho inviato qualche centinaio di email per presentare il catalogo e per proporre il libro di Janice Galloway a diversi recensori che credo possano essere interessati; ho parlato con un’autrice irlandese e con la sua traduttrice per accordarci su un libro stupendo che pubblicheremo l’anno prossimo; ho sistemato la gabbia delle copertine di tutti e sei i libri pubblicati finora perché dovremo aggiornarle nel passare con un nuovo distributore dal mese prossimo; ho parlato anche con lui (con il distributore) degli ultimi dettagli prima di migrare da un magazzino all’altro; poi, cos’altro… ho parlato con il responsabile di una nuova stamperia di Milano che si occuperà di rimandare in stampa tutti e sei i libri (un salasso, ma a fin di bene) per metterli in distribuzione in questo nuovo formato a dir poco appetitoso (e questo ha segnato un importante passaggio per Articoli Liberi per la qualità delle stampe e per la diffusione, proprio perché, come spiegavo prima, il nuovo distributore – che annunceremo a breve – ci aiuterà anche nella promozione); ho letto e valutato (negativamente) tre manoscritti; sto parlando sempre di oggi, 9:30 – 16:30 (orario in cui faccio una pausa di qualche ora) e poi 20:00 – 24:00. Adesso è mezzanotte, finisco di scrivere questa cosa e me ne vado a dormire; poi ho sistemato insieme a Francesca il nostro catalogo in versione Pdf, che trovate in questo sito, nella pagina “Casa editrice”; ho tradotto dieci pagine di uno dei prossimi libri che usciranno (la mia regola sia per la scrittura sia per la traduzione è: mai meno di dieci pagine al giorno); continuo ancora per qualche riga, sempre con lo scopo di dare un’idea del lavoro editoriale, voi se volete passare al paragrafo successivo, fate pure; poi ho contattato un po’ di associazioni di New York che potrebbero essere interessate alla promozione di Faltas, il libro-denuncia di Cecilia Gentili in uscita a ottobre; ho parlato con un’agenzia letteraria di Madrid con cui mi sono accordato per l’acquisizione dei diritti di traduzione di un altro libro strepitoso, di un autore sudamericano, in programma per il 2026; ho postato un paio di cose sui nostri canali social; ho fatto girare il catalogo anche tra i nostri autori, perché siamo una squadra e ci aiutiamo a vicenda. E molte altre cose, le hanno fatte i miei collaboratori, per cui la lista, solo per oggi, sarebbe potenzialmente infinita…
Voglio concludere questo piccolo racconto che spero tornerà utile a qualcuno, con il ricordo di un editore pugliese che conobbi vent’anni fa. Ormai sarà in pensione, ma sarebbe bello se gli capitasse questo scritto sotto gli occhi. Quando ci vedemmo, nella sua dépendance adibita a redazione, io ero in quella fase della mia vita che vi ho descritto prima, quella del cinghiale, mai avrei immaginato che un giorno avrei portato gli occhiali come lui e avrei messo su dieci chili e i capelli bianchi, né tantomeno che avrei fatto il suo stesso mestiere. A quei tempi non immaginavo nulla della mia vita perché la mia vita ce l’avevo in mano in quei taccuni sempre strapieni, ma queste sono storie che conosciamo tutti. Eppure, a casa di quell’editore, fui attento a tutto quello che mi mostrava e che mi diceva, i libri mandati in stampa, troppi, troppo pochi, le alette sì, le alette no, il programma più costoso e più élite non vale quanto uno da quattro soldi gratuito se non lo sai usare, anzi, ottieni migliori risultati se hai ottima padronanza di quello da quattro soldi, e così via. E la stessa cosa mi è successa ogni volta che negli anni successivi mi è capitato di parlare con addetti ai lavori, alle fiere, nelle redazioni dei giornali in cui ho fatto la gavetta, in libreria, o anche solo via email, ho sempre carpito ogni più piccola informazione utile, senza sapere bene il perché. Beh, forse adesso lo so il perché…
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