L’aldilà e i canguri

di Annamaria Guida

C’è da dire che io non sogno mai, o almeno voglio convincermi sia così: che io non sogno, che sono l’unica persona sulla faccia della terra che di notte cade in un buco nero, la mia mente si spegne e il nulla si realizza. È solo credendo di diventare un nulla per un periodo temporaneo che riesco a sopravvivere, tale pensiero mi dona il giusto riposo. Non so cosa mi abbia portato a questa condizione ma ormai ci sono dentro e, come tutti, annaspo cercando di mantenere una stabilità. Pensandoci, suona come un paradosso: quella precaria stabilità che mi sono costruita per permettermi di vivere si basa sul suo esatto contrario, nel morire, nel morire ogni notte privandomi di quelle tante vite effimere che donano i sogni. Resto in equilibrio grazie al salto nel vuoto che faccio dopo mezzanotte; una nenia mi culla e racconta, mi dice che non sogno, che nemmeno dormo, che il mio corpo scompare, e riappare alle sette di mattina, quando suona la sveglia e capisco che ancora esisto.
Eppure, due sere fa ho sognato, ho sognato la morte ed era ben diversa dal mio nulla. Servirebbero grandi aperture: descrivere il modo in cui muoio, le lacrime della mia ragazza, il funerale cattolico deciso da mia madre, l’incisione orribile sopra la tomba, ne portano il triste annuncio amici e parenti, e infine quella luce bianca che speravo di non trovare. Eppure non c’era nulla di questo e dato che mi trovavo in un mio sogno, non mi è parso così strano. Ero morta, la mia vita era finita a 33 anni ma per me nessun dio che riporta indietro, anche perché in quel sogno Dio non c’era. Io ero morta e davanti a me c’erano solo dei canguri bianchi.
Si potrebbe pensare che il colore chiaro dei canguri suggerisca un posto tra le soffici nuvole del paradiso, ma io non sono solita saltare a conclusioni così affrettate. Io ero in questo prato così verde e dei canguri saltavano facendosi ognuno i fatti suoi. Nel cielo nemmeno una nuvola. E poi quella strana sensazione che mi portava a capire che non avrei visto altro, che l’eternità l’avrei passata lì in quel prato. Quando si muore si è consapevoli, non stai lì a chiederti, lo sai. Ed io lo sapevo, nessun paradiso, nessun inferno, nessun mediocre purgatorio, solo quel posto, ed io da sola. Ma non era una punizione, era solo che dopo la morte c’è questo.
E magari qualcuno si chiederà: Cosa significa? Che senso ha?
Nessuno, nessun senso, nessun significato. Tu hai passato la tua vita a pregare un dio, ma lui non c’è, sei morto e quello che hai è un prato e nessuno con cui parlare, anche i canguri si fanno i fatti loro. Potrai camminare, correre, fuggire, ma troverai un altro prato con altri canguri, e nessuno con cui parlare.
Una volta sveglia, con i canguri ancora impressi nella memoria, ho ripensato al mio passato da cattolica, io ci avevo creduto davvero: le preghiere prima di andare a dormire, la messa la domenica mattina, il catechismo il mercoledì pomeriggio. Io ci avevo creduto davvero al Signore e tutta la sua compagnia, poi un giorno ho smesso. Non per un pensiero razionale ma perché era faticoso, oltre gli impegni precedenti dovevo anche non peccare, e proprio non ci riuscivo. Proibito il sesso prima del matrimonio, proibito per me leccare vagine, proibita pure la masturbazione, proibita la disobbedienza generale, proibita la vita in cambio di un possibile paradiso troppo difficile da immaginare. Così, continuando a non sognare mai, ho fatto le valigie e abbandonato le chiese, accompagnata da nessun tipo di spiritualità sono riuscita ad arrivare fino a questa mattina. Ma ora quei maledetti canguri bianchi! Li sento che saltellano sopra il mio equilibrio tanto voluto e cercano di smantellarlo, mi rimettono in testa quella piccola vocina: “Sì, ma che c’è dopo?”, sorella dell’altra vocina: “Sì ma che c’è intorno?” Perché, se c’è un dopo c’è anche qualcosa qui ora, che sta intorno a me, a voi, al mondo e allo spazio, e aspetta che ci accorgiamo di lei.
Perdo il controllo e mi cade il tappo del dentifricio nello scarico del lavandino. Questo piccolo imprevisto mi riporta alla realtà, stasera non sognerò di nuovo e le cose andranno meglio.
E invece i canguri tornarono, e con loro ogni mattina, si aggiungeva un ricordo del passato. Canguri e Apostoli si scontravano nella mia psiche rubando mezza giornata alla mia stabilità, che piano piano perdeva colpi. La notte era per il noioso aldilà, finivo per starmene sdraiata in quel prato o camminare in cerca di un canguro parlante. Il giorno avevo in testa sempre una preghiera diversa. Ripercorrevo ogni conoscenza pregressa in fatto di Santi e Madonne.
Arrivato il venerdì decisi che c’era un unico modo per stanare quella maledizione, perché questo era, era quella cosa intorno che si scontrava con me, non era certo mio il controllo di questi aldilà. Bisognava tornare al principio, al mio primo incontro con la cosa intorno: andare a salutare la statua della Madonna nella chiesa del mio paesino. Per arrivarci da Roma a quella Madonna basta un bus dalla stazione Tiburtina, che nei primi anni mi vedeva ogni due settimane, poi sempre più di rado, ed ora invece rieccomi, a scontrarmi con l’ennesimo passato che sembrava andato via. La città nei finestrini scompariva e lasciava il posto ai campi, con tutto quel verde il mondo sembra quasi stare bene, mi concessi piccole speranze. Arrivai venerdì sera alle 21, lasciai il mio incontro per il tardo pomeriggio del sabato, che la domenica c’è troppa gente ed io e Maria dovevamo esser sole.
Ho sempre pensato che quella cosa intorno, pure se davvero non c’è il paradiso e non c’è Maria, secondo me un po’ nella statua ci è andata a finire, magari ci si è poggiata. Qualcosa deve averlo fatto perché quella statua quando la guardi te lo dice: lascia stare Chiese e Crocifissi, però qualcosa c’è.
E ora Maria io sono qui, seduta in prima fila, da sola in chiesa e senza rosari, ti guardo tutta in oro e con il volto triste, come il mio quando frequentavo questi posti. Sono qui e aspetto che tu mi dica qualcosa su quei maledetti canguri. Quindi…
“Buonasera! Sei qui per la confessione?” Alzo lo sguardo e trovo Don Antonio. Il suo viso non è amichevole ma sicuramente è meglio del precedente parroco, anche se probabilmente nemmeno alla sua morte verserò lacrime.
“No, io sono qui per…”
“Ma io ti conosco, sei la figlia di Caterina, ma guarda! Credevamo non tornassi più”.
Regalo un sorriso di circostanza, volevo solo parlare con Maria e dovrò spiegare per l’ennesima volta che qui non tornerò mai, questa è solo una piccola eccezione. Ma per fortuna quel parroco non disturba in maniera eccessiva chi vuole pregare e ai suoi occhi sembra proprio che io lo stia per fare.
“Ti lascio alle tue preghiere, la chiesa chiude tra poco”.
Sta per girarsi quando mi chiedo se è lui che forse può dirmi qualcosa, e allora lo richiamo:
“Don Antonio?”
“Sì, dimmi cara”.
“Le posso fare una domanda strana?”
Annuisce sorridendo.
“Ma lei… ci crede davvero a tutta quella roba? Paradiso, Inferno?”
Fa una piccola risata.
“Che rispondere a domande del genere, è difficile sai? Ti posso dire che la mia fede è sempre presente e stabile, mai vacillato, anche qualche sera fa mi è capitato di fare un sogno strano, ero morto ed ero in un posto mai letto né nella Bibbia né nei Vangeli. C’era questo grande prato e delle giraffe bianche, e non accadeva nulla, loro si facevano i fatti loro ed io, beh io ero solo. Chissà cosa avrò mangiato per fare un sogno così!”
Mi inquieto al racconto ma non così tanto da evitare di fargli la grande domanda:
“E non le dava fastidio? il fatto di aver creduto invano?”
“Avrebbe dovuto forse, ma se proprio sarà così la vita dopo la morte sarò contento di immaginarla diversa per tutta questa di vita. E poi chissà magari dopo un po’ si muore anche in quel prato e si va da altre parti, in altri aldilà, magari Dio lo trovo dopo le giraffe”.


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