Perché abbiamo pubblicato Sono ancora vivo, di André de Richaud


di Franco Malanima

Ho pochi amici in questo paesino sul lago in cui abbiamo deciso di crescere nostra figlia; è un posto tranquillo, la gente si fa i fatti suoi, molti sono fissati con lo sport, le arrampicate, i giri in bicicletta e in generale si somigliano tutti, persino nel modo di vestire. Mi manca un sacco la diversità culturale delle grandi città, i bistrot appicicaticci e poco illuminati, i discorsi alterati dal rosé. L’anno prossimo me ne torno a Nizza, ripeto ogni anno, e per ora siamo ancora qui. Ma ogni tanto anche qui faccio incontri interessanti, come quella volta, mesi fa, al Café des Arts nella vecchia città. La pubblicazione di André de Richaud in realtà è iniziata quella sera.

L’incontro con l’editore Olivier Brun è stato un’illuminazione, la parola che ci è venuta in mente all’unisono per definire il nostro lavoro è stata “pirata”. “Tu sei un pirata, io sono un pirata, questo libro è tuo, fanne ciò che vuoi”. Come trattativa per l’acquisizione dei diritti di traduzione di un romanzo è stata piuttosto originale. Il mestiere dell’editore, sotto questo aspetto, somiglia molto a quello dello scrittore. Scoprire un libro e dargli (o ridargli) vita è emozionante proprio come quando crei il tuo proprio libro e lo affidi a qualcuno per farlo pubblicare. Ed è stata proprio un’emozione del genere, quella che ho provato quando Olivier mi ha parlato per la prima volta di de Richaud, poeta, mecenate, personaggio mondano dell’élite parigina di Gide, di Fernand Léger, di Cocteau, amico di Bataille, Leiris, Queneau, e dei surrealisti, Breton, Aragon, Desnos, Éluard, Prévert. Amico di un giovanissimo Albert Camus, che grazie a lui decise di iniziare a scrivere. Poi il declino, l’alcolismo, le amicizie da brasserie che gli voltano le spalle, l’abbandono. Negli ultimi anni della sua vita, de Richaud, ormai divenuto un fenomeno da baraccone, un clochard, mentendo sulla sua età, riuscì a farsi ricoverare nell’ospizio di Vallauris, dove rimase fino alla sua morte. Il totale oblio. Proprio lui, che aveva guadagnato una fortuna con i suoi romanzi, osannati dalla critica, e con le sue opere teatrali, si era ridotto in povertà e viveva in totale solitudine. Fino al giorno in cui si imbatté in un articolo di giornale, in cui si annunciava “la triste scomparsa del compianto autore André de Richaud”.

Ecco come nacque Je ne suis pas mort, che in italiano ho tradotto col titolo Sono ancora vivo.

Perché ho scelto questo titolo? Perché la musicalità del testo in francese non sempre ha una corrispondenza esatta in italiano. Non sono “ancora” morto avrebbe reso meglio l’idea del tono beffardo e sprezzante, ma non avrebbe restituito ai lettori italiani lo stesso messaggio di vita – e non di morte – che ho ritrovato già dalla prima lettura, quella sera, da me, un po’ stordito per le birre e per le risate, ma abbastanza lucido da intuire che, anche stavolta, mi trovavo davanti a un’opera necessaria, ed era mio dovere portarla al più grande numero di lettori possibile.


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2 pensieri riguardo “Perché abbiamo pubblicato Sono ancora vivo, di André de Richaud

  1. Spero tu possa perdonare se mi ripeto, perché l’ho scritto più volte in questi giorni, nei vari post dove hai pubblicizzato l’uscita di questo libro e quindi perdonami, ma lo voglio dire nuovamente: non vedo l’ora di leggerlo!

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