Ci siamo scagionati alla conquista della grandezza. Salpando sulle stelle, abbiamo appreso le arti senza padrone. Quante volte, coricati sui granelli di sabbia, ci siamo rivelati sostenitori delle marmoree statue greche. Chiudevamo gli occhi sui teli, in riva al mare, e discorrevamo circa le forme del Bacco di Michelangelo: come faceva a essere talmente maschile, ma al contempo fortemente femminile?
E nel gran calore estivo, il sudore traballava sui nostri corpi impegnati in perpetui movimenti aerei.
Che dolce, il nostro primo sguardo.
Avevo bisogno di qualcosa di fresco, che fosse in grado di placare il fuoco del mio petto e mi rivolsi al barista del chiosco dello stabilimento balneare. Stavi seduta su un inaffidabile sgabello, purissima e assorta, sospesa e lucente. Perché esitasti nel ricambiare gli occhi che io posavo su di te? Attesi mille anni ma, poco dopo, mi donasti le tue ciglia. Nessun gioco di pudore: noi due eravamo fatti per la libertà. E come le tenevi strette a te le tue infradito, deambulando sulla spiaggia con me, a notte fonda. Le abbracciavi così forte che sospettavo temessi tutte quelle verità sulla tua persona che io ti costringevo a mostrare. Ma c’è una verità in tutti questi ricordi: io non ti avrei potuta amare se la mia mente non fosse stata composta di rose e di campi.
Torno indietro a quell’estate, che grande amore…
Torno indietro e i miei occhi mi avevano fatto credere di aver incontrato il Paradiso dei santi.
Li perdono, occhi, vi meritate una bella tregua e per questo motivo vi perdono. Non c’è guerra più ostica dell’accettazione. Mi siedo sulla stessa sabbia che soleva baciarti i piedi nudi come Maria sulle spoglie del figlio mai rinvenute.
Rifletto.
Forse era della foschia di quel bar che mi sono infatuato. Se ti avessi vista bene, e non nella penombra, in questo ridicolo momento tu vivresti in un passato che riuscirei a lasciare in fondo alla strada. Ed io, quest’ultimo, lo saluterei con un cenno svelto per poi mai più voltarmi. Ho sognato di camminare nel senso inverso. Ero talmente gonfiato dalla certezza di percorrere la retta via che mi sono imbattuto nel burrone di quella settimana insieme.
Ho compreso, nei ricordi, di aver sbagliato strada.
Perché era troppo comoda, ben asfaltata e tranquilla per essere quella giusta. Nei frammenti di memoria che mi piangono addosso ho trovato un nuovo sorriso.
È un’insolita apertura della bocca, alberga sul piano astrale della nostalgia e su quello reale della solitudine.
Pare il sorriso di un pazzo. È così triste e deluso.
Non posso far altro che avvicinare le mie trentadue mattonelle bianche alle torbide molecole d’aria.
Eri furba, eri la mia volpe che mi mordeva il labbro quando ero in procinto di addormentarmi.
Eri magnifica, splendida. Eri le mie parole le mie membra, la mia amante la mia amata, la mia libertà la mia ironia.
Io non desideravo ridurti al tuo essere femmina. Eri donna e molto altro, eri l’anima del mondo.
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