di Matteo Colombo
Capita spesso, dopo aver letto certe storie, che rimanga nel nostro cervello un’eco singolare. È come sentire il mare in una conchiglia: il mare non c’è veramente, ma trasmette a noi l’illusione di un correlativo oggettivo che ci fa sentire come se camminassimo pacifici sulla battigia colpita dalle onde.
Nel caso de L’età dei figuranti, quello che resta alla fine del romanzo è un sapore amaro, quasi bruciato. È il sapore di un’amicizia finita, di rapporti gettati al vento, di svendita di ideali per l’ottenimento di un potere economico e sociale che, come diceva un politico più di quarant’anni fa, logora chi non ce l’ha.
Tale logorio è trasmesso anche a chi legge, immerso in un universo da Bildungsroman rovesciato, dove l’evoluzione dei protagonisti è in realtà, in un caso, un’involuzione o evoluzione negativa e, nell’altro, l’impossibilità di una vera uscita da uno stato di minorità che kantianamente potremmo imputare alla protagonista stessa. Il dualismo che pervade tutta la vicenda è una forza che tira le aspettative del lettore verso due poli opposti e nello stesso momento e che non può far altro che risolversi in un elastico, producendo un senso di frustrazione o rassegnazione.
Questo dualismo porterà anche i lettori inevitabilmente a dividersi in due fazioni: chi resterà fedele a ideali di libertà e giustizia, anche a costo di una vita precaria, inevitabilmente portata avanti a colpi di protesta, ansiolitici e cibi precotti, e chi, invece, sarà portato a riconoscere la selezione naturale e la cruda legge dell’homo homini lupus est e che abbraccerà la capitalistica logica del successo, al di là di ogni bene e ogni male.
Questo stesso meccanismo permea le ambientazioni del romanzo, inevitabilmente elevate a status symbol di quello che già realisticamente rappresentano. Biella, poco più di un paese coi suoi 40mila abitanti e lo sguardo alle colline. Non è solo l’ambiente di campagna, è la provincia da cui i giovani, con o senza motivo, scappano, stretti da un ambiente che li condanna a un futuro senza possibilità di distinguersi, emergere, migliorarsi o anche solo rischiare. Dall’altra parte Milano, la città del Bosco Verticale, di City Life, del FTSE MIB, delle possibilità di carriera e di tutto ciò che questo nasconde. Il prezzo del successo non è mai basso, esige una maschera indossata 24 ore al giorno, la svendita della verità e la perdita dell’innocenza tipica della giovane età e del nido familiare. Tutto questo si intreccia con le logiche della corruzione: mai tema fu più attuale, visti i recenti scandali edilizi che hanno investito la città più europea d’Italia, caratterizzata dagli affitti più alti degli ultimi anni e dai costi delle case che possono raggiungere anche i quindicimila euro al metro quadro nelle zone più prestigiose. Ed è proprio da qui che parte lo schema a scatole cinesi del romanzo, in cui l’ambiente principale detta le regole che poi vengono adottate da tutto ciò che contiene, in un percorso mosso dal macroscopico al microscopico. Anche il contesto dei media e della comunicazione tipicamente milanese in cui si sviluppa la storia ha un sistema di maschere e di rapporti retti sull’apparire: le rinomate pubbliche relazioni in cui lavora Emanuele diventano la personificazione di uno spazio in cui i rapporti tra essere umani sono basati su una generale ipocrisia, in cui è utile essere in buoni rapporti con gli altri al fine di trarre un vantaggio economico, un’entrata extra o anche solo dei biglietti omaggio per il concerto più atteso dell’estate. In un’atmosfera condita spesso da musica, celebrità e alcool raggiungere l’estasi è fin troppo facile. Importante è, nuovamente, comunicare falsamente sulle proprie reti sociali agli altri, siano essi amici, collaboratori o capi, che si è sulla cresta dell’onda, in attesa di una pioggia di reaction e commenti che possano fornire la giusta dose di dopamina. E così poi questo stesso microcosmo lavorativo e sociale si riflette ancora più in piccolo nell’intimo della personalità del protagonista che diventa vittima (volontaria) del sistema. Da qui, attraverso un continuo esercizio di mistificazione della realtà svolto per esaltare o salvare la faccia al ‘Ragno’, Emanuele finirà per cedere e perdere la sua identità, cadendo vittima del suo stesso lavoro di falsa immagine pubblicitaria e divenendo un ingranaggio ben oliato del sistema e perfettamente integrato in esso.
Dall’altra parte resta Allegra, fedele ai suoi ideali di ragazza femminista e di sinistra, che la città rigetta: costretta a fare la cameriera per sopravvivere, a suo agio solo nei quartieri più degradati e in difficoltà della metropoli. Il suo essere refrattaria alla conformazione e alla maschera la rende anche refrattaria alla felicità e a Emanuele, ormai perfettamente ingaggiato. All’inverso di una calamita, in questo caso, i poli opposti non possono far altro che allontanarsi sempre più. Anche se il finale resta aperto, sembra che l’unica strada possibile per Allegra sia ritornare al paese natio, in un ritorno alle origini molto simile a quello di Anguilla – Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
Il mondo disegnato dal romanzo impone una scelta netta con conseguenze altrettanto nette. Se si vuole andare avanti qualcosa bisogna lasciare indietro, siano essa l’idea di un mondo migliore, l’innocenza dell’infanzia o l’amica del paesino. D’altro canto, la scelta di coerenza intellettuale resta una condanna a una vita di stenti e a quel sapore di caffè bruciato che sembra di sentire alla fine.
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