San Valentino non è un uomo. Prima ancora di essere romantico per me l’amore è stato affetto e sorellanza. C’è chi soffre la condizione di single, chi soffre per la mercificazione dell’amore e le aspettative che la società rigurgita su questo sentimento e poi ci sono coloro che festeggiano il Galentine. Galentine deriva da Valentine (dall’inglese: Valentino) e gal (ragazza in slang inglese) ed è la tendenza sempre più diffusa tra le giovanissime di festeggiare il 14 febbraio con le proprie amiche scambiandosi piccoli pensieri, trucchi, cosmetici, intimo, oggetti per la cura personale e chi più ne ha, più ne metta. La versione di me più pungente non può che vedere in questo fenomeno di costume il tentativo del marketing di guadagnarsi una fetta più ampia di consumatori, a cui propinare confezioni regalo con i cuoricini a prezzi esorbitanti. La parte di me più sognatrice, invece, vede in questo fenomeno un gesto di cura, celebrativo dell’affetto intrinseco all’amicizia, la festa di chi non ha bisogno di un partner per festeggiare San Valentino e che non passa questo giorno a piangersi addosso se non riesce a trovare l’altra metà della mela.
Crescendo ho portato con me questa consapevolezza: San Valentino è una giornata per celebrare l’amore. E l’affetto e l’amicizia sono forme di amore. Ho sempre festeggiato il 14 febbraio: ricordo me e mia sorella bambine leggere i bigliettini delle praline come fossero laconiche massime di vita, le piantine dai fiori rossi che mio padre regalava a mia madre. Ricordo anche i lavoretti fatti durante l’ora di inglese alle elementari e quella poesia che iniziava con Roses are Red my love, Violets are blue… Al liceo, gli unici uomini di cui mi importava erano Byron, Keats e Shelly. L’amore, l’ho sempre preferito sulla carta piuttosto che sulla pelle, come se avessi percepito la discrepanza tra i grandi sentimenti nella letteratura e quelli, più deludenti, della vita reale. Nemmeno fossi stata l’educanda di un collegio, le mie amiche erano tutte donne, ci consumavamo la lingua a furia di discorsi sui libri, sulla mitologia o sull’arte. Ero capitata in una classe di undici ragazze, undici anime stupende che oggi non fatico a chiamare amiche, famiglia. Non mi hanno mai fatto sentire sbagliata a causa dei miei interessi atipici, del mio carattere ironico e tagliente o per essere in ritardo con le esperienze di vita. Non sentivo affatto la mancanza di un ragazzo.
I san Valentini del liceo sono quelli che ricordo più vividamente: una volta, parlando con un’amica, le dissi che avevo sempre sognato di ricevere una scatola di cioccolatini a forma di cuore e una rosa. Il giorno dopo, me li fece trovare sul banco insieme a un origami fatto con le pagine del canto dantesco di Paolo e Francesca. Nessun ragazzo di quell’età avrebbe avuto la sensibilità giusta per farlo. Una volta, scrivemmo dei bigliettini per le nostre professoresse preferite. I miei erano scritti con l’inchiostro rosa, erano citazioni letterarie: Balzac per la professoressa di francese, Shakespeare per quella di inglese, Socrate per quella di filosofia. Negli anni, dalle mie amiche ho ricevuto tanti regali, ma la cosa più speciale è ancora oggi ricevere i biglietti rossi: quelli, li manda solo una mia amica, una di poche parole e gran ritardataria. Sono scritti su questa carta rossa, liscia liscia, con il bordo strappato a mano, se ci si passa sopra il dito si sentono i solchi della sua grafia calcata. Lei è una grande ritardataria: l’anno scorso il regalo per il Galentine me lo ha dato a settembre.
Non sono mai riuscita a scindere questa festa dalle donne: se penso all’opera più romantica in assoluto penso a una donna, Virginia Woolf e al suo Orlando. Penso a questa donna straordinaria perché la sua vita, per quanto dolorosa, dimostra quanto l’amore trovi sempre un modo di perpetuarsi, anche tra le ferite. L’amore è come l’acqua: si infiltra in ogni anfratto, riempiendolo. Virginia Woolf soffrì tanto ma amò anche tanto: a cominciare da suo marito, benché fosse lesbica, segno che l’amore non ha mai una forma semplice ma è un solido complesso dalle mille sfaccettature. Vita Sackville-West fu la donna della sua vita. Penso all’Orlando: la più lunga lettera d’amore mai scritta, così lo definì Nigel Nicolson, figlio di Vita, a cui il romanzo è dedicato. Una lunga lettera d’amore che l’autrice scrisse ispirandosi in toto alla personalità eclettica e anticonformista della sua musa, che negli anni ‘20 usava vestire abiti tanto femminili quanto maschili e che amava le donne proprio come il personaggio di Orlando. È un’opera potente: si dice che il romanzo sia stato scritto durante un momento di crisi della loro relazione e dopo la sua pubblicazione le due siano tornate insieme.
Non sono mai riuscita a scindere l’amore dalle donne. Perché a eccezione del mio papà, l’amore che mi ha cresciuta, scelta, celebrata ha avuto sempre mani femminili. Quindi, ode a Santa Valentina e all’amore sororale.
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