C’è un chicco di riso che non mi va proprio di raccattare da terra. Lo osservo da giorni e penso che, se dovessi raccoglierlo, significherebbe che il tempo è finito e questa non è un’osservazione che mi lusinga. Piccolissimo, giace bianco e inerte sul legnoso parquet. Spero che mai nessuno ti mostrerà le vicissitudini aggrovigliate dei sogni del tempo. Se lo prendessi con una pinzetta, forse, non sarei io la vera carnefice, ma l’oggetto metallico. O, perché no, soffiandolo fino alla soglia della porta di casa, potrei dire a tutti che è stata colpa del vento. L’aria, si sa, è un’incorreggibile bambinetta. Aria, mi volevano chiamare. No, resto felice del mio nome. Io sono Luce e non mi piace asportare i pallidi chicchi di riso dal pavimento. D’altronde Luce è un gran bel comprensorio di tutte queste rabbie di ieri che ancora indosso. Luce è come il colore nero: si vanta di essere il risultato dell’addizione di tutti gli altri. Io, addizione d’ogni cosa. Annullamento. Non c’è un giorno che io passi senza mal di testa.
Il chicco di riso mi aiuta ad accettare il flusso inesorabile di quello che ci raccontavamo sulle panchine di Piazza Navona, le nostre bocche si muovevano più veloci delle mosche, un duello messo in atto? No, una giusta conversazione tra amanti.
Non mi va più di usare le mie labbra, per nessun motivo. Bevo brodo ogni sera, per avere un obbligo infimo: pseudo-aprirle.
Sta diventando tutto pseudo: pseudo-filosofia, pseudo-cinema, pseudo-intelligenza. Ma quando hanno iniziato a piacere le allusioni? Chi è l’artefice di questa tortura? Vedo un chicco di riso bianco e non lo colgo come un fiore poiché mi ricorda il dannatissimo tempo che sta infierendo sulla mia persona. Non vado a messa da quasi otto anni, ma il chicco di riso bianco mi fa vedere Dio. Mi manca, Dio. No, non Dio, mi manca credere in e per qualcosa, qualcuno. Se è proprio vero che l’amore è la religione degli atei, allora lasciatemela professare. E se tutto iniziasse da un chicco di riso? Non potrebbe, quindi, essere un incipit coerente? Uno slancio iniziato da un atto non eseguito: togliere quello stramaledettissimo chicco di riso dalla mia vista. Penso a quello che mi piace. Provo a stilare, in maniera approssimativa, una lista.
Mi piace quando i bambini cadono.
Mi piace anche trattenere la risata davanti ai loro genitori.
Mi piace la vecchia musica italiana, i vecchi film italiani, la vecchia libertà di parola italiana.
Mi piace dire che ho voglia di dolce, ma poi non finirlo quando è davanti a me.
Mi piace andare a buttare la spazzatura e osservare chi trovo in quel momento serale.
Mi piace non rendermi presentabile per giorni, sguazzare nelle condizioni più malsane.
Mi piace fare una lista delle cose che mi piacciono, sembra quasi che io abbia una sorta di autorità.
Mi piace Carmelo Bene. No, io amo Carmelo Bene.
Mi piace anche la persona che mi ha fatto conoscere Carmelo Bene ad una festa.
Mi piace leggere i libri delle donne che hanno amato i poeti, perché io amo loro.
Mi piace la Luna e dire che mi piace la Luna, sembrando ancora una quindicenne.
Mi piace, infine, desiderare una cosa e poi non averla. Voglio solo desiderarla.
Sarei pronta alla Luce, se si dovesse presentare così, dal nulla estremo, a bussare?
Libertà, ci si immagina di svegliarsi col sorriso, ci si immagina troppo. Si dovrebbe spalancare la bocca per aria, gridare d’amore e di sogni. Siamo tutti, un po’, concepiti per questo. Si mettono fra le virgole tante parole: come una casa sicura, le virgole sono delle recinzioni fresche di pittura, non si aspira ad altri posti se il pensiero alberga fra due segni linguistici talmente corporei e caldi. “Ricordo ancora” non mi piace. Ecco, aggiungerei alla lista: “Ricordo sempre”. Perché è la verità.
Chiudo il taccuino marrone. La casa è vuota. Io non sono in grado di riempirla. Mi rammarico di questa consapevolezza: io non riempio una casa. La solitudine dovrebbe essere un vanto in questa società, eppure aleggia sul mio capo fungendo da rimprovero materno e moralista. Quando si è spenta la mia Luce? Forse ho mentito anche prima: tendo a farlo per accomodare la mia realtà a quelle altrui. Ho detto, parzialmente, il falso perché, in realtà, Dio mi manca. Per “Dio” intendo andare a messa, da piccina, con mia nonna Ada e avere le ginocchia rosse, spiare la sua grande figura, che adesso io sovrasto immensamente. Spiare, anche, le altre teste chinate verso il basso, solamente per il puro gusto di cogliere qualcuno nell’atto della trasgressione della sacra cerimonia. Nonna, sono Luce. Il mio corpo era piccolino, il tuo, un pupazzo da stringere. Mi perdevo nella tua stretta, non avrei mai più voluto ritrovarmi. Invece, adesso, mi trovo con le spalle al muro. Non è questione del cercarsi. Cercare sé stessi è una costruzione capitalistica che vi hanno imbacuccato affinché spendiate miliardi in una vacanza programmata. È questione unica di trovare la Luce.
Ricordo Sempre il battito del cuore di mia nonna. Era un promemoria della vita, non quella che stava per cessare, bensì quell’altra, quella che stava per nascere. Mi spiace notare di essere divenuta alta e snella in confronto a mia nonna.
Se avessi potuto, non sarei cambiata affatto.
Non sarei cambiata al-Fato. Ma nessuno ha potuto. Tra qualche minuto compirò venticinque anni, ma io, personalmente, non ho mai compiuto nessun anno della mia vita. È giunto il momento di cercare la Luce.
Quando, amante, mi hai detto: “Ti chiami Luce, ma non la emani” il mio mondo si è disintegrato di pari passo con la mia espressione. Non posso parlare adesso, vado a trovare la Luce.
“Correvamo, senza neanche rendercene conto. Volevamo solamente possedere il fiore più bello del campo. Facevamo sempre a gara, e non c’era assolutamente nulla in palio: era solo il gusto di avere una cosa bella tra le dita”.
Nonna Ada sedeva sulla sua sedia pagliuzzata in un caldissimo pomeriggio estivo. Mi raccontava tutto.
Io, ascoltavo muta. Eppure, solo Dio sa quanto mi sarebbe piaciuto urlare dalla gioia che i suoi ricordi provocavano in me.
“Io vorrei che tu avessi una cosa bella tra le dita, anzi, vorrei ne avessi talmente tante dal non saper scegliere a quale oggetto porgere la massima attenzione. Ma, non te lo nascondo: ogni notte mi inginocchio e prego la Luce che venga da te, correndo, come eravamo soliti correre noi, nel campo”.
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