Crescere in una città violenta come Napoli, con la consapevolezza che la violenza non è soltanto nelle mani, ma è soprattutto nelle parole, mi ha insegnato a riconoscere la bellezza e a inseguirla in tutto ciò che scrivo, oppure, come in questo caso, in ciò che leggo. Parlo di bellezza perché soltanto leggendo storie di antieroi che affrontano il male dentro e fuori della mente, so apprezzare quello che viene dopo il loro passaggio nella mia vita, sulle pagine con cui la rattoppo.
Avevo letto La Virgen de los sicarios per la prima volta sei anni fa. Me lo aveva fatto scoprire una ragazza di Medellín, durante un tragitto in auto con il blabla car tra Annecy e Milano. Mi aveva raccontato che oggi la sua città è molto cambiata, e quegli stessi luoghi descritti nel romanzo come scenari di perdizione e guerriglie tra bande sono ormai diventati luoghi turistici, con scale mobili e tour organizzati. E mi aveva detto che c’era anche il film, che avrei fatto prima, perché il film lo puoi guardare anche mentre fai altro, invece il libro devi tenerlo in mano.
Ho amato subito la lingua, quello spagnolo musicale, pieno di espressioni e parole usate solo in Colombia. Mi sono portato il libro con me per qualche giorno. Quando scopro una storia che mi piace, tendo a rallentare il ritmo della lettura a mano a mano che vado avanti, perché non voglio lasciarla, non voglio che finisca e tutto ritorni buio e vuoto, come i giorni senza libri.
La scrittura di Vallejo è asciutta e diretta, è riuscita a superare anzitutto il limite stilistico del realismo magico. Vallejo non cerca metafore, giri pindarici, introspezione, non cerca redenzione, o meglio, lo fa (chi di noi non lo fa appena prende una penna in mano?) ma lascia che sia l’immagine a dirlo, lui si limita a offrirtela, nuda, forte, piena di una verosimiglianza con quel circo assurdo che chiamiamo realtà, con l’umorismo nero di chi conosce l’odio e le sue conseguenze. E tu vai avanti e ti dici: non è possibile che il modo sia questo. E invece è proprio questo. La conta dei morti. L’impossibilità di essere onesti. L’aggressività di chi non è nato felice e vuole privare te di questo dono.
L’anno scorso, poi, il mio amico e consigliere Alex (che non a caso è un libraio) mi ha detto: perché non lo traduci per Articoli Liberi? Così ho cercato i diritti e ho preso il libro. L’ho tradotto, ogni pagina una pugnalata, sentivo tutto, le voci, i gesti, quella rabbia ancestrale e implacabile così simile al sud dell’Italia, eppure una poesia nella lingua e nel modo di raccontare teneramente il male. Il romanzo è uno spaccato di un’epoca in cui a Medellín morivano decine di ragazzi ogni giorno, tutti vittime, tutti sicari. E poi è una storia d’amore, un amore così vero e travolgente da sembrare surreale.
Il protagonista è – e deve essere – parte dell’autore, per dare del tu a chi ti leggerà, prenderlo per mano e raccontargli con la confidenza di un vecchio amico quello che non vedrà tra le righe, ma che avvertirà fortissimo. Perché Vallejo in quelle strade piene di spari, su quella finestra che dà sul nulla e su tutto, ci è davvero stato. Quel ragazzo, lo ha davvero amato, non si è divertito a inventare la storia di due amanti. Se l’amante sei tu, scriverai il vero. E il vero non ti lascia molte opzioni quando stai per avviarti verso la fine; non c’è divertimento se scrivi come Vallejo: un romanzo come questo ti devasta, ti scava talmente nel profondo che ti chiedi se è il tuo mestiere forse a essere un dono, oppure è soltanto una condanna. E ancora una volta, per la tua natura inappagabile, ti ripeti che non saperlo è la tua più grande fortuna.
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…grazie Franco lo leggerò sicuramente! Deve essere una storia davvero appassionante! In arrivo per il tuo periodico un mio nuovo articolo!
Fedele