Le anime scalze di Maram al-Masri

di Marisa Paladino

La poetessa siriana Maram al-Masri conserva ricordi contraddittori di Lattakia, la sua città natale affacciata sul Mediterraneo, ad appena venti miglia marine da Cipro. Famosa per il Festival dei fiori, nei lontani anni ’60 della sua infanzia era riuscita ad esprimere la classe dirigente che prese le redini del potere in Siria, pagando però un altissimo prezzo, costato una feroce repressione degli oppositori e diversi colpi di stato che portarono al potere Bashar al-Assad. Si viveva intrappolati dentro un comune senso di isolamento ed una continua paura di essere spiati e denunciati, ha raccontato in diverse interviste Maram al-Masri, con le persone che si spiavano fra loro all’interno della comunità, tra famiglie e se non piacevi a qualcuno, partivano subito le informazioni per la polizia segreta sulle tue posizioni anti-governative. E la famiglia di Maram al-Masri era di altre idee. Lei ricorda che al liceo vestiva all’occidentale, indossava la minigonna, andava a ballare e parlava con i ragazzi, studiava senza problema letteratura inglese all’Università di Damasco e in Inghilterra, una vita, la sua, dissonante con il sentire che la circondava. Maram al-Masri si innamora addirittura di un ragazzo cristiano e questo scandalo le costa l’abbandono degli studi, le minacce da parte dei servizi segreti che l’intimidiscono, chiedendo delazioni sugli impiegati che lavoravano con lei nell’azienda americana dove si occupava di traduzioni. È l’inizio di una vita di ricatti e di terrore. Accetta così il matrimonio con chi aveva chiesto la sua mano, ma solo per uscire dalla Siria, infatti nel 1982, lei era appena ventenne, la coppia si rifugia a Parigi. Il livello di cultura elevato di entrambi non le risparmia violenze a livello domestico, che aumentano quando la donna decide di separarsi. Il marito rientrerà in Siria e ordirà il rapimento del figlio di 18 mesi, separato così brutalmente dalla madre, un figlio che Maram al-Masri rivedrà solo dopo tredici anni. La sua lontananza dalla Siria non le impedisce di sentirsi vicina alle sorti del suo popolo, soprattutto quando ha inizio la sanguinosa guerra civile nel 2011, che porterà anni di distruzione, e centinaia di migliaia di morti, oltre un numero enorme di sfollati e profughi. L’eco di questa barbarie, non disgiunta dalle violenze personali subite, la porteranno a riflettere sull’odio e la sopraffazione, mentre matura una più cosciente e rinnovata ispirazione poetica. A dispetto di tanto orrore, la poesia e la scrittura saranno la salvezza di Maram al-Masri, con versi che inizialmente si aprono alla bellezza ed al desiderio amoroso, per assumere poi una valenza taumaturgica, capace di sublimare il dolore subito. La poesia diventa allora militante, un forte appello perché ci si affranchi dalla cultura della sopraffazione. Maram al-Masri trova il coraggio di raccontare il dolore di un primo schiaffo, cui ne seguirono molti altri, fisici o morali, come succede a tante donne oggetto di crudeltà corporale o mentale. Cosa ho fatto? La domanda diviene pubblica, in una prefazione ad una sua raccolta di poesie, pubblicata in Italia nel 2011, Maram al-Masri risponde di aver pianto d’impotenza, innanzi tutto. La coscienza, poi, si è allargata a riflettere sull’orrore che ogni violenza genera, a tal proposito scrive: “Ciò mi ha permesso di avere una conoscenza più acuta della razza umana e di comunicare in maniera più stretta con tutte quelle e tutti quelli che soffrono per qualche tipo di violenza. Perché non sono solo le donne ad essere vittime, ma anche interi popoli, bambini, anziani, i soggiogati, gli umiliati di ogni tipo e di ogni paese”.

Il suo canto diventa così il canto per la sua terra martoriata, oltre accoglienza del suo personale dolore, questo serve a farla rinascere all’odio di genere ed alla devastazione del conflitto siriano. Maram al-Masri scopre che i suoi versi possono armarsi di coraggio e capisce di avere determinazione e capacità di combattere, oltre che di resistere. La pubblicazione del primo libro di versi Ti minaccio con una colomba bianca nel 1984 a Damasco è casuale, lo deve al fratello Mundhir che ritrova gli appunti di lettere d’amore che la giovane sorella indirizzava ad un suo amore dell’adolescenza. Seguiranno anni di silenzio e di maturazione, in quello che la poetessa considererà il suo esilio parigino. Con la raccolta di versi Ciliegia rossa su piastrelle bianche pubblicata a Tunisi nel 1997 Maram al-Masri conquista fama e visibilità, mentre nel marzo 1998 riceve il premio del Foro Cultural Libanés in Francia, presieduto dal poeta siriano Adonis. Il libro sarà tradotto in spagnolo, francese e inglese, intanto apprezzamenti lusinghieri arrivano proprio da quest’ultimo, che riconosce in lei la capacità di dare voce e forma linguistica alla femminilità, parlerà infatti di “labirinti dell’erotismo”, mentre la denuncia politica e sociale s’intreccia ad un mai sopito desiderio di armonia. Ti guardo è il suo terzo libro, pubblicato inizialmente a Beirut nel 2000 e nell’agosto del 2009 da Multimedia Edizioni (traduzione dall’arabo di Marianna Salvioli), un canzoniere d’amore nel quale luminosità e tenebre avvolgono il più difficile dei sentimenti, quell’amore dal quale si viene attratti senza scampo, in un misto di bellezza e sofferenza. Nella prefazione del libro Anime scalze, pubblicato nel 2011 dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia, Maram al-Masri aggiunge un ulteriore tassello alla valenza militante della sua poesia, dando voce a tante sconosciute donne, vittime di abusi, da questo la scoperta di una mutua vicinanza ad ogni forma di sopruso, perpetrato anche nei confronti di interi popoli, bambini, anziani, di soggiogati, di umiliati di ogni tipo e di ogni paese. Un afflato che diviene universale nei confronti di tutti i derelitti e sopraffatti di ogni latitudine, l’orrore del mondo che cammina con l’orrore della mano traditrice di ogni uomo che commette una violenza nei confronti di una donna, e lei a tutte queste donne sottomesse e angariate è vicina.   

Le ho viste

Le ho viste.
Loro,
i loro volti dai lividi celati.
Loro,
gli ematomi nascosti tra le cosce,
Loro,
i loro sogni rapiti, le loro parole azzittite
Loro,
i loro sorrisi affaticati.

Le ho viste
Tutte
Passare in strada
Anime scalze,
che si guardano dietro,
temendo di essere seguite
dai piedi della tempesta,
ladre di luna
attraversano,
camuffate da donne normali.
Nessuno le può riconoscere
Tranne quelle
Che somigliano a loro.

(trad. Raffaella Marzano)

I loro nomi Yasmina, Fatima, Atfé, Aminata, Sawan, etc. ma anche Madame Charles, Madame Chevrot, Madame Sigard o Marie-Pierre, Pascale, Josette, etc. e poi i lori figli e le loro figlie che hanno paura di tornare/e non trovare più/ la mamma, che vedono la loro mamma piangere …dici che è la cipolla/ma non hai le cipolle/fra le mani ho mangiato tutta la mia zuppa/e tutti gli spinaci/così presto/diventerò grande/e potrò proteggerti.

La poetessa adesso ha chiaro il senso di fare poesia. I versi sono la voce del suo personale dolore che incontra il dolore delle altre, mentre tra lacrime impotenti si fa strada il lievitare di una coscienza individuale e politica più acuta, capace di dare forza, di fare riflettere, di scegliere il coraggio della denuncia. È stata definita anche cantrice della naivité cioè dell’ingenuità, del candore innocente dei sogni rubati, dello slancio d’amore che non restituisce lo schiaffo ma schiude orizzonti per rivendicare il proprio diritto alla libertà e alla vita; mentre ai tanti corpi femminili abusati fa eco la condizione di una Siria da tempo anch’essa abusata, come un corpo che soffre di privazioni di ogni specie, non ultima l’impossibilità di decidere sul proprio destino usando gli strumenti della democrazia. Elle va nue la liberté edita nel 2013 da Edizioni Bruno Doucey, in lingua araba e francese, è una raccolta di poesie che nasce dal rammarico di Maram al-Masri di trovarsi in esilio quando scoppia la rivoluzione siriana; le uniche fonti di conoscenza del dramma che sta attraversando il suo popolo sono video, post e immagini rimandate sui social media, mentre un senso di colpa per la lontananza assale la poetessa, misto ad un profondo e lacerante dolore. Si definirà esule e in quelle pagine scriverà: “Noi, gli esuli, vaghiamo nelle nostre case lontane come gli amanti si aggirano nelle prigioni, sperando di vedere l’ombra dei loro amanti. Noi, gli esuli, siamo malati di una malattia incurabile. Amare una patria messa a morte”. Al figlio che in Siria è schierato contro il regime di Assad ed ai tanti giovani combattenti, in quelle regioni medio-orientali martoriate da guerre e regimi oppressivi, giovani che chiedono libertà, pace e democrazia Maram al-Masri dedica questa poesia.

Lettera di una madre araba al figlio

Poiché la libertà
è un’esplosione delle corde
di un cuore
che non ne può più.
È il canto delle sirene
rivolto ai marinai coraggiosi.

Poiché la libertà
è la più bella tra le belle
dea della saggezza
amante dei forti.
Con passione amala.

Poiché è il paradiso del fuoco
che inizia con una scintilla
come la poesia con una parola
come l’amore con un bacio
è la più cara tra le care.
Trasformati in lei.

Che tu sia, figlio mio, la goccia d’acqua
che legandosi ad altre gocce
formerà l’onda
che laverà la costa del mondo
e smusserà la roccia tagliente.

Che tu sia, figlio mio, il soffio che si unirà all’aria
Affinché la tempesta strappi via
le radici dell’ingiustizia.
Che tu sia scintilla
di luce.
Che il sole della libertà illumini il tuo Paese.

La tua vita mi è cara,
come quella dei figli di tutte le madri.
Io ti consacro, figlio mio,
alla libertà.

(trad. di Bianca Carlino)

Ella ha oramai chiari i motivi ispiratori della sua poesia ed accetta di mettersi a nudo nelle vicende più dolorose della sua vita, incluso il rapimento del figlio di 18 mesi, evento autobiografico che ispirerà la raccolta di poesie Le rapt, edita nel 2015 da Edizioni Bruno Doucey, in versione bilingue francese e araba, tradotta in Italia nel 2020 con il titolo La lontananza dalla casa editrice Medinova. La poetessa riesce ad uscire dalla propria solitudine scrivendo, immedesimandosi nell’altro e liberando in tal modo sé stessa, mentre la dolorosa condizione di migrante è salvifica, perché le chiarisce le ragioni del suo atavico dolore, dando senso al suo vissuto. In un’intervista per l’allestimento di uno spettacolo teatrale ispirato alla raccolta Anime scalze la poetessa racconta di come abbia scoperto la determinazione come motivo di rinascita per lei, è accaduto in una metro di periferia a Parigi, quando un sorriso ha innescato il suo riscatto poetico. “Era quello di una donna che frequentava un centro antiviolenza nella banlieue parigina. Un centro seminascosto perché i mariti violenti non possano raggiungere le loro mogli. Ho pensato, se lei riesce a sorridere, perché non io? Lì ho incontrato donne afghane, vietnamite, francesi, donne col velo diplomate che sono prigioniere della paura. Ho raccolto le loro testimonianze e quelle dei loro bambini, spesso terrorizzati, e le ho trasformate nelle poesie di Anime scalze. Perché io sono loro e loro sono me”. Maram al-Masri ha compreso, allora, che “la poesia è un avvocato dei poveri, per missione ha quello di difendere la gente” e che non si può diventare complici dei soprusi. Ha confessato un sogno ricorrente, diventare un giorno un uccello dalle ali spiegate che arriva a sorvolare la sua nazione, finalmente libera e risorta dalle macerie. La poetessa franco-siriana, donna di lettere e di parole, intanto vola indietro di oltre un millennio nella Spagna islamica, ritrovando radici antiche in una figura non molto nota, ma certamente leggendaria, quella di Wallada, principessa arabo-andalusa figlia del califfo di Cordova al-Mustakfi, vissuta per circa novant’anni sin quasi alla fine dell’XI secolo. A questa donna, colta e amante delle lettere, Maram al-Masri ha dedicato il suo ultimo libro Il ritorno di Wallada, edito nel 2022 da Casa della poesia/Multimedia Edizioni (traduzione Raffaella Marzano e Maram al-Masri). Questa poetessa, definita la Saffo andalusa, era animatrice di un cenacolo letterario, coltivava per intero la propria individualità femminile e scriveva con la sua vita uno straordinario capitolo di modernità. Un suo emblematico verso: Per il volere di Allah, ricopro alte cariche e vado con orgoglio per la mia strada. Permetto al mio amante di baciarmi la guancia e concedo i miei baci a chi lo desidera (trad. di Alessia Pizzi) illumina la strada anche della nostra poetessa, che parimenti orgogliosa di sé, va cercando pace e libertà.


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