Primo Levi, autore di fantascienza

di Francesco Castronovo

Sui classici, recenti e meno recenti, pesa un grande equivoco: che leggerli equivalga a studiare, a tornare fra i banchi di scuola. Forse anche per questa bizzarra (ma non del tutto ingiustificata) associazione, i classici si riscoprono in età più matura: forse, quando la nostalgia inizia a battere il plettro sui nostri nervi, nell’accordo generale, pizzica anche la corda atrofizzata dei classici: “La scuola… che bei tempi! E Dante e Manzoni? Devo riprenderli! E il 900? Cosa so del 900: Pirandello… poi…?”

Le pagine dei classici pesano: se voltar pagina è un modo per dire lasciar perdere, trovare un’altra via, cambiare obiettivi e metodi, nel caso dei classici significa sollevare e voltare una pagina di un paio di Kg… è un’attività fisica e mentale tutt’altro che leggera! Il peso, poi, varia secondo diversi parametri: distanza dal lettore, argomento trattato, docente che l’ha spiegato, sofferenza con cui lo si è studiato durante gli anni dell’adolescenza, varie ed eventuali che a quel periodo associamo allo studio di questo e di quell’altro classico.

Ma il dossier dei classici comprende altre questioni: l’autore classico è di norma conosciuto per un testo o per una ristretta selezione di opere, cosicché nasce spontanea l’associazione di autore e di una sua (al massimo due, qualche fortunato anche tre) caratteristica principale (che diviene così La caratteristica per antonomasia), oppure quella di autore e una o qualche opera fondamentale (o imprescindibile o necessaria o straordinaria o rivoluzionaria o che esprime per eccellenza la mentalità dei tempi, summa dello scibile, vetta artistica… insomma, incollate voi il termine o le evolute perifrasi con cui questi poveri classici vi sono stati somministrati): un senso unico che rende poco attraente la lettura in solitaria del nostro scrittore classico: perché leggere un autore seguendo un percorso già battuto e conosciuto? Dove sta il brivido della scoperta? Dove il sentiero che posso tracciarmi come lettore dotato di una mia personalità, con le mie aspettative, le mie domande, le mie risposte, le mie delusioni?           

Nel mio caso, nella mia storia di lettore onnivoro, una svolta molto importante è stata la riscoperta di una produzione nuova (per me) di un autore classico: i racconti fantascientifici di Primo Levi. Prima, con il libro Ranocchi sulla luna e altri animali, visto per caso in una libreria, che mi ha attirato per la curiosa combinazione di un titolo bizzarro (Ranocchi sulla Luna? E che ci stanno a fare? Cos’è: una metafora?) unito a un nome noto per un altro (e importantissimo) libro, Se questo è un uomo.

Finito quel libro, un’antologia di alcuni racconti del noto scrittore, sono passato alla lettura integrale di Tutti i racconti di Primo Levi, edita da Einaudi (come di Einaudi è il libro precedentemente citato). Insomma, dalla scoperta di quei racconti eterodossi rispetto alla mia conoscenza dell’autore, sono stato ricondotto alle opere più famose e allo studio e all’approfondimento di alcuni aspetti che mi hanno incuriosito, tanto che oggi posso annoverare Primo Levi fra i miei autori preferiti, sia per genio creativo, che per capacità di scrittura.

Infatti, Primo Levi si dimostra un autore estremamente versatile, con una produzione letteraria che spazia dall’esperienza concentrazionaria, a quella fantascientifica (sotto la cui etichetta confluiscono racconti molto diversi fra loro), fino alle osservazioni di natura linguistica (in merito alla quale è stato scritto un bel saggio, agile e piacevole, di Gianluigi Beccaria, L’altrui mestiere”, edito da Sellerio).

Per renderci conto della qualità della sua produzione fantascientifica e della frizione che ha suscitato in relazione alla sua attività di testimone della terribile esperienza del lager, basta guardare alla prima pubblicazione di racconti fantascientifici, ricostruendone la storia in breve, seguendo la preziosa guida di Marco Belpoliti(il cui libro, Primo Levi di fronte e di profilo, edito da Guanda, si è rivelato un alleato e compagno di letture).

Il primo libro di racconti esce nel 1966, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. S’intitola Storie naturali. Ad un’intervista pubblicata sul quotidiano Il Giorno, del 12 ottobre 1966, sul motivo dello pseudonimo, Primo Levi rispondeva «[…] per segnare un distacco, una differenziazione di Se questo è un uomo, ho accettato la proposta del mio editore di firmare il libro con uno pseudonimo», scelta che lo scrittore opera per rispetto di quella parte dei suoi lettori che potrebbe avvertire una frizione fra i racconti del nuovo libro e i primi due, relativi all’esperienza del lager (Se questo è un uomo e La tregua), ma che lo scrittore stesso non percepisce in conflitto con la sua precedente produzione, dato che, prosegue nella stessa intervista: «Per parte mia, non sento alcuna contraddizione fra i due temi, e onestamente non credo di aver tradito nulla e nessuno; credo anzi che non sia difficile ritrovare in alcuni racconti i segni del Lager, la malvagità accettata, il cosmo ‘prepostero’, la follia geometrica.» (M. Belpoliti, Op.cit., p. 210). In effetti, la scelta del falso nome non serviva a nascondere l’identità dello scrittore, dato che nel risvolto di Storie naturali, è presente un testo di Italo Calvino, dove Primo Levi si rivela attraverso la pubblicazione di una lettera. Quindi, che si trattasse di un probabile gesto di pudore o di una possibile strategia di vendita, colpisce che il nome di Levi venga suggerito, quasi pronunciato sottovoce, ma non nascosto; segno dell’ambiguità di questa raccolta in relazione alle opere precedenti.

Ma che libro è Storie naturali? È una raccolta strana, ambigua anche, umoristica persino: si legge di profumi che suscitano memorie, perché un farmacologo ha deciso di usare le proprie conoscenze sul campo degli odori per registrare l’odore dei ricordi e rievocarli tramite l’olfatto; di un versificatore, antesignano dei sistemi di scrittura e di creazione testuali odierni, basati sull’intelligenza artificiale; di una bella addormentata nel frigo; di burocrati creatori della vita; di un centauro… per averne un’idea basta dare un’occhiata a un solo esempio: Censura in Bitinia. Diamogli un’occhiata.

Il racconto (il secondo della raccolta) inizia con un attacco familiare e trasparente, come se fosse la prosecuzione di un discorso già avviato:

Già ho accennato altrove alla pallida vita culturale di questo paese, tuttora impostata su basi mecenatistiche, ed affidata all’interessamento di persone facoltose, od anche solo di professionisti ed artisti, specialisti e tecnici, che sono pagati piuttosto bene”. (P. LEVI, Tutti i racconti, Einaudi, Torino, 2005, p. 14)

La lingua è semplice, limpida; il narratore, sebbene presente, sembra raccontare i fatti con il piglio del tecnico da laboratorio che riferisce un fenomeno osservato senza partecipazione emotiva. Quindi, continua il narratore, degno di attenzione è il problema sorto in Bitina, relativo alla questione della censura, anzi la soluzione al problema della censura: infatti, ci viene spiegato che, nel decennio precedente, il lavoro dei censori subì un notevole incremento, a causa del quale sorsero evidenti difficoltà nel reperimento di personale idoneo. Scopriamo che il lavoro di censore si rivela pieno di rischi, ma non per questioni legate a rappresaglie o a vendette e rivendicazioni politico-sociali, ma per un fatto puramente fisiologico:

Accurati studi di medicina del lavoro colà svolti hanno messo in luce una forma specifica di deformazione professionale, assai molesta ed apparentemente irreversibile, che dal suo scopritore è stata denominata «distimia parossistica» o «morbo di Gowelius». Essa si manifesta con un quadro clinico dapprima vago e mal definito, poi, col passare degli anni, con disturbi vari a carico del sensorio (diplopia, turbe dell’olfatto e dell’udito, reattività eccessiva ad esempio ad alcuni colori o sapori), e sfocia di regola, dopo remissioni e ricadute, in gravi anomalie e perversioni cliniche. (Ivi, pp. 14-15)

Primo Levi mantiene l’ambiguo e virtuoso statuto di scrittore e chimico: persino nella creazione di una storia fantastica, la narrazione riferisce fatti quasi ordinari, straordinari eppure curiosamente, in apparenza, plausibili. Il riferimento alla medicina del lavoro, la descrizione di una patologia, per la quale è stato coniato pure un nome, anzi due, l’attenzione alla sintomatologia, le cui manifestazioni cliniche sono allineate in un elenco rapido e puntuale, tutte queste informazioni, insomma, continuano a creare un punto di vista algido e tecnico, che si addentra nei fatti con lo sguardo del freddo compilatore: strategie funzionali alla conclusione della storia e, quindi, adatte alla narrazione. Proseguendo, il narratore descrive alcuni casi che dimostrano le difficoltà del lavoro e, soprattutto, degli uffici, sommersi dai documenti pervenuti: viene registrato il caso di un crollo di scartoffie, accumulate nelle stanze e nei corridoi, che hanno sommerso un caposezione, soffocandolo. Una prima soluzione al problema del personale e del conseguente accumulo viene offerto con la meccanicizzazione del sistema: ma lo stratagemma presenta una falla, dato che le macchine sono facilmente ingannabili: in alcuni casi fanno passare opere che meriterebbero la censura; in uno, addirittura, rilevano e censurano, con conseguente condanna a morte, un colonnello, per la presenza di un refuso, avendo rilevato «reggipento» in luogo di «reggimento»; stesso destino, sempre per un errore, sarebbe spettato all’autore di un manuale di allevamento del bestiame, il quale sarebbe riuscito a fuggire all’estero e ricorrere al Consiglio di Stato in tempo utile a salvarsi. Insomma, la situazione, stando al racconto, ha raggiunto un punto di rottura massima: ora dovrebbe, ragionevolmente, arrivare la soluzione o qualcosa che imponga un mutamento ai fatti raccontati: il narratore, quindi, ci dice che un fisiologo ha scoperto un modo per condizionare alcuni animali domestici, riuscendo a renderli idonei per certi lavori e capaci di operare semplici scelte. Quindi, la soluzione al problema del lavoro di censore incontra la soluzione nell’improbabile ricerca dell’anonimo fisiologo: usare gli animali per gestire le censure. Ma, anche in questo caso, la soluzione non è semplice: si scopre, infatti, che non tutti gli animali sono adatti a questo mestiere:

È curioso che, per questo compito, siano stati trovati meno adatti i mammiferi più vicini all’uomo. Cani, scimmie e cavalli, sottoposti al processo di condizionamento, si sarebbero dimostrati cattivi giudici appunto perché troppo intelligenti e sensibili […]. (P. LEVI, op. cit., p. 17)

E allora? Cosa fare? La soluzione è presto trovata: se i mammiferi non si dimostrano adatti al compito per certe simpatie e passioni troppo umane, «risultati sorprendenti si sono invece ottenuti dal comune pollo domestico» (Ibidem). Le galline, infatti, si dimostrano eccellenti funzionari, oltre a risultare vantaggiose per i costi contenuti sia per l’acquisto dell’animale che per la sua manutenzione. Insomma, un vero affare. A questo punto, conclude il narratore: «è opinione diffusa in questi ambienti che entro pochi anni il metodo verrà esteso a tutti gli uffici censoriali del paese» (Ibidem). Finito il racconto, sotto la dicitura «verificato per censura» (Ibidem), spunta la firma: una zampa di gallina.

Ora, prima di concludere, mi rendo conto di non aver rispettato le premesse di questo articolo: volevo scrivere sul Primo Levi meno noto, ma ho finito col raccontare la mia riscoperta della produzione, a me, meno nota dell’autore. Ma mi rendo conto anche di un altro problema: il racconto che ho deciso di riportare, per una mia personale simpatia, è così diverso dagli altri racconti di Storie Naturali e di quelli dell’intera raccolta, che non può che offrire solo un esempio di un più vasto territorio letterario. Prima di chiudere, quindi, scusandomi con i lettori, non mi resta che augurare, a me, di avervi trasmesso la mia meraviglia e a voi, di lasciare queste pagine con il desiderio di correre a quelle, straordinarie, di Primo Levi.


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