Lina

di Alessia Sparaco

“Alè, pe’ piacere passame ‘o schiacciapatate”.
Apro il cassetto delle posate, il primo sulla sinistra, di fianco al lavandino della cucina. Lina è seduta al tavolo di fronte, già all’opera. Mi metto di fianco a lei, in piedi, mentre mi spiega cosa fare, passo dopo passo. Prendi la farina – aggiungi le uova, le patate al centro – mettila intorno – impasta, così. E io ripeto i suoi gesti, gli stessi che faceva sua madre prima di lei e probabilmente quella prima ancora. Fino a me, che mi scoccio pure di mettere a bollire l’acqua. Eppure, col pigiama già impiastricciato e l’odore del ragù che pervade la stanza mi sento per un po’ in pace col mondo. Una serenità sconosciuta a un’anima tormentata come la mia. Sempre insofferente, con la smania di fare chissà che. “Tu sei uno spirito di contraddizione”, mi ripete mia madre a ogni nostra discussione. E forse questa è l’unica cosa su cui siamo d’accordo.
L’impasto sembra quasi pronto, non attacca. Ricordo che è un buon segno e continuo ad amalgamarlo da tutti i lati, sperando che diventi come quello di Lina. Alla fine, le chiedo conferma, lei lancia uno sguardo veloce e annuisce ma poi lo lavora un altro po’. E io lo so che non vuole dirmi che la mia pasta bitorzoluta non ha niente a che vedere col suo panetto tondo, che si vede che le mie mani non hanno l’abitudine alla fatica. Invece mi dice di aspettare, che adda crescere.

Si va a sedere al suo posto, sul balconcino. È il momento della sigaretta. Una boccata dopo l’altra mentre osserva i vicini, attenta. Sbircia tutto il giorno nelle loro vite e poi quando torniamo dal lavoro ci racconta delle due bambine dell’appartamento di fronte che stanno sempre con la mamma, ma qualche volta il papà le viene a prendere. Devono essere separati. O della signora anziana del palazzo di fianco, che non esce più a innaffiare le piante. Le persiane abbassate, in attesa di nuovi inquilini. O della coppia che abita a piano terra, sempre vestiti bene. Lui che torna prima dal lavoro, portando un enorme mazzo di fiori e poi una torta. Lei che rientra più tardi, ad attenderla una sorpresa e lo sguardo curioso di una donna che le sorride dal balcone.
Lina conosce le loro abitudini meglio di noi che viviamo qui da tre anni, cerca dei tratti comuni. Non ha idea di quello che dicono ma li saluta agitando le mani, urla Buongiorno! Li coglie talmente di sorpresa che non possono fare a meno di sorridere, agitando le mani in risposta, loro malgrado. Hallo!
La pasta è cresciuta bene. Ora bisogna farne dei filoncini e tagliarli a tocchetti, prima di passarli sulla forchetta. Lavoriamo come una catena di montaggio, ma Lina è in testa, si muove da una sedia all’altra perché termina ogni passaggio prima di me ed è già al successivo. Io stendo la pasta, cerco di fare i filoncini uguali ai suoi ma alcuni sono troppo spessi, altri troppo lavorati e attaccano. Strappo con violenza la pasta dalle dita. Allora mi sussurra che è impossibile che io abbia la sua stessa manualità perché lei lo fa da quando aveva diec’anni. Ogni domenica si facevano gli gnocchi, oppure le lasagne, qualche volta le tagliatelle. Ma per quelle ci voleva una mattinata intera e lei e sua madre non sapevano usare bene la macchinetta. A casa mia non abbiamo mai fatto la pasta fresca, non c’era tempo o forse nessuno la voleva fare.
“Piglie ‘a farina per U-T-A, ca’ ‘a facimme primma e nun se sporca njente.” Mi guardo intorno finché vedo la scritta GLUTENFREI capeggiare da sopra il frigorifero. Ancora non riesce a pronunciare correttamente il nome di Houda, ma è lì a preparare un piatto speciale solo per lei. Per lei e per tutte le persone che arriveranno tra qualche ora, i nostri amici, la nostra famiglia a Offenburg. Ogni giugno, di domenica, invitiamo tutti a casa per pranzo e così tedeschi, spagnoli, italiani da ogni dove, accorrono con l’acquolina in bocca. Sembra una barzelletta ma è un pranzo che attendiamo per un anno intero. Davanti agli gnocchi di Lina, come dinanzi al più sacro dei totem, crollano tutte le barriere.
I braccialetti tintinnano seguendo i movimenti del polso. I calli affondano nell’impasto, mentre le sue mani tramandano una storia. Nelle dita quella forza che le sue gambe hanno perso da tempo. Afferra il coltello, la lama sprofonda e riemerge rapidamente, ticchettando leggera sul tagliere di legno. Crea dei tocchettini incredibilmente simili tra loro e, dopo averne fatto un mucchietto, li spinge sulla forchetta, i rebbi dalla parte concava rivolti verso l’alto. Preme delicatamente col pollice lasciando l’inconfondibile rigatura dello gnocco, è perfetta. Sui miei sembra che siano passate le ruote di una motocicletta.
La farina si posa sulla superficie nera del tavolo, come un manto bianco che avvolge la montagna. Anche Lina è vestita di bianco, con tanti fiorellini di un lilla chiaro a decorare il suo pigiama. Ha ancora indosso gli orecchini della sera prima, dei pendenti con un cuoricino nero. Mi ricorda l’immagine di una curandera, lo sguardo forte e deciso di chi sa quanto può essere dura la vita, di chi non smette mai di occuparsi degli altri.
Davanti a me si stagliano più di due chili di gnocchi. Questi sono i patti tradizionali della mia terra, quella a cui dovrei sentirmi legata dal più profondo delle viscere. Ma io non so se sento questo legame, se l’ho mai sentito davvero. Quante volte ho sognato di scappare lontano e alla fine, anche se tardi, me ne sono andata. Custodisco gelosamente i ricordi degli anni dell’università a Napoli. Forse perché sono un’inguaribile nostalgica, una sognatrice che distorce la realtà a suo piacimento. Nella mia testa tutto è più bello, ha quel fascino opaco che cela le storture.
“Mo’ ‘e mettimme ‘into ‘a pentola”.
“Quanto tempo ci vuole, serve un timer? Come facciamo a sapere quando sono pronti?”
“Quando salgono sono pronti”.
Lina misura il tempo con delicatezza. Si aspetta che la pasta cresce tra una sigaretta e una chiacchiera; gli gnocchi sono pronti quando li vedi galleggiare sull’acqua, ti avvisano loro. Lei regola il tempo in base ai bisogni di qualcosa o qualcuno, io punto una lancetta su un numero.
“Jamme là fore”. Aspettiamo. I rami del castagno ondeggiano leggeri, il cielo è nuvoloso. La pioggia sta per arrivare, non è una sorpresa da queste parti. Tutti si lamentano del tempo, manca il sole che riscalda le persone. Io a volte condivido questa malinconia, ma altre apprezzo la frescura dei viali alberati che circondano il nostro appartamento e l’acqua che li nutre. 
Lina sospira e con la sua voce un po’ rauca esclama che qua sta troppo bene, che non vuole tornare all’Italia, che l’ha schifata. Osservando le curatissime e verdeggianti strade circostanti non posso che darle ragione. Respiro a pieni polmoni quell’aria pulita. Però poi mi ricordo del giorno prima, di quando mi sono ritrovata davanti lo studio della ginecologa sperando che parlasse inglese perché dovevo spiegarle che soffro di Polyzystisches Ovarialsyndrom, che già non è una cosa piacevole ma in tedesco suona anche peggio. All’uscita ho preso un americano in una BÄCKEREI perché ormai ho rinunciato all’idea di trovare un buon espresso. Veloce, da portar via, che non c’è tempo da perdere in chiacchiere. Qualche settimana prima invece, passeggiavo sulle stesse vie che percorrevo da bambina cercando di scansare l’immondizia e le buche, come un gioco a ostacoli. Però poi mi sono ritrovata davanti una rosticceria, attratta dall’odore inconfondibile della pizza appena sfornata, mi sono seduta a mangiare e a chiacchierare con il proprietario come fosse un vecchio amico. Si lamentava delle tasse, dell’IVA, di quest’Italia in crisi. All’uscita, ho notato che stavano riempiendo delle buche sulla strada principale. L’asfalto, probabilmente di pessima qualità, era già pieno di crepe. Al sud arrangiarsi è un’arte, una vera filosofia di vita. La stessa con cui ho imparato a coprire i buchi della mia esistenza, con delle toppe mal cucite.
Lina spegne la sigaretta. Rientriamo e ci sporgiamo sulla pentola. Gli gnocchi fanno capolino dall’acqua, ci stano avvisando.
“Hai visto? Mo’ sono pronti! È facile, no?”
Le sorrido: “Sì, non ci voleva niente alla fine”.
Mi fissa, “Ah, chella figlia mija!!” e mi stringe tra le braccia riempiendomi di baci. Con le sue esperte mani da sarta sulla schiena sento quelle toppe ricucirsi, attaccarsi alla pelle in profondità. Così strette non si scolleranno più.
Vincenzo ci guarda dal riflesso del vetro e sorride.
Ora sono a casa.


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