L’incespicare nella lingua: Montale, il mezzo parlare e la balbuzie del mondo


di Angela D’Angelo

Incespicare, incepparsi
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore.
Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure.
Così bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare.
Una volta qualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile.
Certo credeva di essere l’ultimo parlante.
Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
e il mondo
da allora è muto.

Eugenio Montale, Satura II (1971)

Eugenio Montale scrive una delle sue liriche più sorprendenti e sottili, Incespicare. Il poeta osserva il mondo con un misto di disincanto e ironia, affronta la crisi della parola e del dialogo. Non è una crisi spettacolare, non è un urlo: è una balbuzie, un inceppo minimo, quasi impercettibile. Eppure, da questo tremito della lingua, Montale ricava una diagnosi radicale sul rapporto tra l’uomo, la comunicazione e la verità.

L’incipit è già un manifesto: «Incespicare, incepparsi è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore». Montale suggerisce che soltanto attraverso un inciampo la lingua torna viva. L’idea si inserisce nella sua poetica tarda, dove il poeta rifiuta l’eloquenza e la pienezza retorica, e sceglie invece una verbalità rotta, dimessa, ironica. Il gesto dell’incespicare, proprio come la balbuzie, infrange la fluidità rassicurante del discorso e costringe chi ascolta, e chi scrive, a una tensione nuova.

Nell’immaginario poetico dell’autore, infatti, la parola totalmente limpida, lineare, “intera”, non comunica: si chiude, si fa artificio e perde contatto con l’esperienza. La balbuzie, invece, resta agganciata al reale; è concreta, biologica, corporea. È il linguaggio quando inciampa a ricordarci che la lingua non è uno strumento perfetto, ma un organismo fragile, in lotta con ciò che vuole esprimere. Questo rimanda a una dimensione quasi narrativa: la scena è quella di un uomo che prova a parlare e che, ostinandosi, vede la frase rompersi, ripartire, sbagliare appoggio. Proprio in questa fatica, tuttavia, la sua voce dell’uomo diventa tangibile. La balbuzie, come spesso accade nei racconti di formazione dove la crescita passa attraverso l’errore, è allo stesso modo lei è una frattura che apre nuovi modi di abitare il linguaggio.

Montale, però, non si ferma a una celebrazione positiva dell’inciampo. Subito dopo relativizza: «Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure». Anche la balbuzie, se diventa abitudine o maschera, può perdere autenticità. Il linguaggio umano è sempre parziale, sempre difettoso. Per questo conclude: «Così bisogna rassegnarsi a un mezzo parlare». Non esiste più la “parola totale”, perché la realtà è diventata troppo complessa per essere esaurita da un discorso unico. Eppure, Montale non è pessimista: il mezzo parlare non è un fallimento, ma una presa d’atto matura. Accettare i limiti della lingua significa accettare i limiti dell’uomo. A questo punto la poesia si fa parabola. Il poeta racconta la storia di un uomo che, un giorno, parlò “per intero”, cioè, disse la verità piena, senza esitazioni. Il risultato fu disastroso: «fu incomprensibile».

È un passaggio folgorante: non è la balbuzie a rendere oscuro il messaggio, ma proprio il parlare “intero”. La verità assoluta, quando tenta di farsi parola, si sfalda: nessuno riesce a intenderla. Il linguaggio umano è capace di gestire solo frammenti; chi si illude di comunicare tutto finisce in un isolamento radicale. L’uomo della parabola «credeva di essere l’ultimo parlante». È l’immagine di chi si sente depositario dell’ultima verità, il profeta finale, il testimone che parla a un mondo quasi scomparso. Ma Montale ribalta: «Invece è accaduto che tutti ancora parlano e il mondo da allora è muto». Colpisce la contraddizione: tutti parlano, eppure il mondo è muto. È uno dei nodi più intensi della lirica. La sovrabbondanza di discorsi, chiacchiere, slogan, parole senza peso, rende il mondo incapace di rispondere.

Il modo di fare poesia di Montale si colloca nella crisi identitaria di molti autori del secondo Novecento, si pensi a Svevo o Beckett. La balbuzie, ascoltata e considerata un inciampo durante il flusso di parola, può essere letta come una rivelazione identitaria. Seguendo tale panoramica, è possibile che Montale anticipi anche i rischi della società di massa: il linguaggio e il dialogo possono diventare mero rumore, annullando il significato intrinseco.

Questa immagine è sorprendentemente attuale: viviamo in un’epoca in cui tutti producono parole, e in cui, paradossalmente, il senso si dissolve proprio per eccesso di linguaggio. Le piattaforme, i commenti, gli slogan politici, i discorsi automatici: tutto un mondo che parla e che, allo stesso tempo, tace l’essenziale. Montale, con decenni di anticipo, aveva avvertito questo rischio.

L’idea di un “mezzo parlare”, allora, non è un impoverimento, ma un invito etico. Significa usare la lingua con prudenza, con pudore, con consapevolezza delle sue falle. Significa ammettere che esistono zone del vivere che non si lasciano dire completamente. La balbuzie, in questo senso, diventa una forma di sincerità: non una patologia, ma un atteggiamento. Balbetta chi vuole dire qualcosa di autentico e inciampa perché la realtà resiste; perché la verità non si lascia catturare in modo netto.

In questa prospettiva la poesia stessa, e la narrativa, diventano loci dove il linguaggio può permettersi di essere imperfetto. Non devono “spiegare tutto”, devono far percepire lo spazio delle crepe. Il lettore si muove tra omissioni, pause, deviazioni, e proprio lì trova significati nuovi. Montale porta alle estreme conseguenze questa visione: la letteratura non è un luogo di potenza, ma di impotenza illuminata.

Montale non ha scelto di dedicare una poesia alla balbuzie come deficit linguistico, quanto alla condizione umana e al valore della frattura. La lingua come inciampo è la lingua di chi cerca la propria identità tra fragilità e lucidità, in quanto la verità si trova dove la parola inciampa, e poi incalza di nuovo. Sarebbe ottimale imparare ad ascoltare i vuoti, infatti Incespicare è un invito a non pretendere di parlare “per intero”: a lasciare che qualcosa sfugga, perché è quello spazio bianco a generare il senso.

La poesia si chiude in un silenzio immenso: «e il mondo / da allora è muto». È un silenzio che non invoca una parola assoluta né redentrice, ma un dire umano, capace di misurarsi con la propria vulnerabilità. In questo orizzonte, la parola autentica non coincide con l’enfasi né con la pienezza, bensì con la consapevolezza della propria imperfezione: una parola che, proprio nel riconoscere i propri limiti, trova la sua forma più alta di verità.


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