di Lara Carbonara
Voglio dipingerti con i giusti pennelli, le giuste sfumature, le giuste pieghe.
E non voglio affrettarmi
Non voglio che ci siano stonature
Mentre segno tratto per tratto i tuoi contorni.
Arrotolò il bigliettino in mano. Sentiva il rossore divorarle le guance e le sembrava che le vene pulsanti facessero un grande rumore. Si guardò intorno e improvvisamente non riusciva a deglutire. La bocca asciutta, il respiro corto. Nascose il bigliettino in una pagina di un libro qualunque. Nadia, una ragazza florida che odorava di mora selvatica, i capelli spettinati e lucidi. Non era la prima volta che riceveva un bigliettino con qualche verso formato da parole ritagliate dai giornali. E a dire la verità questa storia incominciava a piacerle: si sentiva un’immagine evocata, una storia inventata, una tela dipinta con pastelli a cera. Le piaceva quel bigliettino, ti conosceranno i miei polpastrelli, ci chiameremo con nomi sempre nuovi, noi che sappiamo nominare l’amore. Le piaceva quel noi, le sembrava potente come una chiazza di ruggine che si allarga impercettibilmente e di cui ti accorgi quando ormai è troppo tardi.
Si era trasferita in quel paesino perché aveva letto un annuncio. Voleva scappare dal suo passato come da una tempesta. Era arrivata da una città di chiacchiere, muri incrostati e strade piene di buche, ed era finita in un’altra città di chiacchiere, muri incrostati e strade piene di buche. Però almeno dalla finestra della redazione si consolava con il verde. Non parlava molto e cercava di non trovarsi nella situazione in cui i colleghi avrebbero potuto farle domande. Correggeva bozze e questo le bastava. Aveva chiuso con le inchieste, con le indagini, gli appostamenti notturni. Basta. Cancellare, riscrivere, andare a capo, mettere un punto. Una virgola. La Signorina pausa – la chiamava – ovvero la Virgola.
Però.
Dopo una lunga giornata di virgole e punti e a capo, quando tornava a casa l’odore della disperazione si aggirava tra il soggiorno e la camera da letto senza uno scopo preciso. Apriva il frigorifero e sentiva le gambe molli dall’insoddisfazione. Carmelita, la ragazza dalla pelle di oro che suonava come un violino si sentiva disfatta, come una treccia. Si sentiva nel buio.
Era sola.
Come sempre.
La mente spesso affollata da quel passato lì. Sentiva delle mani al cuore che stringevano.
Non c’è nessuno. Respira.
Mangiava cocco e mango disidratati dalle cinque del mattino, perché il caffè non le bastava per tenerla sveglia.
Odiava addormentarsi: quando chiudeva gli occhi pensava ai tarli che infestavano la casa da cui era fuggita.
Allora si guardava intorno per cercare un punto fermo. Libri sparsi. Libri di poesia, romanzi, saggi sul sonno e altre inquietudini che occupavano ogni superficie: le sedie, le mensole, il tavolo. Il rasoio insieme ai bicchieri sporchi di saliva e rossetto, chissà da quanto tempo erano lì. I calzini sul divano, le camicie da stirare in cucina, i trucchi sulla mensola, accanto alla porta d’entrata. Barattoli con parole annotate su bigliettini – le parole collezionate che la facevano stare bene. Tutto era sempre uguale, eppure tutto era furiosamente fuori posto. Su uno scaffale una foto di un ragazzo di spalle che guarda il mare con le mani in tasca: pensò al senso di inadeguatezza che le aveva regalato il suo ex marito prima di abbandonarla. Le venne quasi da sorridere – le diceva sempre di risparmiare gli abbracci: quando era andato via le aveva insegnato la solitudine, così simile alla solitudine della loro vita insieme.
Pensò a quando lui le prometteva che avrebbe per sempre voluto svegliarsi con le dita arrotolate ai suoi capelli. Fu allora, in piedi davanti alla fotografia che si chiese come fossero stati in grado di scambiarsi tutti quei rimproveri, singhiozzi e colpi di tosse e muco.
e noi c’eravamo,
a guardarci per la prima volta
a scoprirci con labbra inabissate, segrete, tenaci.
Odori di fili d’erba e di gemme di marzo.
Lascia che io mi perda nelle orbite pallide dei tuoi occhi di arancio.
Non ho più sonno,
di notte i tuoi zigomi mi tormentano
mi disordinano,
mi rimproverano di essermi abbandonato
nello spicchio di luna che hai tra le labbra.
Una mattina trovò questo bigliettino sotto il portapenne a forma di barattolo di vernice. Quelle parole le sembravano sincere e salde come i fiori che nascono tra l’asfalto e il marciapiede.
Si svuotò.
Incominciò a fantasticare, sotto la scrivania, immaginare di fare l’amore in quella lingua lì, quella della poesia. Quel groviglio di lingue e lettere tipografiche. Quella lingua che è una terra d’approdo di vagabondi, quella metrica sorpresa che suona come violini a un matrimonio.
Quell’andare a capo le sembrava un dito pronto a esplorare la sua bocca. Pensava a quei pronomi possessivi, di notte, al buio, a quella scrittura senza suoni duri e con tutte le sue vocali inamidate. ti sono abbraccio. ti sono risata. ti sono cielo. ti sono sottopelle. Gli errori le sembravano una riscrittura, l’invenzione di una lingua che premeva come dita attorno al collo, si allungava come serpenti sulla schiena, si contorceva come gambe strette intorno ai fianchi.
Aveva un amante che le sussurrava nell’orecchio perdimi nel colore tutt’intorno, raccogli le rughe dell’autunno in ordine sparso sul mio viso.
Il cuore le scoppiava, si chiedeva se si fosse mai sentita così scarabocchiata.
Lei si guardò intorno, le si inarcò la schiena, usò delle bottigliette con pigmenti colorati per far scomparire il bigliettino.
Scrisse qualcosa su un foglio bianco. Non ci pensò a lungo. Lo ripiegò e lo lasciò lì in attesa che qualcuno si perdesse nelle sue pieghe.
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