Il telefono vibra senza risposta spostandosi come in una danza che non interessa a nessuno. Piccoli riflessi s’infrangono sulla parete accanto.
Il telefono vibra, da solo.
Alla finestra il filo d’aria non riesce a farsi spazio nel caldo prepotente d’agosto. Una sera come un’altra, tra le luci delle case intorno, quelle dove lo sguardo si posa, quando ti senti solo e hai bisogno di sapere che non sei solo davvero nel mondo.
Sara lo ha tradito. E ogni tanto ritorna in mente. In una di quelle sere in cui ti manca tutto e vorresti tornare indietro, tra parole che hai perso o braccia che hai visto, una volta soltanto, sbagliando.
Federico lo sa. Che Marta è lontana e non risponderà. E fa caldo, si tocca la fronte che scotta, forse ha la febbre, che sfiga, in una sera d’estate in cui quaranta gradi fuori fanno a gara con i suoi 38 gradi e i suoi 37 anni. Un po’ gli viene da ridere, anche se dentro si sente morire, e chi l’avrebbe detto. Morire, per lei?
Morire, per amore. Ride. E respira alla finestra acchiappando fili d’aria che non tesseranno nessuna tela per arrivare da lei.
Chiara guarda il soffitto, si tocca la pancia, non sa dire ad alta voce che aspetta un bimbo, che ne sarebbe di lei? A lavoro, a casa dai suoi, al ragazzo che ha frequentato per un anno e adesso si è tirato “fuori dai guai”. E il telefono vibra a vuoto, nessuno risponderà.
Carlo guarda il telefono vibrare, non lo tocca ha paura di sfiorarlo, che lei possa accorgersi che non vuol risponderle. E pensare che le ha voluto bene. Quando l’ha baciata piano, quando l’ha stretta forte a casa sua, dopo un bicchiere di vino. E poi? E se fosse colpa sua che non sa amare? E se non fosse colpa sua, che non s’aspettava che dall’amore, da ogni amore può nascere qualcosa, qualcosa di diverso dall’amore e basta, che ha la forma di un neonato da accudire, a cui pensare, a cui badare e poi c’è Marta con lui, la sposerà. E il telefono smette di vibrare, lui no. Ha freddo anche se ci sono quaranta gradi fuori. Ora che Chiara non è con lui, “ora che non ti ho più addosso” pensa, e gli viene in mente quel pezzo, quello che cantava Gino Paoli alle loro giornate: “Averti addosso si, come una camicia come un cappotto come una tasca piena come un bottone come una foglia morta come un rimpianto” senza averti addosso fa più freddo anche ora ad agosto.
Da sola, per strada, sola come un cane, sola col mio cane, tra i palazzi intorno mi tengo un braccio sulla faccia ‘che non mi si veda piangere sulle braccia secche che già faccio strano così come sono. Così rinsecchita come sono oggi, come se “fossi sempre a un passo dal ricovero” mi dice mia madre mentre s’alterna al telefono con la piccola che non mi parla. Non ne ha voglia. Da quando sta con lei, che io lavoro e non la lascio a casa da sola, ogni tanto non mi parla e si dimentica che esisto, e io mi dimentico che son sua madre e m’incazzo come ci si incazza tra adulti e pretendo che mi parli, inutilmente. Dimenticando che sono io l’adulta.
Resto ferma e guardo le finestre ad una ad una, m’immagino le facce, quelle vite che si muovono, le guardo da quaggiù, nelle luci delle case mi chiedo se anche loro ogni tanto c’hanno voglia di sedersi a centro strada e farsi portar via da un’auto in corsa.
“Ma che sei matta a chi vuoi far passare questo guaio?”
La voce di una coscienza che resiste, tira come il cane il suo guinzaglio.
Mi ricordo ch’ero figlia prima di oggi e quante ne avrò fatte, quante ne avrò dette di parole come sassi: “Tra me e te finisce che smettiamo di odiarci solo quando una delle due tira le cuoia” questo devo averle detto l’unica volta in cui per rabbia mi tirò uno schiaffo in piena faccia. Mi tocco la guancia, mi manca tutto, pure quella mano sulla faccia.
E quando manca tutto torneresti indietro tra parole che hai perso o braccia che hai visto, una volta soltanto. Sbagliando.
Si suda questa sera di piena estate, stanno tutti alla finestra e non ci passa un filo d’aria che arrotoli tutti nello stesso tempo, triando fuori ognuno dalla vita che non vuole.
Restami accanto.
Il telefono vibra. Nessuno risponde.
La febbre ora passa.
Domani gli parlo e il bimbo lo tengo.
Domani gli parlo, forse meglio di no. Quello che ho da dì me lo tengo.
Non mi siedo al centro della strada non ce lo faccio passare un guaio a un tizio che passa per caso che sta andando a parlare alla donna che ha perso e che forse l’aspetta.
Fa caldo. Non passa un filo d’aria stanotte.
Stiamo tutti qui, affacciati sul mondo, a sudarci la vita alla stessa finestra.
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