Lo so, me lo ripeto è così per tutti, è così per tutte. Le età si attraversano come tempeste, sempre le stesse, e mai che impariamo a tenerci a riparo.
Ricordi? Da piccola ridevi a ogni cosa. Ricordo, io me lo ricordo, ruotavi felice, ti piaceva anche l’aria, le farfalle, i colori e parlavi parlavi, e io sapevo che poi piano piano tutto il mondo vissuto attraverso i mei occhi di madre e i tuoi occhi di figlia, sarebbe cambiato. Cambiare è normale, qui è tutto normale, le porte sbattute, la faccia nervosa, è l’età della rabbia, l’età della gabbia.
Vuoi volare e ogni cosa ti stringe, lo so, c’è passato il mio io come il tuo, e la prima persona che ferivo era lei, la donna che ti culla e ti guarda come fossi l’unico essere al mondo capace di farle brillare lo sguardo. E chissà perché le persone che amiamo sono il primo bersaglio di parole ficcate come lame affilate.
Uno sguardo di sfida a ogni no ripetuto, un silenzio che opprime a ogni piccolo sbaglio, che so quando sbaglio, e non credere che il solo fatto di essere madre non comporti lo sbaglio perpetuo.
Lo so è la tua fase di odio, il tuo corpo che cresce, la tua testa confusa, ma non sai che è una fase che tocca a ognuno, tu cresci e vai avanti, io resto, t’aspetto, magari poi volti lo sguardo e la te che ora non riconosco ritorna a parlarmi. Anche io cambio, che pensi che invecchiando si smetta si mutare e si resti come certe piantane che fissano immobili per anni il divano? C’è crisi anche qui cara la mia bambina, era un attimo ieri che bastava infilarsi uno zaino alle spalle e filare nel mondo chiudendo una porta su ogni rimpianto. Oggi guardo allo specchio la donna che sono e abbasso la testa e ti guardo e si schiariscono gli occhi per quanto sei bella e per quanto il tuo sguardo di pietra mi laceri dentro, ti guardo e sorrido e faccio finta di non ricordare quando è stato il momento in cui sei cresciuta, forse dentro una sera di quelle passate a parlare per ore a ridere insieme fino a notte fonda, una tra tante in cui eravamo vicine e prima d’allora mi davi la mano per prendere sonno e in una come tante, così all’improvviso senza una sola parola ti sei addormentata e mi sono ritrovata a parlare da sola a fissare il vuoto, e c’è voluto un bel po’ perché il sonno arrivasse. Le cose cambiano, certe lentamente, certe altre d’un botto che non ti ci abitui se non con il tempo.
Una madre, una figlia, una figlia e una madre, le vite camminano insieme e poi si distaccano, si guardano da lontano e poi si riprendono come quel soffione che abbiamo rincorso per tutta la casa in un giorno d’estate e sembrava impossibile riuscire a fermarlo. Ci tocca soffiare su tutti i pensieri e spingervi avanti e rincorrervi in giro, nei sogni che fate e i progetti che avrete, e aspettare soltanto che arrivi il momento in cui per un attimo vi guardate alle spalle, noi stiamo lì, siamo noi che soffiamo ché ogni sogno che fate, e che ancora facciamo, resti sempre a vibrare nell’aria. Voi correte, noi vi aspettiamo. Ti ricordi? Io mi ricordo anche quando ti pare che mi scordo ogni cosa, mi ricordo di quello che ero e di ciò che tu sei, dell’amore che resta anche dentro la rabbia di un’età che poi passa.
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I figli, il nostro contributo di madri all’umanità. I figli, che prima riescono a nutrire un amore infinito, poi ti fanno ripiombare nella tua finitezza di donna. Non immaginano che la “madre” possa provare dolore, perché la madre é solo amore.