di Valentina Foglia
Volavo leggera sul mondo. Dall’alto tutto sembra così insignificante da permetterti di ridimensionare le tue ansie e paranoie per le tasse e i finanziamenti. Salutavo ironicamente occhi che non mi potevano percepire e immaginavo la vita di chi vive in una casa piuttosto che in un’altra.
Ogni volta che si è in volo pare tutto un nuovo inizio. Che tu stia cambiando continente, stato, o anche solo regione, ti senti in uno di quei telefilm americani di inizio anni 2000 dove il ragazzo di campagna si trasferisce in città e ricomincia da capo, non sapendo se amerà la vita che sta per incontrare. Poi distogli gli occhi dal finestrino, riprendi in mano lo smartphone per cambiare canzone, e ritorni coi piedi per terra, anche se al momento non lo sono per nulla.
Queste fantasie strane che ti accompagnano durante un volo niente hanno di reale e costruttivo. Ti allontanano mediamente dall’accettazione che anche la vita in cui sei non è poi così male. Ti senti probabilmente un folle, a immaginarti come produttore di Tequila in Messico, come costruttore di capanne in Tanzania o agricoltore di alghe a Bali, una volta sceso da quell’aereo.
Ma non è forse la disillusione, la vera follia? Perdere quella scintilla che ognuno di noi sa di avere dentro, che ti accompagna durante l’esistenza, e che qualcuno ha la fortuna e il coraggio di tramutare in quotidianità. Non è forse smarrirsi nell’omologazione e nella ricerca di approvazione altrui, la vera perdita di sanità?
E così ci comportiamo come se fossero gli altri a dover accettare la vita che viviamo noi. E ci dimentichiamo che ogni volta che il sole sorge e un giorno inizia, la tribù è ignara dell’impiegato che spegne la sveglia e l’operaio è ignaro del monaco che inizia la preghiera. Il giornalista che documenta la guerra non si cura dell’ambientalista che cerca di cambiare la sorte di questo mondo che sorti non sa di averne. Ci preoccupiamo così tanto di questo e di quello, delle proprietà e del mutuo, della spesa e dell’affitto, da dimenticare che le cose che annebbiano l’animo sono quelle che ci faranno morire. Non siamo stati messi sulla terra per preoccuparci di questo e di quello, della proprietà e del suddetto mutuo, della spesa e dell’affitto. Nemmeno la terra sa perché è o perché noi siamo. Probabilmente un perché non c’è nemmeno.
Quante storie sentite e raccontate, di quel pazzo che una mattina si è svegliato e ha deciso di partite per l’Australia a coltivare campi pieni di ragni giganti. O di quel tale che ha iniziato come cameriere a Londra, e poi non è tornato più.
È proprio il fatto che non siano mai tornati, che fa capire la vera ragione del gesto. Forse perché, in realtà, mai si parte per trovare qualcosa, e allora ci inventeremo qualcosa, per fingere che c’è stato un motivo se quelli a non essere partiti siamo proprio noi. Fingeremo che ci sentivamo bloccati da questo e da quello, e inventeremo che si trattava di motivi più che ragionevoli. E allora, forse, almeno gli altri ci crederanno.
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