La nave dei folli

di Subhaga Gaetano Failla

«Ciao Franco.»
«Che fai?»
«Ho appena finito di cenare. E tu?»
«Sto passeggiando. Ho incrociato Ludovico.»
«Ah.»
«Devi deciderti a lavorare come burocrate. Giusto qualche mese. Sarà meglio per te, ti faranno attraversare il muro. Hai capito, Gesualdo? Diventa burocrate, solo per pochi mesi.»
«Grazie dell’interessamento, ma preferisco di no. Hai saputo della costruzione dei nuovi muri e della reclusione su tutte le isole?»
«Boh… Non so.»

La telefonata aveva guastato la digestione di Gesualdo. Era stata una giornata carica di pensieri assillanti. I muri. E la sera gli aveva portato un ulteriore peso. Però al mattino, dopo la consueta visita nei territori dello splendore, era andato al mare e aveva pranzato lì. Solita panchina a due passi dalla spiaggia, solito squisito dentice con cipolla dolce e prezzemolo. Un sole mite si nascondeva a tratti dietro un arcipelago di nuvole grigie vicine all’orizzonte marino. Seduto davanti al vasto spazio d’acqua, pensò di nuovo alle isole divenute carceri, al dedalo dei muri, al labirinto che separava gli uni dagli altri. Pensò all’antica e leggendaria “nave dei folli” rappresentata in un dipinto. E ricordò pure le reali vicende di persone, allora ritenute pazze e pericolose, spinte a forza dentro imbarcazioni e poi abbandonate nelle terre ignote di lontani approdi. L’elemento instabile comune a ogni mente umana si univa all’elemento liquido, instabile, del mare. 

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