di Lara Carbonara
Ti senti soffocare. Respiri e chiudi gli occhi. Speri che non se ne accorgano. Lui si avvicina, senti il cuore battere, il sangue pulsare nella gola, nella lingua, nella testa. Senti che sta per chiederti qualcosa. Hai la sensazione che dei rami stiano partendo dal centro del tuo corpo e ti stiano avvolgendo.
La battuta, Odilia, che fai ti dimentichi le battute ora?
Il tuo insegnante di teatro non si aspetta da te questo atteggiamento. Si avvicina, preme la mano sul tuo stomaco. Da qui, senti? Viene da qui la tua memoria, non ricordi più le battute? concentrati Odilia, concentrati! e te lo dice cercando di mettere ordine nel tuo sguardo smarrito, mischiando ancor più le parole. Le guance si infuocano e senti i rami sottopelle che arrivano alla gola: tracciano gli spazi appropriandosi del tuo corpo, raschiano via il tangibile e ti stringono.
Ti ricordi quando hai deciso di recitare. Ti sembrava che a indossare altre voci, i tuoi segreti potessero rimanere sepolti senza conseguenze. Quando reciti è come se qualcuno ti soffiasse nelle orecchie e tu aprissi solo la voce. Solo che ci credi. Vuoi crederci, alle voci che racconti e sei brava, il pubblico ti ascolta, a volte si commuove, applaude, si alza in piedi.
Racconti di vite inconsapevoli, con la tua bocca socchiusa e carnosa, sempre pronta a divorare. Trasporti in un contesto che non c’è ma si intende, con quegli occhi verde prato che fanno scivolare. Poi qualcosa è cambiato. Le tavole del palcoscenico hanno incominciato a scricchiolare. Il tuo passo che assomigliava a una rivoluzione è diventato incerto e arranca senza fiato.
Ti ricordi di quando chiedesti a tua madre di poterti iscrivere al corso di teatro del liceo. Volevi farlo perché eri convinta che avresti imparato a superare la tua timidezza, il tuo rossore sulle guance in pubblico, l’attaccamento della lingua al palato e la secchezza della bocca se interrogata.
Teatro? Ma se a mala pena ricordi come ti chiami!
Tua madre ti rispose senza alzare lo sguardo dal cruciverba.
Gratifica straordinaria che si dava agli attori nella Roma antica, sotto forma di piccole corone d’oro e d’argento, inizia con la C, dieci lettere. Ti viene in mente qualcosa?
Lasciò cadere così l’argomento. Se fossi stata la regista di un film avresti chiuso la scena con un fermo immagine sui tuoi occhi rabbiosi e infuocati. Avresti poi staccato e ti saresti concentrata sui dettagli della tua cameretta messa a ferro e fuoco dopo la devastazione: avresti buttato tutto all’aria, strappato, rotto, divelto. Pur di attirare la sua attenzione. Poi hai pensato che in realtà si tratta di teatro. Di qualcosa di intimo, concettuale, emotivo. Qualcosa di tuo. Allora ti sei concentrata su te stessa. Molto meglio portare la propria rabbia con sé e concentrarla altrove. Questo è ciò che hai imparato durante le lezioni di teatro che hai seguito di nascosto: prendi la tua rabbia e moltiplicala nell’eco della tua voce. Falla diventare una bambina di dieci anni, o la regina di un grande impero, o una donna in carriera, o un medico importante, o una schiava coloniale. Hai imparato da te stessa, hai proceduto accostando, provando, mappando, scrivendo con voce impostata le tue debolezze; inventando con gesti nuovi le tue spiegazioni.
E ora cosa ti sta succedendo? Cosa sono quei segni sulle braccia che sembrano rami? Ogni giorno li vedi allungarsi. Sono arrivati al collo. Ti copri il più possibile per nasconderli. Non sai quale tipo di malattia potrebbe essere ma ogni volta che ci pensi ti senti mancare il respiro. Il fiato si accorcia, il sudore trova spazio sulla tua fronte, senti delle crepe nel petto. Delle voci ti dicono che vuoi morire. è successo tutto da quando hai chiamato tua madre per invitarla alla prima dello spettacolo. Uno spettacolo da protagonista; uno spettacolo da monologhi calibrati su un giusto ritmo del respiro, sulla giusta modulazione della voce, sulle braccia che hanno imparato a muoversi con il corpo, le mani che indicano, accompagnano, stringono, abbandonano. Hai lavorato tanto per interpretare Elettra, Madre si chiama, né a madre somiglia. Le parole di Sofocle sono diventate le tue. I sentimenti si sono fusi con i tuoi. Forse per questo il tuo corpo ti sta punendo. L’odio, il rimorso, la collera. Lo strazio, ahimè, lo strazio. Lo strazio mi sforza. Io sí, deliro, lo intendo; e il mio delirio non cesserà sinché duri lo spasimo, sin ch’io tragga il respiro. Hai imparato a piangere su questi versi. Avresti guardato il pubblico, avresti stretto i pugni. Avresti abbassato lo sguardo. Pausa. Respiri. Poi, risollevata la testa: Lasciatemi, lasciatemi senza conforto: fine mai non avrà lo schianto: bagnerà sempre il ciglio l’inestinguibil pianto. Silenzio attorno a te. I volti rapiti dalla tua commozione, il pubblico si sarebbe abbandonato alla crudeltà e alla fragilità dell’animo umano. E poi gli applausi. E avresti potuto dire a tua madre di aver ricordato tutto. Applausi.
Lui stava aspettando la tua battuta. Allora?
Sentivi che i rami si impossessavano della tua voce. Sei più forte. Devi essere più forte dei sensi di colpa che ti stritolano. Pensa a ricordi belli: pensi alle ginocchia sbucciate d’estate, ai rumori della cannuccia che succhia le ultime gocce di spremuta, alle foglie secche frantumate sotto i piedi, all’equilibrio sui pedali della bicicletta, alle spalle curve e contratte di tuo padre. Respiri. Accarezzi i tuoi rami. Loro si allentano. Hanno ricoperto anche il tuo volto ma ora riesci a sopportarli. Guardi la platea con occhi freddi e solenni. Socchiudi le labbra di porcellana. Diventi Elettra. Sei Elettra. Dici la tua battuta. E ti viene in mente quella parola. Corollario. La risposta alla domanda di mia madre che cercava disperatamente di terminare un cruciverba era corollario. Tu lo sapevi. Tu che dimenticavi sempre tutto lo sapevi. Chissà se ti avrebbe poi guardato, se gliel’avessi detto.
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