Perché abbiamo pubblicato Medusa, di Janice Galloway


di Franco Malanima

Nel terzo numero di Articoli Liberi, giugno 2023, intitolato Sinuosità, pubblicavamo un racconto di un’autrice scozzese oggi inedita in Italia: Janice Galloway. Avevo ritrovato da qualche parte dopo un trasloco un suo memoir pubblicato dal buon Gaffi vent’anni fa, ma ormai irreperibile, e Alex mi aveva parlato dei suoi racconti, di forte potenza evocativa e carichi di immagini nitide, spiazzanti, da assaporare con calma, parola per parola. Erano racconti contenuti in Blood pubblicato nella collezione Vintage della Penguin. Testi di incredibile virtuosità e caratterizzati da una forte sperimentazione da parte dell’autrice, che si spinge ai limiti della lingua giocando con la forma, imprimendole quella certa urgenza, quella voce che mi ha catturato subito. Leggere Janice Galloway per la prima volta è stata per me una rivelazione, tanto da chiedermi: come diavolo ho fatto a non scoprirla prima?

Così mi sono messo in moto e ho contattato Juliet Pickering, la sua agente letteraria, a Londra, e le ho chiesto l’accordo per tradurre e pubblicare Blood, il racconto che dà il titolo alla raccolta. Blood è la storia di due amanti che traslocano in un appartamentino spoglio, al primo piano, proprio sopra un forno, da cui arrivano i caldi effluvi del pane appena cotto. Leggendo ti senti avvolgere dall’odore del pane caldo; la forza con cui l’impasto viene modellato e sbattuto sul bancone con gli schiaffi delicati del fornaio diventa puro erotismo, mentre i protagonisti fanno lo stesso coi propri corpi al piano di sopra. Poi il racconto prende una direzione completamente diversa, quando il forno viene sostituito da una macelleria: l’odore forte della carne, il rumore dei nervi e delle ossa spezzate, arrivano ai due protagonisti trasformando la loro relazione, i loro rapporti, sempre più carnali, e il linguaggio allo stesso tempo riflette questo cambiamento passando da un campo semantico all’altro in maniera così naturale da non accorgertene subito. In italiano, l’ho intitolato Del pane e della carne.
Dopo quella prima pubblicazione, sono rimasto in contatto con l’agenzia e ho parlato spesso con loro della mia idea di ampliare il progetto di Articoli Liberi. Infatti, una volta inaugurata la casa editrce, il primo libro che ho cercato è stato Jellyfish, un’altra raccolta di Galloway, ancora più potente di Blood, che nel frattempo avevo letto e di cui mi ero innamorato.

Jellyfish è la raccolta che ho tradotto col titolo Medusa, e che è appena uscita per Articoli Liberi. Anche questa volta, Galloway dipinge ogni immagine con poche parole, essenziali, scelte con una cura che si avverte ma che allo stesso tempo sembra frutto di istinto e impulso naturale. Si tratta di racconti legati tra loro non da un filo conduttore – sarebbe troppo banale – ma da elementi precisi, che un lettore attento sa notare e apprezzare; immagini, similitudini, frasi talvolta, che si ripetono in maniera sottile e sempre raffinata. Questo libro è pura letteratura, e per letteratura intendo un testo capace di rievocare paure, slanci, tensioni latenti, di cui ci dimentichiamo. La buona letteratura non ha paura di farcene ricordare, per capire meglio, per capirci meglio. La buona letteratura mette alla prova la nostra capacità di essere onesti con noi stessi, ci mette davanti a uno specchio nitido.

Uno dei temi più forti di Medusa è la maternità, affrontato con coraggio. L’angoscia del distacco, la forza necessaria che una madre invoca per non tenere per mano il suo bambino il primo giorno di scuola e non piangere, è così tangibile da sentirla sulla tua pelle. Galloway descrive benissimo quel sentimento di impotenza davanti alla scoperta del male che ogni genitore conosce. Ma non ha la pretesa di insegnarci come spiegarlo ai nostri figli; soltanto, ce ne fa ricordare, ancora una volta, ci prepara al momento in cui toccherà a noi, il momento in cui un bambino chiederà a sua madre perché esiste il male, e forse una madre che avrà letto Medusa sarà un po’ – un po’ – più pronta a rispondergli.

Abbiamo pubblicato questo libro con la speranza di far riscoprire un’autrice tra le più influenti della sua generazione. E nella mia traduzione ho cercato di rimanere fedele allo humor elegante di Galloway, la sua finezza nella scelta delle parole giuste. Nulla è lasciato al caso, né nella creazione originale del testo, né tantomeno nella traduzione. Il mio è stato un lavoro di riscoperta, mi ha affascinato moltissimo ricalcare il processo creativo dell’autrice – molto simile al mio – che affonda le sue radici in un vissuto traumatizzante, spaventoso e allo stesso tempo necessario.

Non è un caso che questo testo sia finito sulla mia scrivania, questo è ovvio. Tutti i romanzi che abbiamo acquisito e che sto traducendo hanno qualcosa di profondo che li lega al mio percorso. E nella traduzione si avverte questo mio coinvolgimento personale.
Un mio caro amico, anche lui traduttore letterario, Stèphan Lambadaris, una volta mi ha detto che un buon traduttore dev’essere anche un buon scrittore. Io non so quello che sono, ho il terrore di coloro che dicono di saperlo, ma se tradurre opere così belle renderà anche me uno scrittore migliore, allora sarò grato a Janice Galloway anche di questo.


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