La piacevole scrittura di Matteo Beltrami, apparentemente cazzara, ma articolata e profonda


di Gabriel Waba

Purtroppo è difficile da scalfire il radicato pregiudizio nell’uomo di possedere un io autonomo che si determina nettamente nelle proprie scelte. Ce lo svela ampiamente il linguaggio quando nella relazione con l’Altro ci si autodefinisce senza sfumature: “sai, io sono un tipo che…”; e via di seguito di affermazioni incise sulla roccia: sono un tipo che non le manda a dire, io non mangio le verdure, non mi piacciono, io sono un tipo che non si lascia influenzare.
A smontare questa credenza errata ci prova con una piacevole scrittura, solo apparentemente cazzara ma articolata e profonda, Matteo Beltrami.

Con un sintetico (e psicosintetico) romanzo, che sarebbe di sicuro piaciuto allo psichiatra Roberto Assagioli, Beltrami ci lascia intuire che, al contrario di quanto si possa comunemente ritenere, quel patetico solido io non è nient’altro che un attore solitario, un personaggio protervo che ha rubato la scena buttando giù con una spallata dal palco il regista (l’io) e relegato nell’ombra all’ultima fila del teatro tutti gli altri possibili commedianti della nostra potenziale multicolore personalità.
Quel “tutto d’un pezzo” abbacinato dalla luce puntata solo sui suoi occhi sta imponendo la sua agenda su un io impaurito che si è fatto rapire dalle sirene delle assolute certezze sul chi sono.
Gli altri attori, quelli che si morderebbero la lingua pur di non offendere, quelli che affronterebbero con curiosità anche l’amaro della bieta, o ancora quegli attori pericolosi che abitano il nostro teatro che sarebbero disposti a mutare opinione di fronte a un paradosso eccentrico, sono tutti caduti nell’obl-io.

Beltrami allora, scavando coraggiosamente nell’ombra della propria biografia, riporta il proprio regista al centro del palco e con pari dignità tutti gli attori al suo fianco, in una commedia sempre in bell’armonia tra leggerezza e profondità.
In programma è la recita della conflittuale convivenza all’interno del suo condominio, un divertente dibattito interiore ricco di stravaganti personaggi; non fanno altro che tirare per la manica o per il bavero la giacchetta del suo “io” che a fatica non trova mai una mediazione equilibrata tra loro, e spesso si lascia soverchiare da una delle personalità.
Prima operazione di Beltrami: narrare il peso che ciascuna delle sub-personalità ha avuto nelle scelte della vita passata.
Seconda, attribuire loro un nome buffo ma eloquente: Bruno Betlemme, Yuragano Ammazzamoto, Ivo Lo Schivo, Signor Adeguazzo; perché se le lascio solo agire mi ci identifico, ci cado inconsapevolmente dentro, se le nomino è come se disvelassi a me stesso come operano per manipolarmi, quali trucchi usano.
Infine creare un epilogo rocambolesco e farsesco per scombinare tutti i loro diabolici piani di controllo sull’io al fine di sbarazzarsi di loro e pronunciare un liberatorio: “sono un uomo libero”.

Ahimè proprio sulla scia della metafora del condominio si potrebbe osservare che dopo una rissosa assemblea notturna, dove sono volati gli stracci tra i proprietari degli appartamenti, ognuno col proprio tic a criticare cosa fa l’altro e come si è comportato, tirando in ballo fatti incresciosi che risalgono almeno agli ultimi sei lustri (nel 1998 mi hai bucato la tenda con la tua sigaretta…), ci si incontra il giorno dopo in ascensore e ci si saluta come se niente fosse, una tregua apparente, fino alla successiva assemblea.

Matteo Beltrami, Condominio interiore, Articoli Liberi 2025


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