Isabella Horn: L’inesprimibile tentativo di amare il mondo, malgrado tutto

Isabella, da dove nasce la tua poesia? Quando ti sei accorta di avere questa “voce” dentro che ti spingeva a scrivere e comporre?
I miei genitori, molto amanti della poesia, mi hanno iniziata presto. Ma credo sia stato soprattutto mio padre che, tenendomi sulle ginocchia, mi leggeva versi degli ottocenteschi Storm, Chamisso e Gottfried Keller: non capivo tutto, ma, ogni volta, rimanevo incantata dal ritmo e dalle rime. E, intorno ai sette anni, cominciai a comporre le mie prime poesie, incentrate tutte quante su temi legati alla natura, agli animali e alle stagioni. Temi che continuano ad essere fondamentali per me.

Tu sei nata in Germania ma hai vissuto anche in Spagna e hai studiato a Firenze. Tutte le tue poesie sono scritte in italiano. Che rapporto hai con questa lingua, cosa ti convince di più a utilizzarla per tutti i tuoi componimenti?
Vivo ormai da una vita a Firenze di cui – purtroppo – ho avuto modo di vedere da vicino la triste metamorfosi in baraccone da turismo usa e getta, declino ancora inimmaginabile nel 1968, anno del mio arrivo. L’Italia è stata per me un progetto di vita, dai quindici anni in poi, anche se allora – ovviamente – mi esprimevo in un italiano faticoso anche se già abbastanza corretto. Col tempo sono arrivata addirittura a sognare in italiano e, dal 1976 in poi, tutte le mie poesie sono state pensate e redatte in lingua italiana. Il motivo? La musicalità! L’italiano è uno strumento ineguagliabile e credo che il suo rendimento massimo sia proprio in poesia… Forse per questo, a partire da un certo momento, ho sentito il bisogno di tentare la rima, impresa non necessariamente obsoleta.

Ormai sei arrivata a decine di pubblicazioni. Ognuna con un percorso proprio e un leit motiv specifico. Se ti guardi indietro e ti rileggi in cosa pensi che sia cambiata la tua poetica, cosa hai lasciato per strada, cosa hai aggiunto di nuovo? E soprattutto non ti viene mai il desiderio di contaminare la vecchia scrittura con la recente, di mesciare i diversi stili che ti hanno contraddistinta?
Come accennato prima, la mia poesia è incentrata su pochi temi essenziali: la Natura e il ciclo delle stagioni, l’impermanenza, la solitudine creativa e il rifiuto di una vita passata rincorrendo il successo con quanto comporta: risucchia troppe energie. Mi si potrà dire che non sono temi particolarmente originali: è vero. Ma credo che, nello scrivere poesia (che, dopotutto, è un’arte tra le più antiche) più del ‘cosa’ conti il ‘come’, con le sue innumerevoli varianti e sfumature.  A livello stilistico, ho esordito con una scrittura minimalista: verso breve e lunghezza ridotta. Il cambiamento è stato un processo evolutivo: Da Codice barbaro in poi ho sentito che quella ‘maniera’ aveva esaurito le sue possibilità. Non è stata una decisione presa al tavolino: è successo in modo spontaneo.  E, secondo me, il vecchio e il nuovo, nella mia scrittura, non saprebbero convivere.

Quale è la raccolta di poesie a cui sei più affezionata? Quella che ancora ti commuove di più o ti rappresenta meglio?
Domanda capziosa a cui, forse, non so nemmeno rispondere…  Ogni volta che concludo una raccolta è come se calasse un sipario, con il bisogno di affrontare qualcosa di nuovo. Tornando alle (non poche) raccolte pubblicate trovo sempre tante, troppo imperfezioni. Posso prediligere qualche singola poesia, ma raccolte? Beh, Per terre oscure (che ha avuto anche diversi riconoscimenti) forse è quanto più si avvicina allo scopo della mia ricerca poetica. Anche se poi i libri da pubblicare m’interessano molto più di quelli pubblicati.  Comunque – trattandosi di una mia raccolta senz’altro molto diversa rispetto ai miei temi ricorrenti – mi ha fatto piacere la buona accoglienza della satirica Il Canto del Covid. E mi sono anche divertita tanto scrivendola!

Tu scrivi versi da molto tempo, frequenti poeti, leggi le cose scritte da altri. E quindi ti chiedo: quale è lo stato dell’arte della poesia in Italia in questo preciso momento storico?
Se ne scrive troppa, di poesia, in Italia e non solo! Eppure resta un genere di nicchia, frequentato da pochi. A meno che uno non sia arrivato ai massimi livelli della notorietà… ma anche poeti come Quasimodo e Montale, con buona pace del Nobel, non hanno mai visto tirature vertiginose, da bestseller. Andrebbero riletti, e non solo loro: ci sono Sereni, Bigongiari, Rebora, Bruno Cattafi, Rocco Scotellaro: proprio l’Italia meridionale ha visto nascere poeti di qualità! E, giacché ci siamo, non posso non menzionare lo stupendo Codice siciliano di Stefano D’Arrigo, autore del capolavoro Horcynus Orca.

C’è una raccolta che ancora non sei riuscita a scrivere? Esiste un tema che avresti sempre voluto affrontare nei tuoi versi e non sei riuscita ancora a mettere nero su bianco? Ce l’hai la silloge nel cassetto che nessuno ha mai letto e che ancora non osi dare alle stampe?
Di raccolte nel cassetto ne ho diverse, tra cui una raccolta intitolata Malgrado: forse rappresenta un po’ il mio atteggiamento verso un mondo che, in ogni momento, coniuga orrore e bellezza… e che va amato ‘malgrado’, perché non ne abbiamo un altro.  Tema a me molto caro, inesauribile ma, al di là di tutti i tentativi, sempre inesprimibile…


Intervista a cura di Antonia del Sambro


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