Ho chiuso gli occhi per un momento e sono partita e sono tornata da te


di Stefania Castella

Ho chiuso gli occhi per un momento e sono partita e sono tornata da te. Ho sentito sotto i piedi il freddo del pavimento, il rumore dei passetti sulle mattonelle che scardinate dondolavano e sembrava tintinnassero con un suono familiare e riconoscibile. L’aria dalla finestra bianca ci prendeva tra le braccia, noi ragazzette ci arrampicavamo sulla credenza per prendere il “paniere” intrecciato e lucido con la corda stretta stretta. Dal terzo piano e piano piano fino a te che ci infilavi dentro un cartoccio che sapeva sempre di sorpresa e di buono. Il cartoccio che prendevi al mercato quando la domenica mattina ci lasciavi dormire e di buon’ora uscivi perché al risveglio trovassimo già la meraviglia che avevi comprato per noi: il pane caldo, una pizzetta ripiegata nella sua carta marroncina, la spiga saporita, un giornaletto pieno di foto dei cantanti che ci piacevano, quelli con i poster al centro da staccare e poi appiccicare al muro. Le domeniche dalle polpette che non arrivavano mai a tavola ‘che finivano appena uscite dalla grossa padella rossa, quella che si usava solo per friggere. Dove vanno a finire tutte le cose che ci appartengono quando non siamo più noi? I nostri pensieri, i nostri ricordi, le note che lasciamo sparpagliate, i nostri abbracci? Di te, le cose che t’appartenevano sono tutte in fila nella mia testa, ogni cosa di te è dentro di me e ogni cosa di te sapeva di buono.
Se fossi qui adesso mi guarderesti con i tuoi occhi lucidi dandomi la forza che non ho mai avuto. Gli occhi che m’hanno vista crescere seguendo ogni passo, che mi hanno cullata senza mai lasciarmi sola. Come posso trovare un posto nel mondo se il posto eri tu? Me lo sono chiesta molte volte non ho mai pensato di potere o di dovere fare a meno di te e invece si cresce e si smette di stringersi ma io da quando te ne sei andata non ho smesso una sola sera di trovarti tra le luci delle case, nel buio, mai una sera è mancato un riflesso di te in ogni casa.
Casa quel posto dove ti senti al sicuro e i tuoi occhi che avevano visto la guerra mi davano la certezza che mai niente potesse succedere solo perché c’eri tu. E ci hanno attraversato il vento e il terremoto, la tempesta e il Natale delle malinconie infilate tra le luci dell’albero e ogni volta t’ho vista roccia senza una sola crepa con tutta la stanchezza del mondo sulle spalle a ridere forte mentre ti prendevo in giro perché perdevi l’ultima partita a dama. Ti ricorderai di me dove sei adesso? Sarai fiera della donna che sono oggi? Sono l’ombra della quercia che sei stata. Forse lo siamo tutti, ombre dei rami che ci hanno preceduto perché tutto quello che siamo affonda, radice profondissima in quello che è stato prima di noi e il racconto di quello che era è esattamente ciò che ha fatto la nostra strada.
-Smetti di pensare a ciò che è stato e pensa a ciò che è- mi diresti oggi con la tua voce profonda e io la riporto alla mente ogni volta e mi lascio cullare dal ricordo. Non mi rimproverare se ogni volta mi perdo nel passato, certe volte non possiamo farne a meno, certe volte non posso non chiudere gli occhi, camminare scalza, sentire il freddo del pavimento sotto i piedi e tornare indietro.
E torno da ogni viaggio con una parte di te che ritrovo immutata e ciò che è e che conta è ciò che è stato.


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