La prima volta che l’ho seguita, mi sono seduta dietro di lei. Eravamo nell’aula T3 della facoltà di Lettere. Non ero mai stata in quell’edificio. Biologia stava dall’altra parte della città.
L’ho riconosciuta subito dalla foto che Michele ha come sfondo sul cellulare: lui che abbraccia una ragazza che non sono io. Snella, con una cascata di boccoli ordinati e occhi da tigre, perfettamente all’altezza del suo sguardo. Denti bianchi da cui ti faresti masticare volentieri. Un collo sottile che ti viene voglia di afferrare. Stringere.
L’ho vista entrare in aula con passo ondeggiante, a braccetto con un’amica. E quando ha preso posto, mi sono alzata e ho cambiato il mio.
Che nervi quell’aroma dolciastro d’arancia e zucchero. Eppure, non riuscivo a smettere di annusarle i capelli. Non ce n’era uno fuori posto. Non come il campo d’erba secca che mi porto dietro. La mia chioma è scura e opaca come la cenere dopo un incendio.
Il professore di italiano stava parlando della lingua volgare, per Dante irraggiungibile come una pantera odorosa: ovunque si avverte il suo profumo, ma nessuno riesce a trovarla e catturarla.
Eccola qua la mia pantera, ho pensato. Ti ho presa. E zac! Le ho tagliato una ciocca senza farmi notare. Il ragazzo alla mia destra stava dormendo. A sinistra non c’era nessuno.
Anna si è voltata. Forse le avevo tirato un capello. Ho nascosto le mani sotto al banco. In una impugnavo le forbici, nell’altra la mia refurtiva. Mi ha dato un’occhiata frettolosa: le sopracciglia inarcate, le labbra leggermente aperte.
“Scusa. Ti ho toccata per sbaglio”, le ho detto sottovoce. Lei ha risposto al mio sorriso, finto come un cielo dipinto su un soffitto. Poi ha sussurrato: “Fa niente”.
Carogna maledetta, ho pensato. Giuro che l’ho solo pensato. Ma il fatto che la sua bocca potesse appoggiarsi su quella di Michele, che quella sua bocca da carogna si spalancasse sul pene che scorgevo dal gonfiore nei suoi jeans… Be’ mi mandava fuori di testa.
Lui era seduto al mio fianco ogni giorno e non potevo accarezzargli il braccio o mettergli a posto l’etichetta della t-shirt quando faceva capolino sulla sua nuca rasata. Ci messaggiavamo anche a tarda sera, però non potevo dargli la buonanotte con un “ti amo, sogni d’oro”. Ma quella carogna dalla pelle immacolata e le ciglia lunghe, sì. Se non altro avrebbe avuto un boccolo decisamente più corto degli altri.
Mi sono chiesta quando se ne sarebbe accorta. Ho immaginato la sua faccia sconvolta, lo sguardo interrogativo e i pensieri annodati in un mistero che non avrebbe mai risolto.
Ho riso più forte del dovuto, perché Anna si è girata ancora verso di me. Dovevo stare più attenta.
La seconda volta che l’ho seguita, l’ho incrociata in un corridoio dell’università. Più che incrociata, l’ho investita con un cappuccino. Sono inciampata su un gradino invisibile. E la scema ha pure creduto alle mie scuse, finte come le lacrime di un’attrice.
Indossava una camicetta bianca infilata in una gonna rosa pallido. L’ho centrata in pieno, macchiandola dalla scollatura alle ginocchia. Anna ha cacciato un urletto acuto perché il cappuccino era rovente. La pelle del décolleté è diventata rossa in cinque secondi. Questa volta sono stata più brava: ho nascosto l’euforia sfoggiando un’interpretazione mortificata degna della Magnani.
L’ho accompagnata in bagno e l’ho aiutata a ripulirsi.
“Non sai quanto mi dispiace”, le ho ripetuto venti volte. “Fa niente”, rispondeva lei. “Ti ripago i vestiti se non vengono puliti”, le ho detto con tono sommesso. Anna ha scosso la testa e mi ha sorriso. Tamponava la camicetta con la carta igienica bagnata, per smorzare l’enorme chiazza marrone diffusa sul suo petto. “Figurati, è stato un incidente”, e ha sorriso ancora.
Devo dire la verità, in quel momento mi ha fatto pena. Sembrava un pulcino appena uscito da una pozzanghera, con le piume sporche e gli occhi in cerca della mamma. Avrebbe potuto mandarmi a quel paese, arrabbiarsi, indignarsi, piagnucolare. Invece è stata calma e gentile. Era più dispiaciuta per me che per quella camicetta destinata al bidone della Caritas.
“Sai cosa faccio, me la tolgo e la lavo col sapone. Col getto d’aria qua si asciuga in un attimo”, ha detto, sbottonandosi davanti a me come se fossi sua sorella.
Ed eccole lì. Due mele tonde e polpose avvolte da un reggiseno in pizzo. Mi sono immaginata Michele che glielo slacciava con un dito e le mordeva i capezzoli. Carogna maledetta. E io che ho quasi provato pena per lei.
Anna ha strofinato il tessuto con le mani, sotto l’acqua del rubinetto. “Vai pure, qui me la cavo anche da sola. Non voglio farti fare tardi a lezione.”
“Se sei sicura… Occhio alla borsa, però. Che non te la dimentichi”, l’ho presa da un angolo del bagno e l’ho appoggiata vicino ai suoi piedi. Era una tote bag ampia e senza cerniera.
Lei mi ha ringraziata senza guardarmi. Io le ho scippato il cellulare con un gesto fulmineo. Facile come rubare il naso a un bambino. Me lo sono messo in tasca. Le ho chiesto scusa per la ventunesima volta e sono uscita. Mi ridevano pure i pori.
In memoria aveva decine di foto con Michele. Abbracciati, che si baciavano, che si tenevano per mano, selfie al lago, selfie in città, selfie in montagna. Patetica. Neanche la password si era sforzata di mettere. Non le ho guardate tutte, perché a un certo punto mi si è annebbiata la vista. Ho soffiato il naso e asciugato le guance.
Perché Michele non amava me in quel modo? Che senso aveva adorare gli stessi film se non potevamo andare al cinema insieme e magari limonare un paio d’ore? Gliel’avrei pure toccato al buio. Diciamo la verità, l’avrei fatto anche alla luce del sole. Se Michele fosse mio non gli staccherei le mani di dosso.
Non ero mai stata ricambiata da qualcuno che mi piaceva, però non mi era mai importato. Non così. Forse perché Michele era il primo uomo a essere gentile con me. A rivolgermi la parola con garbo e non per scagliarmi un insulto. Alle scuole medie i ragazzini mi chiamavano ‘quattrocchi’. Non un granché come epiteto. Peccava di originalità, però faceva il suo dovere. Alle superiori, invece, ero ‘Greta fica segreta’, perché nessuno avrebbe mai visto o voluto vedere la mia vagina.
Michele si è seduto vicino a me di sua spontanea volontà il primo giorno del nostro primo anno a Biologia. Sono passati sei mesi da quando mi ha detto ciao e mi ha dedicato un sorriso aperto. Già lì non ho capito più niente, tanto che mi sono guardata intorno per vedere se si stava rivolgendo a qualcun altro.
Una volta non è venuto a lezione perché stava male, e mi ha chiesto se potevo passargli gli appunti. Sono diventata sua amica così: per un raffreddore fortuito. Abbiamo cominciato a parlare di musica, perché una mattina portava una maglietta dei Led Zeppelin e gli ho detto che mi piacciono. Mai sentiti prima. Quando ho scoperto che è un fan di Nolan, fanatico almeno quanto me, abbiamo iniziato a discutere dei suoi film dalla mattina alla sera.
Michele sarebbe diventato un affascinante biologo forense e io la brillante curatrice di un museo scientifico. Saremmo stati perfetti insieme.
Poi l’ho vista. Il suo cellulare si è illuminato mostrandomi la dura verità: Anna. Giuro che le mie orecchie hanno preso fuoco in quel momento. Non mi aveva mai parlato di lei. Eppure, eccola là in tutto il suo splendore, una venere bionda che avrebbe fatto sfigurare Barbie e tutto il cucuzzaro di bambole. I miei occhietti grigi e affossati da topo di città non avrebbero mai potuto competere con quello sguardo felino da capobranco.
Ho preso un martello dalla cassetta degli attrezzi. Stavo per sfondare l’iPhone di Anna e farlo in migliaia di pezzi, quando lo schermo si è illuminato. Era un messaggio di Michele. “Piccola, cinema e pizza stasera?” ha scritto. Sono rimasta col martello a mezz’aria per un minuto o forse dieci. Non ricordo. Ma ricordo di aver reagito a quel messaggio inviandogli un secco e solitario “No”. Lui l’ha visualizzato, perché le spunte su WhatsApp erano blu. Un paio di secondi dopo ha risposto “Piccola che succede?”, seguito dalle emoji di una faccina triste e un cuore spezzato.
Avevo le mani sudate. Nel mio torace si stava disputando una partita di ping-pong. Ho spento il cellulare di Anna. L’ho riacceso un’ora dopo: c’erano altri tre messaggi e cinque chiamate perse. Allora gli ho scritto “Mi hai fatto impazzire ieri sera”, sapendo che Michele era stato in palestra fino a tardi per l’allenamento di basket. Emoji della melanzana e dello spruzzo d’acqua. Quando le spunte sono diventate blu, ho aspettato un attimo, giusto il tempo che lui cominciasse a scrivere per rispondere, e ho cancellato tutto. Poi ho spento il cellulare un’altra volta.
Sono corsa in bagno, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il water. Così, ho riempito il lavandino con il pranzo che non avevo digerito.
La terza volta che l’ho seguita, mi sono nascosta dietro una colonna nell’atrio, a pochi metri dall’aula T3. Appena in tempo. Anna e Michele erano fuori dalla porta che discutevano animatamente.
“Te l’ho detto mille volte. Me l’hanno rubato!”
“E il ladro ha cominciato a conversare con me. Bella idea”.
“Sei proprio un idiota”, ha detto Anna ad alta voce.
In quel momento la sfiga ha voluto darmi una pacca sulla spalla e stringermi la mano. Stavo gongolando per la loro lite pubblica, quando uno starnuto improvviso mi ha fatto perdere la presa sullo smartphone, che è piombato sul marmo del pavimento. Il rumore è stato sordo, ma non abbastanza.
“Greta?”
Michele mi ha vista. Cazzo.
“Tu la conosci?” ha detto Anna, squadrando prima me e poi lui. Sembrava che i suoi occhi avessero tirato fuori gli artigli.
Cazzo, cazzo, cazzo. Quella carogna maledetta ha mangiato la foglia.
“È una mia amica, siamo in corso insieme. Perché?”
“Perché mi ha fatto il bagno nel cappuccino e credo che il giorno prima mi abbia tagliato i capelli di nascosto. Era seduta dietro di me. Scommettiamo che ha pure il mio iPhone in tasca?”
Con un balzo Anna è arrivata a un centimetro dalla mia faccia. Mi ha dato una spinta e ha provato a strapparmi la borsa dalla spalla. “Fammi vedere qua”, urlava e strattonava.
Michele è intervenuto. “Ma sei scema?” ha gridato e l’ha allontanata, afferrandola per un braccio. Io ero una statua di sale. Ragazzi avevo il cuore praticamente in bocca.
“Scema io? Allora tu sei uno stronzo”, ha strillato Anna.
“Senti, Greta è una brava persona. Non farebbe mai una cosa del genere.”
Mi sono sentita come se tutti i miei organi interni fossero collassati su loro stessi.
“Fanculo”, ha mormorato lei ed è entrata in classe.
D’accordo, sulle mie doti recitative penso di aver mentito. Perché quello che è successo dopo non l’ho pianificato. Lo giuro su mia madre, anche se non c’è più.
Ho iniziato a piangere come se stessi rivivendo la mattina in cui mi sono svegliata e ho scoperto che Robin Williams era morto. Cioè capite che non lo vedremo mai più in un film nuovo? Mai. È assurdo.
Comunque, piangevo tanto da sgocciolare fino a terra. Mi stavo disidratando e allo stesso tempo ansimavo come un golden retriever. Sul cemento. A Ferragosto. In Calabria.
Con una mano mi tenevo il petto per evitare che esplodesse e che i brandelli della mia carne si spargessero nell’atrio del Polo Zanotto. Con l’altra mi sono appoggiata alla colonna che poco prima aveva tentato di nascondermi, ma non è servito a molto, perché le mie ginocchia hanno ceduto sotto il peso dei miei peccati. E così mi sono ritrovata spalmata sul pavimento come il burro su una baguette.
Ho sentito una forza tirarmi verso l’alto. Era Michele. Mi ha sollevata prendendomi per la vita. Una volta in piedi, ha spostato un mio braccio, facendolo passare dietro il suo collo. Mi teneva stretta a sé e ho pensato che quello sarebbe stato un buon momento per morire.
“Adesso ti porto da me e ti sdrai”, ha detto.
Il suo alloggio si trova a meno di cento metri dall’università. Abbiamo attraversato la strada e in cinque minuti ero già distesa nel suo letto, con le gambe rialzate da un paio di cuscini. Sudata e sfinita, ma almeno ero lì.
Ho bevuto un sorso d’acqua fresca. Michele sedeva su una sedia accanto a me e sventolava una rivista per farmi aria. Mi ha accarezzato una mano. Poi ha sfiorato la mia fronte con le dita, come se dovesse misurarmi la febbre.
“Ti senti meglio?” ha detto. E anche qui ho pensato che sarebbe stato un buon momento per morire. Senza di lui, è la vita a farmi paura.
Ho fatto di sì con un cenno del capo. Ci siamo guardati negli occhi e lui ha sorriso. Solo per me. Mi sono sentita avvampare dai mignoli dei piedi piatti alle punte dei capelli stopposi.
“Vedo che hai ripreso colore”, ha detto.
Facendo forza sui gomiti, ho sollevato il busto e ho appoggiato la schiena sulla parete.
“Mi dispiace”, gli ho detto. Mannaggia alle mie lacrime, hanno ricominciato a piovere.
“È a me che dispiace, non pensavo che Anna…” ma non ha finito la frase perché si è incupito.
“Ho rovinato tutto”, ho detto a testa bassa.
Mi sono coperta la faccia con le mani. Temevo che la vergogna facesse cucù dalle mie pupille.
Michele mi ha preso i polsi con delicatezza, come se fossero steli di margherite, e li ha spostati di lato, liberando il mio viso. Senza dire una parola, si è chinato e ha posato un bacio leggero sulle mie labbra.
Lui non sapeva che ero vergine. Non gliel’ho detto. E anche se ho sentito un dolore atroce quando mi ha penetrata, ho serrato i denti e ho fatto implodere il male nel silenzio più assoluto.
Nell’attimo in cui ho smesso di soffrire, lui ha smesso di godere. Voleva uscire, ma l’ho trattenuto avvinghiando le mie gambe alle sue natiche. Volevo che mi appartenesse ancora per qualche secondo.
Non sapevo che fare l’amore fosse così sporco e appiccicoso. Avevo le cosce bagnate dal suo seme e dalla nostra saliva. La vagina era in fiamme, avevo bisogno di un getto d’acqua gelata all’istante.
“Usa pure la mia doccia”, ha detto.
Ho lavato via tutto, anche la bugia sulla pillola, che non ho mai preso in vita mia.
Non so perché perseveravo nell’agire come una persona ignobile. Lo giuro su mio padre, anche se non so chi sia. Forse dovrei cominciare a giurare su qualcun altro.
E mentre mi insaponavo dappertutto, canticchiando il jingle di Temu che da settimane mi trapanava il cervello, ho sentito una musica che mi pareva familiare. No, era la suoneria di un cellulare. Ma non era mia e nemmeno di Michele. Ho sgranato gli occhi.
“Ma che cazzo”, ha urlato lui dalla camera da letto.
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