“Odio l’estate che ha dato il suo profumo ad ogni fiore l’estate che ha creato il nostro amore…” cantava una vecchia radio perdendosi nell’afa. Il soffio del vento scompigliava le pagine di riviste impastate di sale e di sabbia. In realtà non è l’estate che odio, pensandoci, è la fine dell’estate, che somiglia ad un capodanno senza nessuno con cui brindare, senza felicità. Senza neanche il sapore del panettone buono. Il sapore delle cose che finiscono. Odio l’estate e la sua fine che somiglia alla vita, che è un gioco dell’oca che non sai mai dove leggere le regole, te le perdi, le dimentichi e aspetti che vada avanti come può, mentre vai avanti come puoi.
Quelle estati che crescevano con noi, con madri e padri che chiudevano il peso dell’intero inverno nei ripostigli per dimenticare, ammucchiavano la voglia di fuggire legando a doppia corda valigie traboccanti di aspettative. Fotoromanzi da rubare alle zie dopo pranzo, quando senti la stanchezza del primo giorno di mare, che “il mare stanca”, mica la fabbrica, il traffico… il mare stanca, ti dicevano e ci credevi. Credevi a tutto quello che i grandi nel fiore dei loro anni t’avrebbero detto all’ombra di quella pausa piena di sapori e odori e luccichii da stringere gli occhi per fermare ogni fotogramma e portartelo tra i banchi di scuola, al ritorno. Il ritorno, all’epoca pieno di aspettative, di libri che odoravano di nuovo come lo zaino o l’astuccio desiderato per un’intera stagione e cose su cose da comprare nei grandi magazzini nei primi giorni di pioggia con gli stivali colorati di plastica rigida e la vita da guardare dietro gli ombrelli trasparenti.
Odio l’estate che è cambiata come me, lentamente, inesorabilmente, e oggi somiglia a un bisogno che non vuoi riconoscere. Non è vero. Non odio l’estate. Odio la fine dell’estate, che riporta l’elenco di ogni dovere lasciato sospeso, tutti in fila scatoloni di responsabilità messe da parte che non vorresti che raccattare e buttare via.
Vorresti tornare a fare a gara con l’onda che ti prende i piedi se non scappi veloce, a spiare il ragazzetto che giocava a tirare pallonate nella spuma di un mare che di sera diventava blu scuro, un colore mai più visto. Alle sere con la musica che faceva ballare appiccicati i grandi, e che faceva ridere i piccoli messi negli angoli a spiare quelle teste cotonate e tirate a lucido, dai vestiti buoni presi apposta per fare figura in qualche locale sgangherato a due passi degli ombrelloni in fila, chiusi come le gambe delle ragazze più giovani coi vestiti troppo corti per stare troppo sciolte.
Fine estate dalle spiagge che s’allargavano di bagnanti che diradavano le toccate e fughe per riprendere il ritmo di un autunno che s’annunciava nella pioggerellina leggera di ogni pomeriggio: “Dopo il quindici piove sempre” ripetevano le voci dei grandi, sempre, di quelle verità che oggi ti manca sentire.
Odio l’estate, nessuna stagione ti pianta allo stesso modo, nel petto, il peso della malinconia e dell’ineluttabilità. Nessuna stagione sa essere così bella e così crudele. Nessuna stagione somigliava all’abbraccio che potevi dare agli amici appena conosciuti, nessuna stagione ti sapeva mostrare la verità spietata dei corpi che cambiano con l’età, nessuna stagione sapeva mostrare le cose per come sono, così chiare come sono. Cartoline da comperare dei bazar, sempre gli stessi, sempre le stesse, sempre con gli stessi “Baci da…”
Odio l’estate, il ritorno di una vita che pesa come la salita dall’acqua “che s’è fatto tardi ed è ora di tornare”. Odio l’estate o forse no. L’estate è come la vita, ti ci affacci, ti meraviglia e quando senti che vorresti stringerla forte è già finita. Odio l’estate, e no, forse no.
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