Gli anni felici sono quelli sprecati

di Manu Bazzano

Gli anni felici sono quelli sprecati
-Marcel Proust

E il terzo giorno Myōshin risorse. Tracció una croce con la lingua sul suolo arrossato a onorare Gerard Nouveau che a detta di alcuni fu il vero autore delle Illuminations di Rimbaud. Croce eterea nel buio d’una notte insonne nella vana attesa dell’amata nella stanza accanto, racchiusa nel bozzolo dei sogni, assopita nel sonno soddisfatto dei borghesi. Il giorno prima lacrime d’eros; convulsioni di silhouettes d’amanti in un paesaggio adiaforo; il sorriso di lei a un altro, quella sete d’affetto indiscriminato. Un sorriso e ho visto la mia fine sul tuo viso. La partenza in punta di piedi prima dell’alba a evitare la banalità dell’addio, ultimo sguardo ai suoi stivaletti all’ingresso. In cambio d’una manciata di aneddoti di vita vissuta, il giovane nocchiero mette su canzoni adatte all’occasione, compresa quella che fa Ils me dirent, “résigne toi”. Mais je n’ai pas peur. J’ai repris mon âme. J’ai changé cent fois de nom.
Ho abbracciato l’alba d’estate, scrisse Rimbaud/Nouveau, ma come narrare l’aurora del mondo nel cielo dissanguato? Un bambino nelle strade di Berlino – ah Benjamin! Il bambino. La strada. L’alba. Insieme a comporre una scena risolutiva: l’alba del bambino senzatetto. Il bambino che ha fatto esperienza della strada all’alba – alba primordiale nello spazio aperto della rivoluzione.

E il terzo giorno Emanuele risorse. Ma prima di tutto la crocifissione, com’è di rigore nel mito cristiano nel quale siamo tutti ingarbugliati nonostante le proteste e l’adozione di posture storico-materialiste, buddiste, laiche, post-moderniste, edoniste. Dopo la manifestazione antifascista a Roma e la promessa del sole dell’avvenire, dopo il miraggio ravvicinato della rivoluzione politico-libidinale, dopo una canna tosta di marocco 00 e un girotondo collettivizzante che ci lascia più soli di prima, C. invita Emanuele e F. a casa sua. Mettendo su l’acqua per i taglierini, C. fa il cascamorto con F., da sempre allupata d’esperienza come una comparsa in un libro di Kerouac, mentre Emanuele si taglia le dita sulle corde arruzzate d’una chitarra scardinata e con voce rotta di troubadour intona trasognato l’inno del momento. Sta nel fondo dei tuoi occhi, sulla punta delle labbra. Sta nel corpo risvegliato, nella fine del peccato. Dopo i taglierini scotti, il bicchierozzo stanco di Ciró, e una seconda canna di 00, con fare incolpevole C. si liscia la barbetta e carezzando i fianchi soavi di F. suggerisce di dormire tutt’e tre nel suo letto. Dài andiamo, dice F. assetata d’esperienza come una protagonista inglese in visita in Toscana in un romanzo vittoriano dell’ottocento. Per non sembrare da meno, Emanuele li segue docile. Dopo tutto, la morte della famiglia (ariosa come una camera a gas) è imminente; meglio essere preparati. Nella curva dei tuoi fianchi, nel calore del tuo seno. Nel profondo del tuo ventre, nell’attendere il mattino. Da tempo durante il loro amore F. s’era dichiarata contro la penetrazione in quanto atto di prevaricazione che non tiene conto di altre dimensioni psico-spirituali connesse al corpo eterico. Gli aveva dato da leggere un libro di Bhagwan Shree Rajneesh sul Tantra. Sta scritto qui, guarda: il Tantra come mappa della coscienza interiore, compresi i quattro sigilli o serrature che si aprono in noi quando ci muoviamo piú in alto nella meditazione. Tu vai sempre di fretta, diceva F., ma io voglio baci eterei, eteree carezze, e l’apertura d’ogni zona erogena dell’anima. Tu invece vuoi scoparmi, anche se poi mi scrivi belle poesie. Perduto in quegli occhi celesti, Emanuele fece del suo meglio per frenare la rozza passione. Fu poi lui che andó a vivere in India nell’ashram di Bhagwan alias Osho per dodici anni, mentre lei diventó insegnante d’italiano al liceo. Del senno di poi. Libertà e necessità s’abboccano nel fato, dal lancio dei dadi (libertà) alla somma ineluttabile della loro caduta (necessità) il passo è breve. Eccola lì la futura insegnante d’italiano al liceo che nell’amplesso triangolato dopo carezze ingrovigliate e baci indiscriminati che sfiorano Emanuele per caso, si scopa C. e scopano all’antica sotto lo sguardo esterrefatto del troubadour dell’utopia. E questo dolore lancinante in petto cos’è, dimmi. Qui, ascolta, metti una mano nel costato e palpa il sangue fresco della ferita, stigmate d’amour fou, mi manca il respiro a dire il vero e non riesco a dormire di notte, ogni sorta di demoni e incubi e succubi s’assiepano ai bordi del letto dalle tre del mattino a intonare sermoni di fiamma e pece, a canzonarmi con smorfie oscene e bestemmie dozzinali. Mi rassicura un poco sapere che esiste una patologia debitamente e ufficialmente catalogata: il fenomeno dell’incubo è un disturbo parossistico correlato al sonno e caratterizzato dalla sensazione visuotattile di una persona o entità che esercita pressione sul torace durante episodi di paralisi del sonno e di veglia apparente. E i brevi momenti di tregua onirica dall’insonnia pullulano di versioni di lei lasciva e desnuda in posizioni acrobatiche, le stesse che nei decenni a venire andranno a formare il vocabolario sessuale delle nuove generazioni, pornografia di Silicon Valley al posto del dio Eros, fanciullo scalzo nell’aurora del mondo. Sta nel sogno realizzato, canta Emanuele martoriandosi le dita su corde arrugginite. Attento a cosa sogni, corri il rischio che il sogno s’avveri. C’è, ma chi ha detto che non c’è. Nella gioia nella rabbia, nel distruggere la gabbia. Nella morte della scuola, nella casa senza porta. Ma chi ha detto che non c’è. Nella morte della scuola? Quel sogno è stato certamente realizzato. La fine non soltanto della scuola, ma d’ogni spazio di transizione, d’ogni luogo in cui riflettere, capire, studiare, conversare e evitare di proiettare sogni irrealizzati su despoti, tecnocrati e scribacchini elogiatori dell’ignoranza  – quel sogno s’è certamente realizzato. L’argomentazione intelligente lascia il posto al grugnito fascistoide. La voglia d’imparare da culture e popoli diversi lascia il posto all’odio indiscriminato verso poveri disperati che approdano in Sicilia su barchette fragili.
Il sogno della ragione insemina mostruosità. È mostruosità non saper riconoscere l’ira infuocata della gelosia. C’è, la gelosia, c’è, esiste, ma chi ha detto che non c’è, e la sua via crucis, come ogni altra forte emozione, sfocia infine nella gioia se si è capaci di sentirla nelle buie viscere, strano ma vero, lo disse Baruch Spinoza e se solo avessi potuto dirtelo al tempo, Emanuele, quando in ginocchio sulla porta di casa di F. ti straziavi d’amore e desiderio di morire per una che non era neanche il tuo tipo. T’avrei detto  che lo sconforto che provavi nel capire che la rivoluzione non risolve la presenza perpetua della morte era un’intuizione valida.

E il terzo giorno Dìpamo risorse. La gelosia, Proust dimostró nel corso di tremila pagine, è la più romanzesca fra gli sconvolgimenti del pensiero. Visto a ritroso, il romanzo della gelosia diventa commedia. Minacciato con una pistola da un amico il cui ricordo rimane caro e che Dìpamo tradì comportandosi da cretino. O quella volta che S. di ritorno dai Paesi Bassi scazzottó P. per essersi messo con la sua donna. E quando in una notte senza luna Dìpamo con l’asta d’un ombrellone sfondó il finestrino dell’auto del tipo che s’era messo con K. e con riso satanico stracció la bibbia che il signorino teneva nel cruscotto. C’è un nesso diretto, diceva Freud, fra la gelosia e l’afflizione, specie l’afflizione dovuta alla perdita, al lutto. Lo disse Freud e lo confermó Proust. Per Marcel Proust la gelosia sessuale è una maschera per la paura della propria mortalità; il tradimento viene vivisezionato e ispezionato nei minimi dettagli; gli amanti gelosi della Recherche conducono ansiosi ricerca storica e perfino accademica sul passato erotico. L’amante derelitto va a caccia di un’illuminazione remota che a sua volta s’apre ad un’oscurità più profonda. L’alta e terrificante commedia fa di Swann e Marcel storici dell’arte della gelosia la cui ricerca continua anni dopo la fine dell’amore, perfino dopo la morte dell’amata. Certo, dell’estensione del suo amore Swann non aveva immediata coscienza. Quando cercava di misurarlo, gli succedeva a volte di ritrovarlo diminuito, quasi ridotto a nulla; c’erano giorni, per esempio, in cui riaffiorava lo scarso gusto, il disgusto quasi che gli avevano ispirato, prima che si innamorasse di lei, i tratti espressivi di Odette, il suo colorito privo di freschezza. Quanto tempo ti c’è voluto, Dìpamo, a capire che gran parte della tua vita adulta ha girato intorno al perno della perdita di tua madre a diciannove anni, e che la fuga nell’amore effimero accentua il dolore invece di lenirlo.

E per farla breve non si tratta di liberazione sessuale ma di salvezza estetica, il fiore bianco di loto dal fertile fango dell’esperienza. Mi spiego? Come te lo devo dire, e quando, dimmi, quando imparerai? È una pedanteria riferirsi a Lévi-Strauss, alla relazione omoerotica sia pure simbolica che si stabilisce fra i maschi del clan che desiderano la stessa donna? O reiterare con Renè Girard che nella lite che lo contrappone al rivale in amore, il soggetto inverte l’ordine logico e cronologico dei desideri per nascondere le proprie limitazioni? Ma io l’ho amata prima di te, protesta il signorino. E dato che il mio desidero è anteriore al tuo,  sono io mediatore e responsabile della nostra rivalità. Come osi figlio d’una mignotta tentare di derubarmi d’uno dei miei oggetti più preziosi? L’antropologia naviga meglio della poesia quando si tratta di gelosia, un’emozione che fornisce tre o quattro immagini incapaci di decollare. L’amata o ex amata viene sopravvalutata e nelle poesie peggiori il suo appeal viene elevato fino all’iperbole.

E il terzo giorno Manu risorse, o per meglio dire s’alzó da un letto d’accidia e chagrin come asceso a fulgida vita spirituale esente da magagne. Disse bene il poeta: T’amai, dunque, t’amai, e t’amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. È poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio. Ma come sei romantico. Ebbene sì, ma con l’erre maiuscola. Non sarebbe neppure sorta la soggettività senza i Romantici, quella soggettività che andrà prima o poi attenuata allo scopo di sentire nell’intimo le forze che attraversano questo corpo/mente – forze immanenti, forze naturali, nulla a che fare con gli archetipi platoneggianti del dottorino borghese Carl Gustav Jung. Il dono della passione ci avvicina alla creatura, direbbe Rilke, la creatura che con tutti gli occhi vede l’Aperto.

Ospiti in corsivo in ordine di apparizione: Lucio Battisti, Leonard Cohen, Gianfranco Manfredi, Osho, Marcel Proust, Ugo Foscolo, Rainer Maria Rilke.


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