di Manu Bazzano
Per Lucian
Martedì 25 giugno 2024. Mattina presto, una giornata soleggiata e calda a Londra. Andando al lavoro, penso a Michel Foucault, morto 40 anni fa il 25 giugno, all’etá di 58 anni, per complicazioni legate all’AIDS. A come questo maître-penseur mi aiutó a dar forma alle mie idee. Alle giornate esaltanti nel campus universitario alla fine degli anni ’70, ispirato dal suo attivismo al fianco di Genet e Sartre. Al suo mirabile Storia della Follia, che provocó una conflagrazione nel marxismo scolastico della mia gioventù a annoverare gli emarginati e i diversi come potenziali soggetti rivoluzionari. Più tardi, imbattermi negli anni 2000 nelle sue lezioni al Collège de France sul tema della ‘cura di sé’ fu ventata d’aria fresca in un ambiente di macroscopiche banalitá a cui fui sottoposto nel corso della mia formazione terapeutica.
Alla fine di luglio 1978, mentre attraversava rue de Vaugirard a Parigi, Foucault venne travolto da un taxi. Lanciato in aria, stramazzó sul cofano dell’auto, schegge di vetro in testa e nel volto. Sto per morire, pensó, e si sentì sopraffatto da un sensazione piacevole di accoglimento. Cinque anni dopo, raccontó a un giornalista canadese: “Tempo fa sono stato investito da un’auto. Stavo camminando. E forse per due secondi ebbi l’impressione che stavo morendo e fu davvero un piacere molto, molto intenso. Il tempo era meraviglioso. Le sette di sera, d’estate. Il sole stava tramontando. Il cielo bellissimo, d’un blu intenso. Uno dei miei ricordi più belli [risate]”
Come Walter Benjamin prima di lui, a Foucault non piaceva farsi chiamare filosofo. Troppo angusto per l’esuberanza della sua indagine che attinse da diverse discipline: psicologia, storia, fenomenologia esistenziale, sociologia, pensiero antico, buddhismo zen, medicina, psichiatria, e altro ancora. Eppure un filosofo lo era, nel senso di Nietzsche: in grado di perturbare; nemico delle conformitá e ottusitá dello status quo. Come attivista, si valse d’una vertiginosa gamma di conoscenze interdisciplinari a sostegno di gruppi emarginati, allora come adesso vittime dell’odio e del pregiudizio della societá borghese.
Alla fine degli anni Quaranta, Foucault frequentó le lezioni di Merleau-Ponty all’ École Normale Supérieure e come alcuni suoi compagni di viaggio (Sartre, de Beauvoir, Derrida, Levinas, Deleuze, Guattari, Kristeva, Lacan, Cixous, Irigaray, Althusser), si trovó nel cuore di quella straordinaria fioritura del pensiero raramente vista nella storia, paragonabile per grandezza e immaginazione alla fioritura della filosofia nell’antica Grecia. Nel mondo anglosassone, tale straordinaria esplosione di pensiero innovativo viene chiamata altezzosamente “filosofia continentale” (in contrapposizione a cosa? alla filosofia “insulare”?).
In Storia della follia (1961) e Nascita della clinica (1963), Foucault esprime una visione tuttora attuale su un aspetto costitutivo della societá moderna. A differenza della segregazione forzata di massa (il ‘grande internamento’ dell’etá classica), il potere non viene più esercitato esclusivamente attraverso la violenza palese ma tramite mezzi di controllo e la presenza diffusa dello “sguardo medico”. A seguito d’uno sciopero della fame di un gruppo di detenuti, all’inizio degli anni ’70 Foucault contribuì alla fondazione del GIP (gruppo per l’informazione sulle prigioni), un’esperienza che lo portó a scrivere Sorvegliare e punire, un libro che documenta l’ascesa del sistema carcerario odierno. In quell’opera, con il suo talento innato nel produrre un’immagine sorprendente, condensó il passaggio storico dal dominio coercitivo a modalitá di controllo più subdole con il Panopticon, la progettazione del filosofo inglese Jeremy Bentham del 1791 per le prigioni, che permette a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i detenuti senza che questi ultimi sappiano se sono in quel momento osservati o meno. I detenuti iniziano a controllare i propri movimenti per paura di essere puniti. La violenza fisica è meno necessaria grazie all’uso esperto di geometria e architettura. Le forme attuali di amministrazione sociale – centralizzate, onnipresenti, burocratizzate – esercitano coercizione sui cittadini in modo efficace. In tal modo, il cittadino moderno diviene debitamente disciplinato, atomizzato e in grado di autoreprimersi. Ogni decennio poi inventa la propria forma d’autorepressione, in sintonia con le forme particolari di pressione culturale e politica. Ció che il mio amico e collega statunitense Ron Purser chiama McMindfullness è un ottimo esempio di autorepressione su larga scala. Nell’assegnare la colpa interamente all’individuo (che non ha praticato il pensiero positivo, non ha meditato o fatto yoga abbastanza ecc) per fallimenti strutturali e sociali, la McMindfulness (Mc come McDonald, produzione industriale volta al profitto, non burgers e patatine in questo caso ma tecniche di meditazione per il mondo del lavoro) debitamente ripulisce e decontestualizza il nesso esistenziale e spirituale con il Dharma (dove ‘mindfulness’ o sati nel linguaggio del Buddha, è intesa invece come consapevolezza della natura transitoria dell’esistenza). La psicoterapia neoliberista è un altro esempio di un efficiente sistema d’autorepressione. Una metodologia che ci aiuta a autoreprimerci allegramente così che si puó ritornare al posto riservato nell’ingorgo stradale, al lavoro di merda, a un’esistenza narcotizzata, all’euforica sicurezza che nessun rischio di trasformazione potrá mai aver luogo.
“Quello che cerco di fare – dice Foucault in un’intervista dei primi anni ’70 – è cogliere i sistemi impliciti che determinano il nostro comportamento più familiare senza che ce ne rendiamo conto. Cerco di ritrovane l’origine, mostrare la loro formazione, il vincolo che impongono su di noi. Poi creo una distanza e cerco di dimostrare come si possa evadere la loro influenza”. Nonostante la dichiarata difesa della cosiddetta ‘diversitá’, le societá moderne attuano la punizione all’interno di un sistema di sorveglianza e correzione incentrato sulle debolezze del caso particolare e sulla psicologia dell’individuo – perché è l’intenzione, invece della trasgressione a essere considerata principio chiave della colpevolezza. Mentre nelle societá feudali il potere veniva esercitato casualmente, nel mondo moderno circola attraverso canali sofisticati, invadendo corpi, gesti, e attivitá quotidiane. Foucault lo capì molto prima che gli algoritmi, i social e gli smarphone diventassero onnipresenti.
E poi, come scrive Sohrab Ahmari, venne il discorso pubblico di Foucault del 14 marzo 1979, essenziale nel comprendere questi primi due decenni e mezzo del ventunesimo secolo, epoca dominata dalla biotecnologia, dal ritorno strisciante dell’ideologia nativista e dell’eugenetica, un’epoca in cui ognuno diventa autoimprenditore, e in cui le relazioni umane, compreso il matrimonio, sono viste come investimenti economici finalizzati alla coproduzione del futuro capitale umano. Profetico? Eccome! Ma anche utile nell’aprire il sentiero all’opera di pensatori politici formidabili quali Wendy Brown per i quali bisogna ristabilire d’urgenza il primato della politica sull’economia, contro l’ideologia neoliberista del dominio del mercato.
Che fare? Come rispondere a questo triste stato di cose? La risposa di Foucault è semplice e diretta: il primo passo è coltivare l’onesta cura di sé. Ispirata dall’epimeleia heautou degli antichi Greci, il cui significato é esercizio di corpo/mente, è quanto di più remoto si possa immaginare da attuali nozioni anodine di mindfulness e simili auto-coccolamenti orientaleggianti (e orientalisti). Una posizione esistenziale che va oltre l’ideologia della riparazione del trauma e la politica del danno subìto. Nelle parole di Foucalt, “la formazione del sé attraverso tecniche di vita, non di repressione tramite il divieto e la legge”. Una pratica legata ad accettare la finitezza umana allo scopo di contribuire alla vita sociale e politica con progetti comuni d’emancipazione.
Da storico eterodosso, Foucault era interessato a ció che la storia non registra: l’elemento marginale, smarrito fra le pieghe degli eventi ufficiali. L’interazione fra la ragazza che scopre la masturbazione e la governante vittoriana che la vieta. Coloro che detengono il potere e la conoscenza – siano essi educatori, politici, giudici, preti, medici, psicoterapeuti – sono tenuti a classificare le persone secondo linee di guida moralistiche che avallano la norma. Ispirato da Georges Canguilhem, autore del libro fondamentale Il normale e il patologico, Foucault lanció un feroce atto d’accusa contro il complesso meccanismo del controllo sociale, decostruendo le false affermazioni su ció che costituisce la normalitá e l’anormalitá, smascherando la punizione e persecuzione di chi appartiene a minoranze etniche, di chi coltiva pratiche sessuali diverse, è disabile o “folle”, di chiunque non si adatti alla maggioranza normotica, ovvero alla follia rampante della normalitá che non ammette il proliferare d’una vita interiore complessa e contraddittoria.
René Char, un poeta che Foucault amava, scrisse:
Compagni pieni di pathos, che mormorate appena,
Andate con la lampada spenta e rendete i gioielli.
Un nuovo mistero canta nelle vostre ossa.
Coltivate la vostra legittima stranezza.
La stranezza in questione è al centro delle storie narrate da Foucault, e tali storie sono il suo regalo prezioso. La stranezza non dev’essere per forza marginale. Si potrebbe dire che fa parte della natura stessa dell’esistenza.
Per Foucault ció che importa è comprendere il rapporto che si ha con noi stessi prim’ancora di obbedire alle regole morali. Ad esempio, si potrebbe voler praticare l’astinenza sessuale non per obbedienza ai divieti ma come scelta, coltivando quella che lui chiama una “estetica dell’esistenza”. Per Foucault, che in questo caso riecheggia Nietzsche (un altro autore a lui molto caro), il sé, vero o falso che sia, non esiste. Bisogna crearlo. La psicoanalisi intelligente direbbe che un modo d’immaginare la creazione di un sé vero consiste nell’osare immaginare la nostra vita libera dalle grinfie del super-io e dalla sua propaganda pallosa e persecutoria. Non è facile, se si considera quanto siamo implicati nella costruzione del potere. Ma se è vero che il potere ci forma, è anche vero che possiamo giocare un ruolo attivo, ribellarci, rimodellarci, esplorare nuovi modi d’essere, scoprire nuovi piaceri e desideri, nuove esperienze, altri modi di vivere e pensare. Impensabile nell’era di omologazione globale e del trionfo di bacchettoni criminali, ma per tale motivo ancora più urgente.
Sorprendentemente per un pensatore e attivista normalmente associato con il poststrutturalismo, la fonte per tale fucina del sé deriva dal buddhismo, e in particolare dalla nozione di sunyata, un termine tradizionalmente tradotto come “vacuitá” o “vuoto”. Nel Dharma, e nello specifico nello Zen, Foucault trovó un’alternativa credibile agli orpelli del cristianesimo e della sua versione laica, l’umanesimo occidentale. Le sue osservazioni a seguito del viaggio in Giappone sono utili per il praticante spirituale contemporaneo spesso abbindolato dalla caccia vanesia all’illuminazione. Ció che conta per Foucault è il fatto che la pratica Zen attenua l’individuo, fa spazio a maggiore fluiditá e favorisce una capacitá di agire e pensare al di fuori dei consueti circuiti mentali. Vista in tal modo, la pratica Zen diventa atto politico, riflessione immanente sul ruolo delle relazioni di potere nella costruzione della nostra stessa soggettivitá, e creazione di nuovi modi d’essere con noi stessi e gli altri. Anni luce, direi, dalla nozione cristiana di metanoia o conversione con la sua litania di mea culpa. E stranamente simile, a mio avviso, alla motivazione regalataci da Montaigne per l’autoriflesssione: non critica di se stessi ma esplorazione che scaturisce da ingenua curiositá.
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