di Manu Bazzano
Non appartengo neppure a me stesso
Franz Kafka
Mi commuove ancora, dopo tanti anni, assistere a una cerimonia tokudo (l’ordinazione dei monaci Zen), il cui significato letterale in giapponese è ‘abbandonare casa’. Ricevere l’ordinazione vuol dire molte cose, compreso sentirsi a casa ovunque. Penso ai miei lunghi viaggi in aereo, l’arrendermi infine (dopo il filmetto melenso e il cibo dessiccato) alla dimora transitoria, la mia casa sulle nuvole, niente da fare, sospeso nel nessundove, uno zendo nel firmamento. Osservo adesso i miei giovani compagni nel Dharma che si prostrano al Buddha e a questa eterodossa tradizione nei loro kimono immacolati prima della vestitura, vivendo sulla pelle una nuova nascita. Scalzi e con la testa rasata, niente più li protegge fra suolo e cielo. L’umorismo, e l’umana fragilitá del maestro. Lacrime di gioia. Mi ritorna in mente il mio tokudo, gennaio 2004 a Ameland, un’isola al largo della costa olandese,romantica e desolata, protetta da dune in continuo impercettibile movimento, sferzata dai venti gelidi del nord e dalla pioggia. Mi ritorna in mente il faro silenzioso nel vento e le mie corse solitarie a sera a guardare il mare come Miranda ne La Tempesta – in attesa, in semplice attesa.
Il rito antico e il dialogo dell’iniziazione: Manterrai l’impegno preso? Lo manterrai davvero? Sì, lo faró. Tre prostrazioni. Ogni volta inciampavo sul mio kimono troppo lungo. Sarebbe bello sentirsi a casa ovunque. Ci sto provando, e a volte mi sento a casa in luoghi strani. La forte sensazione d’essere al mondo, d’essere a casa nel mondo, di esserci: uscire di prima mattina per le strade d’una cittá ignota. Spesso sono incapace di sentirmi a casa. La parola stessa mi insospettisce: individualitá possessiva, furto primevo della proprietá, recinto attorno a questo corpo-mente, una bandierina d’identitá su un appezzamento arbitrario, due bulbi oculari disegnati sul fluire incessante di fenomeni a reclamarne esclusivitá. Eppure dico ‘benvenuti’ quando amici vengono a trovarci. Cosa voglio dire? Benvenuto a casa mia? Ma questo spazio che mi ospita è davvero mio?
Sei qui come ospite? mi chiedono alla sesshin, il ritiro Zen di primavera. Sì, rispondo senza pensarci. Una domanda semplice, ma risuona ancora nelle viscere. Appartengo? O sono di passaggio? La storia della mia vita racchiusa in tali domande ingenue. Non ricordo chi ha detto che il bodhisattva è un ospite, nel senso di colui che offre ospitalitá (strana questa lingua non mia che mi ospita e per la quale ospite ha un doppio senso). Un bodhisattva ospita gli altri ma anche se stesso, parti di sé, comprese quelle non attraenti. Non è un compito facile, ma vale la pena perseguirlo. Come diventare uno che sa dare ospitalitá? Io una mezza idea ce l’avrei: ricordando che un fragile pianeta azzurro mi ospita. Che sono ospite della ‘mia’ esperienza in ogni momento. Mi sono sentito accolto al ritiro zen di primavera. Sono un ospite? Sì. Allo stesso tempo, prima del pensiero, la mia pelle riconosce istantaneamente che qui sono a casa. Il cuore lo sa intimamente. Lacrime di gioia. E di gratitudine. Molti hanno meditato, passeggiato, sospirato fra queste antiche mura. Gli incastonatori di tre secoli fa che hanno costruito questo edificio. La mia sorella nel Dharma, Sharon, scomparsa tre anni fa, ancora seduta qui, la sua risata echeggia ancora nel cortile sotto il sole timido d’aprile.
Per uno come me che non si è mai sentito a casa nella cittadina natale – quel posto che m’ha rifiutato e che continua a rifiutarmi e per il quale nutro una benevola indifferenza – la mia casa è il cuscino nero su cui mi siedo all’alba con la pioggia sul tetto di plastica. La mia casa è un luogo di passaggio, il nostro appartamento in affitto. Ci sentiremo più a casa quando finalmente compreremo un appartamento in autunno con un balconcino per le sue calendule e i gerani, un tavolo e due sedie con vista sul boschetto? Quando inviteremo i nostri amici a meditare con noi il sabato, quale che sia la stagione o il tempo? Mi fará crescere radici venire in possesso d’una dimora anche se le uniche radici che fanno per me sono rizomi – orizzontali, in continuo movimento invece che piantate al suolo – anche se le placche tettoniche della Terra si riassestano impercettibili proprio in questo istante? Mi trasformeró da nomade in monade?
Ma come, ritorni all’ovile, alla congregazione? Mi chiede un’amica che ha familiaritá con lo Zen. Non è meglio la fede incontaminata, separata dal collettivo? Non è la fede un fatto personale, che ci dá fluiditá, assenza di dogma, il non dover seguire regole e catechismi? Leggo la sua email la mattina presto e mi colpisce. Beh, per come la vedo adesso, rispondo, abbiamo bisogno d’entrambi. Io ho bisogno d’entrambi. Essere solo, straniero, ospite, nomade. Storia della mia vita! L’euforia del viaggiare leggeri, la dolce inconsolabile malinconia del Ronin, il samurai senza comunitá. In questo momento, tuttavia, la comunitá (del cuore, dello strofinarsi a vicenda e limare l’involucro dell’anima, sentendo sulla pelle la gioia e il dolore altrui) è fondamentale. L’estasi discreta e dirompente nel riscoprire amicizie smarrite.
E poi non mi fanno paura i rituali, ho scritto alla mia cara amica. Anzi, li amo: contenitori di dolore e estasi incommensurabili, cerchi nella sabbia che invitano la presenza dei vivi e dei morti, di coloro che devono ancora nascere, la presenza dei vivi nelle quattro direzioni.
Il mio amato Nietzsche desiderava tanto una comunitá come quella dei Pitagorici, e parte della sua tragedia e oscura gloria fu quella di rimanerne privato. È vero, la societá istituzionalizzata/iperprofessionalizzata mi ha evitato, rifiutato, diffamato e quasi ucciso. Eppure. Ogni aspetto del mio lavoro di terapeuta di gruppo, di insegnante Zen, di facilitatore di laboratori di danza e scrittura : tentativi di creare dimora comune con altri compagni di viaggio pronti ad abbandonare la condizione di bruco e animati da un desiderio di diventare farfalla.
Strano per uno come me che ha coltivato il dubbio e la perplessitá per tutta la vita, i riti della pratica Zen mi aprono il cuore, mi spezzano il cuore, e un cuore in frantumi è un cuore aperto. Molto più facile poi prostrarsi con un kimono accorciato dal sarto vicino casa, quell’uomo tranquillo che apre bottega presto e che vedo ogni mattina andando a lavoro.
La meditazione come atto collettivo; impercettibile mutuo soccorso, e maggiore serenitá nell’affrontare la certezza della mia morte. Certo, ci saranno delusioni, mi è stato suggerito. Nel frattempo, lasciatemi gioire di quest’amore ritrovato.
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Un articolo bellissimo
Grazie Subhaga