Da tempo immemorabile l’Ungheria gioca, nella storia di tutta la Vienna elegante, un ruolo di primo piano. È che le donne ungheresi hanno il fuoco nel sangue e possiedono tutte le qualità, o i vizi, capaci di rendere gli uomini felici come dei o ridurli come l’ultimo dei miserabili.
Non esistono vie di mezzo. O la fiera e selvaggia magiara sarà la più virtuosa delle donne, oppure sarà la più malvagia, a seconda dell’influenza della società e del caso.
Kasimira, una ragazza di Pesth, povera ma di nobili natali, fu data in moglie intorno ai sedici anni a un vecchio magnate[1], che, fin dal primo giorno in cui lo vide, non riuscì né a stimare né ad amare e che non le ispirò nient’altro che timore.
I genitori dell’adolescente avevano pensato di fare la scelta giusta nell’assicurare al tempo stesso la propria vecchiaia e l’avvenire della figlia con questa unione. Ma un simile calcolo si rivelò errato per la semplice ragione che Kasimira non aveva né il carattere né il temperamento per rassegnarsi e soffrire in silenzio.
Ma torniamo al giorno di questo matrimonio, che fu pomposo, austero e senza gioia. Per la sposa, che vedeva con terrore avvicinarsi la temibile prima notte di nozze, come per il vecchio marito, che temeva con un’apprensione quasi uguale, ma non priva di concupiscenza, la prova di questa deflorazione per cui non aveva più l’età.
La porta fu richiusa alle spalle di quella coppia neonata, che costituiva un legame eteroclito fra carne giovane e pelle vecchia, fra bellezza e bruttezza.
Kasimira, paralizzata per l’angoscia, sedeva immobile nel suo bell’abito virginale, da cui le damigelle d’onore avevano staccato lo strascico prima di ritirarsi. I suoi occhi, normalmente bellissimi, apparivano ora come quelli di una gallina, prima immobili, poi spalancati e tondi. Il suo sguardo si spostava senza sosta dallo strascico adagiato come una nube vaporosa sullo schienale di una poltrona al letto che avevano aperto dopo averlo benedetto come voleva la tradizione.
Lo strascico sembrava rappresentare il suo puro passato da ragazza, che le avevano strappato e che, pur muovendosi ancora, stava già spirando. Il letto simboleggiava il suo spaventoso avvenire di giovane donna sottomessa a un vecchio. E quella sera, malgrado tutto il lusso che si sarebbe dovuta guadagnare duramente, questo avvenire, che le si schiudeva davanti al pari del letto, le pareva tanto spaventoso quanto una condanna alla tortura.
Anche se era molto giovane e non conosceva la vita se non attraverso le pettegole confidenze delle amiche più grandi, Kasimira, orgogliosa per natura e dal sangue selvaggio, provò in anticipo un senso di ribellione all’idea di soddisfare un vecchio che non amava affatto e di avvolgere le proprie belle membra morbide attorno a quello scheletro. Quanto a ricevere il suo desiderio senile nel proprio ventre, non ci pensava nemmeno, tanto la ribellione del suo cuore, come di tutta la sua carne, la spingevano allora a mordere, schiaffeggiare, urlare.
Eppure, dal momento che l’usanza era quella e che le ragazze di sedici anni, prima di spiccare il volo, dovevano subire la legge del dolore nel perdere la loro verginità, la neo sposa si adeguò a ciò che ci si aspettava da lei. Certo, la faceva infuriare l’idea di dover cedere il prezioso fiore del suo inguine a imprese che non meritavano tale ricompensa. Come tutte le ragazze, aveva sognato un bel principe e più precisamente un giovane uomo dal fisico scolpito.
Uno degli invitati al matrimonio, il giovane Stephan Bakaczi, rispecchiava esattamente l’ideale mascolino su cui fantasticavano le ragazze. Ahimè, il bel cherubino non era che il protetto del suo vecchio marito, il figlio di un suo dipendente, che quello aveva cresciuto come fosse figlio proprio, ma che era senza nome e senza fortuna.
Vale a dire che sarebbe rimasto un sogno.
La realtà non assomiglia mai ai sogni. Così, consapevole di trovarsi in trappola, ma che la sua giovinezza avrebbe ottenuto la propria ricompensa, si armò di pazienza e, distogliendo coraggiosamente lo sguardo dallo strascico già morto, si costrinse a dirigersi verso il letto, dove la attendeva il vecchio sposo, seduto sulla coperta, con la lunga camicia da notte ricamata che gli copriva per tre quarti le pelose gambe a ics.
– Vieni, mia colomba, – sogghignò lui, – ché ti spenno.
Le dita tremanti ci impiegarono un tempo infinito per aprire i preziosi ganci. Sia per timore che le rovinasse gli abiti, sia per finire più in fretta, Kasimira lo aiutò e presto la deliziosa stoffa le scivolò via dal corpo e le si ammucchiò intorno ai suoi piedi, per poi esserne scavalcata.
Improvvisamente impaziente, il vecchio fu colto da un fugace desiderio nello scoprire così quella deliziosa creatura, che ormai era sua e su cui aveva tutte le dita.
La giovane si era incrociata le mani sulle spalle nel commovente tentativo di proteggersi in preda al timore. Sembrava una serratura. E il vecchio satiro, questa serratura, era intenzionato a forzarla.
Così com’era, tremante e verginale nella sottoveste che era rimasta il suo unico indumento, Kasimira avrebbe fatto eccitare qualsiasi uomo, anche un vecchio. La posizione ricurva delle braccia le faceva salire in maniera indecente i giovani seni vigorosi, i cui capezzoli si delineavano nettamente sotto la stoffa, come se fossero sul punto di lacerarla.
Kasimira fece un altro movimento, adorabile nel suo misto di purezza e audacia, per liberarsi di quell’ultima protezione.
Il vecchio, sentendo fremere il proprio membro raggrinzito che s’induriva un poco, si affrettò a tendere la mano, finché poteva, verso quel frutto la cui sola visione gli faceva colare tra due monconi di denti, all’angolo delle molli labbra, un filo di bava.
Pensò che avrebbe avuto tutta la vita – vale a dire quel che ne restava – per nutrirsi dei tesori che Kasimira aveva da offrirgli e che era molto più urgente approfittare della buona disposizione dei suoi organi genitali.
Facendo sdraiare la sua preda palpitante, che si abbandonò come un’alga, le posò una mano fra le cosce, mentre con la bocca sdentata la poppava. Scoprire quanto calda e stretta fosse quella vagina vergine lo incantò, accendendo in lui uno spasimo capace di illuderlo.
Subito, inginocchiandosi fra le sue cosce perlacee, aperte come le porte del paradiso, tentò di farsi strada dentro quella fessura appena più socchiusa delle labbra di una cicatrice.
La giovane, rassegnata, lo lasciava docilmente fare, pensando che così sarebbe finita prima e che, con un vecchio, il rogo ha più cenere che fiamme.
In questo il suo istinto non sbagliava affatto. Tuttavia, ancora ignorava quanto gli sforzi di un cavaliere maldestro potessero sfiancare il suo destriero, al pari se non più del vigoroso galoppo sotto un cavaliere più virile.
Il tempo scorreva, scorreva, sotto questa copulazione che non era altro che l’ombra di come dovrebbe essere e di come il marito avrebbe voluto che fosse. Cento volte la penetrò e la ripenetrò. O, piuttosto, tentò di farlo, approfittando forse di una parvenza di erezione che fugacemente coglieva il suo esile membro.
Per bontà o più semplicemente perché era esasperata, Kasimira offrì la leale collaborazione del proprio ventre e dei propri reni a un’impresa marchiata, già in partenza, dal segno del fallimento. La sua dolce fragranza era intensa, il suo clitoride, di cui continuava a ignorare l’esistenza, era irritato al massimo. E se degli spasmi l’attraversavano ogni volta che il dardo scivolava nel solco mancando il bersaglio, quelli non erano affatto di piacere, bensì tradivano solo dolore.
Gli uomini, soprattutto se sono vecchi e impotenti, incolpano sempre le compagne del proprio fallimento. L’orgoglio maschile impedisce loro di ammettere l’intimo disastro che si consuma sotto i loro occhi, l’apice dell’umiliazione.
Il vecchio si convinse che se non ci era riuscito fosse perché aveva a che fare con un’oca. E lo disse, con una sfumatura d’odio, alla sventurata Kasimira, che non ne poteva più. E le fece anche capire come colmare questa mancanza, mostrandole con un gesto inequivocabile come le prostitute dei bordelli di Vienna procedessero per attivare un’erezione lenta a crescere.
La ragazzina spalancò i grandi occhi, sebbene fosse la bella bocca che lui le aveva chiesto di aprire. Questa, inutile dirlo, era vergine quanto la sua vagina. L’opera d’arte che lui le comandava sembrava al di sopra delle capacità dell’artista. Tuttavia, si ricordò che le era stato ordinato di essere sottomessa al suo sposo e temette di venire ripudiata se non avesse ubbidito.
Non valeva certo la pena di sopportare tanto dolore per sedurre il vecchio e poi fallire ora. Ma, in realtà, lui le chiedeva molto di più e, se lei finì per accettare, fu soprattutto per risparmiare un po’ di dolore al suo basso ventre, che non avrebbe potuto sopportare ancora a lungo di essere marchiato a fuoco.
Allora curvò il flessibile collo sulla cosa raggrinzita che lui con una mano le porgeva e che assomigliava più a una salsiccia avariata che a un lecca-lecca.
Fece, tuttavia, per ritrarsi al momento dell’ultimo sforzo, un movimento che il vecchio sposo corresse facendole pressione sulla nuca. A forza o per sfinimento, quindi, prese in bocca quel bastone assai poco rigido. La sua sorpresa fu tanto grande nel sentire quella carne orrenda che le scivolava fin in gola e le spingeva la lingua che dimenticò il proprio disgusto e si piegò immediatamente al ritmo docile che quella mano imperiosa le dettava, andando su e giù con le labbra, lisciando il brutto piumaggio con una destrezza di cui ignorava tutto, perfino l’esistenza di questa particolare carezza, e di cui non si sarebbe certamente creduta capace.
Il miracolo che il suo comportamento naturale non era stato in grado di realizzare fu innescato, e in modo molto potente, dalla cremosità della bocca innocente, dalla dolce pressione delle labbra vermiglie, dall’agilità della lingua. Per un istante, l’attrezzo del vecchio si credette più giovane di quanto in realtà non fosse, diventò ardente e fiammeggiò per alcuni secondi. Il marito si irrigidì come un gallo, emettendo per altro un ridicolo “chicchirichì”. Intanto, il liquido chiaro del suo seme zampillò, sferzando il palato della ragazza e invadendole la gola.
– Buona! – urlò lui, tenendole nel mentre fermo, con una mano serrata sulla voluminosa capigliatura, il viso, che tentava di sottrarsi per respingere almeno quel sapore ripugnante.
Più che per bontà per timore di soffocare, Kasimira inghiottì la tanto amara bevanda. Le ci volle qualche istante e dovette domare l’esofago che tentava di rivoltarsi.
Quando poté infine sputare il vile serpente dell’uomo, i suoi begli occhi erano pieni di lacrime e il suo stomaco pieno di veleno.
Per la gran fortuna della sposa contaminata, lo sposo, dopo delle prestazioni inefficaci ma allo stesso tempo faticose e poi un orgasmo che, vergognoso e pietoso qual era stato non era nemmeno parso reale, si addormentò come una bestia dopo un’ingozzata nell’istante quasi immediatamente successivo alla sua eiaculazione e con un grugnito soddisfatto.
Quanto alla giovane donna, che restava una ragazza nonostante le sue prestazioni orali, questa rimase per un lungo istante nell’oscurità, immobile e incapace di prendere sonno.
Qualunque cosa facesse, il pensiero le tornava sempre al cherubino che, tra tutti gli invitati al suo matrimonio, era il solo a meritare la sua attenzione.
Senza più riflettere, spinta da uno di quei curiosi impulsi, sempre istintivi, che tutte le donne hanno, scivolò fuori dal letto e, calzando delle silenziose pantofole, si incamminò attraverso dei corridoi deserti in direzione della stanza di Stéphan.
Oh, non aveva affatto idee impure nello spirito. Al contrario, dopo quello che aveva sopportato e sentendosi sporca fin nell’anima, non voleva fare altro che contemplare l’adolescente nel suo sonno e nutrirsi senza sfrontatezza del suo bel viso da angelo dormiente. Le parve che in questo modo ne avrebbe tratto sollievo e che sarebbe stato, dopo ciò che aveva dovuto subire, come un bagno d’acqua pura e cristallina.
No, Kasimira facendo visita a questo bel giovane nel cuore della notte non pensava nulla di male. Per altro, in quel momento detestava tutti gli uomini, che immaginava tutti simili a quello di cui portava il cognome e di cui conosceva i vizi senili.
Giunta dinanzi alla camera del cicisbeo, esitò un istante, col cuore che le batteva forte, poi ruotò la maniglia. Il chiavistello non era chiuso. Stéphan Bakaczi non aveva niente da temere dalla notte. Niente di diverso dall’avventura e da un piacevole imprevisto.
Un raggio di luna entrava, apposta per lui, dalla grande finestra, mettendone in risalto la finezza dei lineamenti e l’adorabile smorfia delle labbra adolescenziali. Quanto alle palpebre chiuse, erano l’esatto opposto dell’idea del peccato.
Tanta freschezza e grazia commossero Kasimira. Dopo i dolorosi momenti che aveva sopportato, si sentiva sciogliere dinanzi a questo spettacolo.
L’eccitazione assai sottile che la pervadeva le fece salire la temperatura del sangue, la pelle le si fece fredda e un fiume di fuoco le scivolò fra le cosce, ripercorrendo e cancellando le odiose tracce lasciate dal pene del vecchio sposo.
Come si sentì tremare le gambe in preda all’emozione e temendo di svegliare l’angelo addormentato, fece un passo indietro con la vaga idea e il profondo dispiacere di battere in ritirata.
Il contatto con una mano sulle sue belle natiche rotonde e… nude, santo Dio, se ne rese conto troppo tardi. Nude come il dorso della mano, ma più gradevoli da palpare, le fecero emettere un grido che un’ammonizione dell’assalitore le soffocò sul nascere.
– Sst, pensate alla reazione del padrone se, allertato dal vostro grido, vi sorprendesse a uscire in questa mise dalla stanza del suo pupillo.
In un lampo – che fortunatamente non illuminò la penombra in cui la sventurata nascondeva la sua confusione – la sposa che stava macchiando il talamo, realizzando la portata dello scandalo, decise immediatamente di tacere e di sopportare la mano che, lungi dall’abbandonare l’opulenza del suo fondoschiena inarcato, proseguiva la propria esplorazione con un’audacia e una precisione non tardò a spaventare la povera ragazza.
La testa le si fece leggera e prese a girarle, il cuore le batteva all’impazzata e se non aveva sentito nulla, ma proprio nulla, con la violenta penetrazione cui il suo sposo le aveva tormentato la vagina, ecco che sotto la mano leggera e calda di Piotr, il robusto valletto di camera, si sentì improvvisamente sciogliere e perdere le forze, al punto che il suo violentatore dovette sostenerla con una presa ferrea, mentre con l’altra mano, stranamente delicata per appartenere a un popolano, verificava, fra le dolci cosce arrotondate, la presenza di un ruscello segreto che, come una sorgente fredda sotto il muschio, manifestava un assai chiaro consenso.
– No – disse lei, quando lui la voltò e la spinse contro il muro, come una farfalla che viene appuntata.
E, proprio come una farfalla, batté invano le ali.
– No – bisbigliò ancora, più piano, con quel tono indefinibile di una femmina il cui ventre dice di sì.
Bisogna precisare che nel momento in cui formulò la sua seconda protesta, Piotr, sollevandola fra le possenti braccia, la prese e la lasciò ricadere con grande dolcezza, eppure in modo tanto fermo quanto il suo desiderio, sulla verga fieramente rizzata che portava nello stesso posto dei gran signori, vale a dire in fondo al ventre.
Kasimira percepì esattamente che era entrato dentro di lei. Infatti, sentiva che tutto il suo essere le si era rifugiato nell’inguine, che lui le perforava.
In confronto alla penosa palinodia del vecchio marito, la mazza del grande Piotr corrispondeva a quella del principe azzurro dei suoi sogni. A Kasimira non restava altro che mettere sullo spadone che la infilzava così profondamente il grazioso profilo di Stéphan. Perché l’immaginazione di una femmina che viene montata è capace di ogni audacia.
La giovane sposa, che non aveva alcuna intenzione di difendersi dall’aggressione sessuale di cui era felicemente vittima, si disse con cinismo che il suo vecchio sposo, nella frenesia in cui si era trovato, avrebbe volentieri creduto che l’effrazione della vulva coniugale fosse stata opera sua; che, quanto a lei, questo non le avrebbe procurato che sollievo e che, dopotutto, non era poi così adirata all’idea di conoscere il pene di un vero uomo e di provare, nel proprio giardino segreto infine aperto al pubblico, i movimenti, sotto forma di su e giù, di un bravo giardiniere dell’amore.
Tuttavia, l’operazione che dovette subire la giovane moglie non fu fatta di solo piacere e comportò anche qualche sofferenza, che lei accettò volentieri nei bollori del ventre che le veniva adeguatamente sondato. In confronto agli esasperanti fiaschi di cui si era macchiato il marito, la prestazione del valletto dalla lunga proboscide fu brillante, determinata e corta, purtroppo. Appena qualche istante intercorse fra il momento in cui entrò in lei e quello in cui le sprigionò nelle viscere uno schizzò tiepido e abbondante che assomigliava a un fuoco d’artificio.
Se Kasimira non aveva avuto un orgasmo, perlomeno aveva percepito di poterlo avere. Ogni cosa a suo tempo. Aveva ugualmente compreso che il suo primo orgasmo, e così anche tutti i successivi, non lo avrebbe dovuto all’uomo di cui portava il cognome.
Ma esistevano così tanti begli uomini, focosi e vigorosi, che non avrebbe avuto alcun problema a realizzare i propri desideri.
Un altro progetto più immediato riscosse la sua attenzione. Da bellimbusto troglodita quale era, come tutti i servitori della sua specie, il grosso Piotr non avrebbe fatto a meno di vantarsi della sua impresa. E se fosse stato imprudente? Ora, Kasimira non intendeva certo perdere, per colpa di un domestico, questa sistemazione tutta nuova che si era data tanta pena per ottenere.
Era importante che il valletto di camera mantenesse il segreto. Comprare il suo silenzio era molto rischioso. Ucciderlo sembrava più sicuro.
Appena un giorno passò fra il momento in cui il plebeo si svuotò le borse nella delicata vagina della sua padrona e quello in cui esalò il suo ultimo respiro attraverso la gola squarciata. Alla bella Kasimira non era costato che una borsa ben pasciuta, ricompensa per due spadaccini che si occuparono dell’affare.
A quell’epoca, come senza dubbio anche oggi, non era affatto difficile trovare persone disposte a eseguire questo genere di compiti.
Il cadavere di Piotr procurò alla magnate un brivido diverso da quello che aveva provato sotto i colpi della sua verga. Quando voltò il viso del bell’uomo con la punta dello stivale per accertarsi che non le avrebbe causato alcun danno, provò, alla vista della sua espressione contorta e allo spettacolo del sangue che gli scorreva dalle labbra ferite, una sorta di felicità di cui fino a quel giorno aveva ignorato l’esistenza.
Avrebbe avuto tutto il tempo in futuro di realizzare che per il suo spirito orgoglioso e selvaggio lo spettacolo della sofferenza, dell’agonia e della morte era indissolubilmente legato alla più profonda euforia sessuale. Ormai, la definizione di piacere per Kasimira sembrava corrispondere ad avere le mani sporche di sangue e il ventre pieno di seme maschile.
Dopo che la malvagia anima di Piotr ebbe lasciato il suo robusto corpo, la giovane donna, sollevata di essere ora la sola a sapere che non era più illibata, come e perché, poté dedicarsi esclusivamente al cherubino che aveva così profondamente stuzzicato il suo appetito. Un appetito che lei stessa scopriva essere sempre più vorace giorno dopo giorno. Stéphan appariva ai suoi occhi come uno di quei dolci alla crema che la facevano sbavare quando era bambina. Non era passato poi così tanto tempo da allora. Eppure, quanta strada aveva fatto nel mentre.
Il cicisbeo era suo coetaneo, ma lei era la padrona e lui il povero protetto. Che non facesse finta di dimenticarselo. Quella era la prima regola alla base del loro accordo segreto. La più importante, per la verità.
Ben tornito, ma nel contempo flessuoso e senza troppi muscoli, il giovane era fresco, puro e roseo come una fanciulla. I suoi occhi blu trasmettevano tanta semplicità quanto entusiasmo. Quando la nuova signora del castello vi fissò i propri selvaggi occhi neri e vi scoprì la più intensa adorazione, comprese, e la cosa la rese euforica, che sarebbe stato una facile preda. E, approfittando del fatto che il suo sposo, impegnato in politica, fosse stato trattenuto nella capitale, si mise subito all’opera per trasformare quel biondo cherubino in un docile schiavo.
All’inizio, l’adolescente non fu che un passatempo con cui la bella abbandonata si dilettò per distrarsi. Poi, affermando la propria autorità e potendo misurare l’importanza che questa assumeva per il suo bel paggio, si appassionò al gioco della dominazione e prese a tormentarlo senza sosta e in ogni modo possibile.
Un giorno, col pretesto di dimostrare che era un vero uomo, gli fece bere vino, alcolici e birra in grandi quantità. Il miscuglio ebbe un effetto tanto pesante che lo sventurato si addormentò sotto gli occhi della sua principessa e si mise a russare.
Quando lei gli aprì i pantaloni per soddisfare una delle sue fantasie più assillanti, scoprendo, senza il rischio di essere sorpresa, il membro del giovane uomo, lo vide tutto timido e ristretto, pietoso e innocuo. Ma, quando decise ugualmente di manipolarlo, il bricconcello, che aveva ingerito troppi liquidi, se ne liberò d’istinto, orinando sull’affascinante dama che era così ben piegata su quella bella e flessibile asta da essere costretta a fare un balzo all’indietro per non riceverne il getto in pieno volto.
Non si offese tanto quanto volle far credere, ma le sembrò giusto che un tale crimine di lesa maestà fosse punito in modo esemplare o, perlomeno, originale.
Dopo aver ordinato alla propria cameriera di andare a raccogliere un mazzo di ortiche, le fece disporre nel letto di Stéphan, dopo di che le due donne, combattendo con i vestiti del giovane, lo spogliarono ridacchiando allegramente, senza ottenere in cambio dalla loro languida vittima nient’altro che dei bestiali grugniti accompagnati da una totale docilità.
Aiutandosi a vicenda, le due ragazze, dopo che ebbero finito di spogliarlo, posero l’angelo nudo su quel verde tappeto e lo ricoprirono con cura.
– Così si scalderà il culo! – disse Kasimira con tono soddisfatto.
Come potete constatare, la giovane sposa aveva fatto progressi anche in quanto a linguaggio castigato.
E castigato lo fu anche Stéphan quando, dopo essersi girato e rigirato sotto l’influenza dell’alcol sul suo letto di verzura, si svegliò per l’infernale dolore che gli causavano il sedere, i testicoli, le cosce e la schiena in fiamme.
Il rimedio si rivelò, in ogni caso, eccellente, perché la sofferenza, facendo emergere il nostro cherubino dall’ubriachezza, rassicurò la magnate del suo potere e la convinse che il dolore delle sue vittime sarebbe stato di grande aiuto nel combattere la sua solitudine sessuale e fornirle una piacevole distrazione.
Fu proprio quel giorno che, nel muovere i primi passi sullo spinoso cammino che si era scelta, la bella Kasimira mise definitivamente gli occhi sul cicisbeo. Perché era bello, fragile, giovane, tenero. E poi, soprattutto, perché la adorava e avrebbe subito senza fiatare i peggiori supplizi, purché fossero le belle mani della sua signora a infliggerglieli o la sua volontà a ordinarli.
A ogni sovrana, come a ogni signora, serve almeno uno schiavo. Kasimira si scelse questo.
Da quel giorno, spinta dalle esigenze di un temperamento violento e perverso, non lasciò più in pace la sua vittima preferita. Era opportuno che questo sentisse senza sosta il morso, il peso delle catene e che non conoscesse alcun riposo.
L’amore è così. Come la sofferenza, deve essere permanente. E Stéphan amava la sua carnefice come Kasimira amava il dolore che gli infliggeva.
Appena il giovane si fu ripreso dal terribile sfogo di orticaria che gli avevano procurato le ortiche, Kasimira decise di farlo montare a cavallo. Invano il diretto interessato obiettò che non aveva mai praticato l’equitazione. L’ostacolo non poteva che eccitare la dominatrice. Se l’adolescente fosse stato un cavaliere provetto, costringerlo a salire su un cavallo non avrebbe avuto alcuna attrattiva.
Quindi, sottomettendosi a ogni volontà della padrona di casa, Stéphan la seguì al maneggio malgrado la paura che gli attanagliava le viscere.
Era una scena allo stesso tempo comica e crudele da vedere quella dello sventurato che, lasciata la briglia, si aggrappava alla criniera del suo destriero, che la sua bella insegnante, in piedi in mezzo al maneggio con una sigaretta fra le labbra, non smetteva di spronare a colpi di frusta.
Naturalmente, al primo giro il maldestro giovane era caduto, la qual cosa aveva molto rallegrato Kasimira, che, inflessibile, lo aveva subito obbligato a rimontare in sella.
Quando, dopo tre cadute spettacolari, quello si era mostrato meno propenso a riprendere la lezione, lei lo aveva convinto a ricominciare con un singolo colpo di frusta, che, raggiungendo il ragazzino alle spalle, gli aveva fatto piegare le ginocchia, per poi farlo cadere nella polvere in lacrime.
Kasimira non aveva dovuto ripetere l’ordine e lo sventurato aveva sopportato il suo martirio con ritrovato coraggio.
Tuttavia, dopo due ore di un simile trattamento, il novello cavaliere mostrò segni di fatica così evidenti che la sua sveglia amazzone capì che la frusta non avrebbe fatto altro che dargli il colpo di grazia. E poi tramava di rianimare il suo spento ardore esibendo la propria perfetta bellezza.
Col pretesto di avere caldo, quando in realtà era Stéphan che versava sangue e sudore, si aprì con nonchalance vari bottoni dell’abito, mettendo in mostra senza pudore la rotondità delle spalle e quella ben più femminile ed eccitante dei seni, che scoprì fin quasi ai capezzoli, i quali si ergevano orgogliosi e liberi sotto la stoffa.
Così scosso qual era dal suo cavallo, il giovane uomo, che cavalcava a pelo e che lo sfregamento del perineo sul dorso dell’animale già aveva scaldato, ritrovò sufficienti forze perché gli occhi gli schizzassero fuori dalle orbite.
Un violento bagliore arse nello sguardo della sua mentore quando questa gli disse:
– Dato che ti interessano tanto i miei benefici, facciamo un patto. Se riuscirai a fare tre giri del maneggio senza essere disarcionato, io mi toglierò quest’abito, che interferisce con la tua indagine, e come ricompensa potrai rifarti gli occhi.
Questa promessa bastò a galvanizzarlo e riuscì a portare a termine i tre giri richiesti senza nuove cadute.
Kasimira mantenne la promessa. Era una donna che manteneva sempre le sue promesse.
In un bel battito d’ali il suo corsetto le volò via dalle spalle e il cavaliere, al culmine dell’eccitazione, poté riempirsi le pupille dilatate della meravigliosa visione che gli offriva la magnate, con i capezzoli turgidi e rivolti nella sua direzione come canne di due pistole puntate.
– Mio Dio, – pensò lui, – com’è bella.
Senza riuscire a controllarsi, decise di sottostare per sempre agli ordini di quella meravigliosa creatura, avesse anche dovuto reclamare la sua anima come un demone.
Ma Kasimira era un demone diverso dal Principe delle tenebre e, se è vero che anche le sue vittime finivano per perdere l’anima, lei era più raffinata del suo cornuto modello. Lungi dal promettere loro in cambio il paradiso in terra, faceva in modo che i miserabili che soggiogava conoscessero comunque l’inferno.
All’indomani, di buon mattino, fece tirare Stéphan giù dal letto per annunciargli che aveva deciso di fare una lunga passeggiata a cavallo con lui.
Con le membra ancora irrigidite e il corpo tutto tumefatto dopo le molte cadute del giorno precedente, Stéphan sembrava aver dimenticato ogni lezione. Non aveva fatto ancora molta strada quando, dovendosi confrontare col primo ostacolo, un piccolo cespuglio, se ne volò al di là delle orecchie della sua cavalcatura e si ritrovò a gambe all’aria con la testa fra le spine.
Infuriata per questo maldestro incidente che l’aveva costretta a fermarsi, Kasimira, che dovette fare dietrofront, lo frustò violentemente su tutto il corpo e, senza far caso al pianto dello sventurato, o forse proprio perché ci faceva caso e la sua crudeltà decuplicava. Infine, decise di utilizzare un mezzo assai energico e molto usato allora in Ungheria per costringere un cavaliere a restare sul suo destriero.
Prendendo una cordicella che aveva con sé, si apprestò a legare lo sventurato per le ginocchia alle staffe. Poi, saltando in sella al proprio cavallo e afferrando le briglie di quello di Stéphan, partì al galoppo attraverso la valle, trascinandosi dietro la sua vittima.
Quella corsa selvaggia durò più di un’ora, al termine della quale Kasimira riportò al castello uno Stéphan più morto che vivo. Al punto che quando lo ebbero liberato, fu incapace di scendere dal cavallo da solo e due palafrenieri dovettero sorreggerlo e accompagnarlo fino in camera sua.
Allora, si verificò un evento che il giovane non aveva mai osato sperare nemmeno nei suoi sogni più folli. In seguito, Kasimira fu travolta da grande compassione e amorevolezza.
Il caldo dopo il freddo, il sorriso dopo la furia.
Infine, avvenne il miracolo. Improvvisamente, la dominatrice si rivelò la più deliziosa fra le donne. La gatta ritirò gli artigli e le sue carezze furono di velluto.
Nello scoprire la sua vittima stremata, il cuore indurito della giovane donna si sciolse.
Cingendo Stéphan fra le braccia, gli ricoprì il volto di baci prima di prendergli con cautela le labbra fra i denti e dargli un morso che, a mano a mano che si faceva più profondo, diventava di una dolcezza angelica. Stéphan non ne aveva mai conosciuti di simili. Di fatto, non aveva mai ricevuto un bacio del genere, possessivo e fondente. Era totalmente vergine.
Come in un sogno, evitando di fare gesti che, facendo tornare in sé la sua signora, potessero rompere l’incantesimo, sentì le dita scenderle lungo il giovane corpo, aprirle le vesti e infilarsi sotto di esse.
Quando l’ardente palmo di una mano scese lungo il suo ventre, un brivido lo attraversò. Percepì allora che quella donna non sarebbe mai stata sua, ma che sarebbe stata lei a possederlo e che avrebbe continuato a essere la sua preda sottomessa. Il suo ruolo non sarebbe cambiato.
Provò come un’ondata di disperazione mista a un sottile piacere.
Questo piacere lo conobbe in larga parte grazie alla manina possessiva che, posatasi sul suo fremente membro, prese a massaggiarglielo con una dolcezza e a un ritmo che ben mascheravano la sua inesperienza.
Eccitato fin nel profondo, il fortunato giovane si abbandonò a quella carezza divina, conoscendo a sufficienza la magnate da indovinare che non avrebbe accettato da parte sua alcuna iniziativa.
Restare una vittima passiva in amore, come a cavallo, ben si confaceva al temperamento di Stéphan e gli procurava una sensazione tanto acuta quanto deliziosa.
A mano a mano che gli montava il desiderio e che gli si induriva la verga, il giovane balbettava dichiarazioni d’amore, dichiarazioni di uno che era appena uscito dall’infanzia ed esprimeva la più viva riconoscenza carnale, frammezzate da preghiere e suppliche, queste appena mormorate.
Kasimira provava una strana gioia nel sentirsi gonfiare fra le mani quel pene adolescente. Se la sua naturale crudeltà era sopita, il suo orgoglio continuava a trarre soddisfazione dalla docilità del giovane. In amore come nella vita, se voleva una cosa lei se la prendeva. Quest’orgogliosa certezza era sufficiente ad appagarla. Il suo mondo continuava a essere semplice, da una parte c’erano i dominatori, di cui lei era il fiore all’occhiello, e dall’altra tutti gli altri, la massa.
– Chiudi gli occhi – gli ordinò.
Aveva avvertito fra le mani le pulsazioni del giovane albero e aveva compreso d’istinto che era arrivato il momento di fare nuove scoperte.
Già ben addestrato, Stéphan obbedì.
In un batter d’occhio, la giovane si svestì completamente, poi, scavalcando il corpo disteso della sua vittima consenziente, vi si accovacciò sopra e guidandone il pene, il cui glande era rigonfio per il sangue che ribolliva, se lo infilò dentro lei stessa, appoggiandocisi a poco a poco con tutto il suo peso fino a impalarsi completamente.
La sensazione che entrambi percepirono nel momento in cui la verga di lui fu interamente dentro la vagina di lei, serrata tutt’intorno fra potenti muscoli e mucose palpitanti, strappò loro nello stesso istante un grido che, pur essendo di due tonalità differenti, esprimeva la medesima soddisfazione. Infatti, uno era l’eco dell’altra. Il ventre della donna si stupiva di venire riempito, mentre il pene conosceva le fiamme dell’inferno e vi bruciava deliziato.
A lungo quella cavallerizza scapigliata volteggiò sul suo estasiato destriero, regolandone i movimenti secondo il proprio piacere, passando da un tranquillo trotto al galoppo fino al passo, per poi ripetere tutta la progressione a ritmo sapiente, ma senza mai perdere il contatto né cessare di brandire il bastone di carne, che, sotto quella pura e bella creatura, assumeva le dimensioni di un obelisco.
Più volte, quando aveva percepito dalla particolare tonalità del suo rantolo e dalla sua precipitosità, che si apprestava a eiaculare, lo aveva calmato con voce tagliente come la cinghia di una frusta.
– Ti proibisco di godere prima che lo decida io. Guai a te.
Lo sventurato, a malincuore, faceva degli sforzi disperati per contenere la naturale esplosione e, con le ghiandole dell’inguine dure e gonfie, così come i testicoli e il pene eretto al massimo, soffriva e al tempo stesso provava un’aspra gioia.
Restando padrona anche di se stessa oltre che della sua cavalcatura, Kasimira si sentiva montare nei lombi un orgasmo così potente come non ne aveva mai sperimentati. Presto venne il momento in cui l’esaltazione dei sensi montò così alta in lei che fu impossibile frenarla.
– Ora – gridò lei con una sorta di rabbia.
E questa volta la sua voce fu come un frustino che, usato al momento giusto, consentiva di far saltare l’ostacolo al cavallo.
Lo sperma le schizzò improvvisamente dentro, colpendola in profondità con una tale intensità che dovette aprire la bocca per non svenire.
Gemette sopra all’uomo che aveva posseduto e che gemette a sua volta. Lo spasimo la scosse tutta come un terremoto. Vibrò come un’arpa, ebbe l’impressione di salire più in alto della più alta delle montagne, prima di accasciarsi, scossa dai tremiti, sulla sua vittima.
Un po’ più tardi, dopo che entrambi furono tornati con i piedi per terra, Stéphan si pensò autorizzato a tendere una mano timida verso il glorioso oggetto del suo desiderio, ovvero colei che era ora divenuta a tutti gli effetti la sua signora. Kasimira bloccò questa iniziativa schiaffeggiandolo con una tale cattiveria che un labbro del cherubino si ferì e gli occhi gli si riempirono di lacrime.
La giovane, senza curarsi dello smarrimento del compagno, di cui segretamente si beava, si distese comodamente supina, si mise un cuscino sotto i reni e, spalancando le cosce con un atteggiamento incredibilmente osceno e imperioso, ordinò:
– Puliscimi. Ripulisci tutto ciò che hai sporcato. E che non ne rimanga neanche un po’.
Lui eseguì, vincendo un’iniziale ripugnanza, per poi provare a poco a poco un enorme piacere nel leccare come un cane, fra quelle cosce adorate, il suo stesso seme.
Sotto i suoi sforzi l’eccitazione della donna, che aveva da poco raggiunto il piacere, non tardò a montare, fino a che, trovando goffo il proprio compagno, gli ordinò, con la voce che le si fece rauca senza cessare di essere esigente:
– Lì, sì, imbecille, prendimi il clitoride fra le labbra, solleticalo, stuzzicalo, fammi impazzire e accontentati di essere lo strumento della mia felicità.
Il giovane, intimamente contento di essere maltratto, eseguì. E conobbe un piacere puro nel sentire il delicato clitoride che si gonfiava, si irrigidiva e fremeva in risposta ai suoi sforzi.
Lassù, assai lontano da lui, schiavo che approntava con grande impegno la montante gioia della sua padrona, Kasimira ansimava, si mordeva le labbra a sangue e gemeva, mentre le mani mollavano la presa sui seni, indolenziti per la precedente stretta, e si abbandonavano lungo i fianchi per poi afferrare la bionda chioma del suo lecchino al fine di prolungare una particolare sensazione e poi di regolare le altre secondo il ritmo del proprio piacere.
All’improvviso, sentendosi mancare l’aria, si tese come un arco, poi prese a tremare in tutto il corpo e, sfidando il silenzio, lanciò un grido da lupa.
L’incantevole idillio fra la magnate e il suo cherubino fu intenso – la selvaggia giovane si dedicava intensamente ai suoi piaceri come ai suoi vizi ogni giorno e il suo paggio era nato per subire – ma durò poco, perché il vecchio marito fece presto ritorno nelle sue terre.
Se il suo innamorato era di temperamento arrendevole, non si poteva dire lo stesso di Kasimira, il cui carattere non sopportava affatto le costrizioni. Non tanto perché non poteva fare a meno del giovane, quanto perché non ammetteva che l’autorità di qualcun altro soppiantasse la propria.
Mentre il suo cicisbeo perdeva scioccamente le proprie giornate a giocare a scacchi col padrone, la bella indomita sedava il ribollire del proprio sangue facendo delle folli galoppate attraverso la steppa, oppure passava lunghe ore su un divano, immersa in profonde riflessioni.
Da queste riflessioni si sprigionò un colpo di genio cui contribuirono ampiamente gli eventi che avevano luogo nel paese.
Un giorno, i briganti annunciarono che avrebbero fatto visita al castello. Quindi, ci si preparò a farli divertire. Del vino d’annata fu portato su dalle cantine, le cucine erano in fermento e vennero ingaggiati dei gitani e delle prostitute.
A questo punto, è opportuno informare il lettore, stupito per simili costumi, che al tempo il brigantaggio era particolarmente diffuso in Ungheria. Importanti bande imperversavano nel Paese. Il governo aveva proclamato la legge marziale, i militari erano stati messi a pattugliare le campagne ed erano state erette forche a ogni incrocio, ma la situazione non era migliorata granché.
Da bravo diplomatico, il nostro magnate aveva preferito, al fine di tutelare la propria gente e i propri beni, stringere un accordo con i fuorilegge, secondo il quale, in cambio di una determinata somma e di un trattamento principesco, ogni qualvolta che i briganti fossero stati suoi ospiti, si sarebbero impegnati a non commettere sulle sue terre alcun omicidio, furto, stupro o saccheggio.
Subito fu arrostita della buona carne, si ballò allegramente il valzer al ritmo della ciarda[2] e l’ululato dei violini tracciò delle pudiche arie musicali che mascheravano i gemiti carnali che si levavano da più angoli.
Gli ungheresi sono dei gran gaudenti e hanno verghe fuori dal comune. La festa, dunque, degenerò in orgia per la soddisfazione di più di una vagina, di più di un dito e di più di una bocca, fino a quando un cavaliere non giunse al galoppo a rovinare l’atmosfera. L’uomo, una spia, venne ad avvertire dell’imminente arrivo dei soldati. La notizia di questo fuori programma mise in subbuglio i festeggiamenti. In un battibaleno i briganti si fecero passare la sbornia e montarono a cavallo. Poi, spronando i propri animali, tagliarono la corda prima dell’arrivo degli inviati del re.
Il padrone di casa si mostrò vivamente contrariato per questo incidente ed espresse a Kasimira i propri timori per un errore che non andava commesso.
– I briganti – disse – penseranno che li ho traditi e si vorranno vendicare.
Il panico del vecchio era così evidente che produsse nella sua giovane sposa come un colpo di genio. Le veniva offerta l’occasione di conquistare la propria indipendenza continuando a vivere nella ricchezza come una principessa. Un’occasione da non perdere.
Un po’ più tardi, mentre i due approfittavano del pesante sonno del magnate per amarsi, la diabolica creatura espose a Stéphan il suo piano. Il giovane sulle prime si spaventò e pregò la padrona di rinunciare. Ma quella mise tanta foga nel convincerlo, tanto trasporto e tanta eloquenza, che, soggiogato dall’autorità di quella donna che lo possedeva fin nel midollo e nell’anima, finì per acconsentire.
Fra perdere Kasimira e commettere un crimine, lo sventurato giovane fece la sua scelta.
Qualche giorno più tardi, il magnate, che si era recato a cavallo attraverso la foresta da un signorotto vicino per trattare l’acquisto di un terreno, fu riportato al castello insanguinato e senza vita. Era stato scoperto in un fosso, depredato del denaro della vendita e in un mare di sangue.
Kasimira pareva una sposa perfetta. Si gettò sul corpo del marito in preda a una crisi di disperazione e riuscì perfino a inscenare un perfetto svenimento.
I briganti, dati gli avvenimenti che vi abbiamo precedentemente narrato, furono accusati del crimine e l’affare sarebbe stato archiviato se un giorno il capo della sicurezza non avesse ricevuto un messaggio dal capo dei briganti. Questo affermava che nessuno dei suoi uomini era colpevole del crimine e gli consigliava di ricercarne piuttosto l’autore fra “le persone più vicine alla vittima”.
Da magistrato coscienzioso quale era, il capo della sicurezza si recò immediatamente al castello con l’intenzione di interrogare minuziosamente ciascuno dei suoi abitanti. Tuttavia, la bella vedova, gonfia di lacrime, non mancò di protestare contro quelle indegne supposizioni e ripeté che a suo parere i malviventi volevano vendicarsi del magnate.
Il magistrato se ne andò, convinto che i briganti avessero tentato di abbindolarlo, senonché, uscendo dal cortile, incontrò Stéphan, che Kasimira si era premurata di allontanare durante la visita del poliziotto e che stava rientrando prima di quanto avrebbe dovuto.
Il turbamento del giovane fu così evidente agli occhi del capo della sicurezza che nella sua mente si formò subito un terribile sospetto. Si mise seduta stante a interrogare il protetto del magnate, che, messo alle strette, non tardò a crollare e confessare. Tuttavia, era così follemente e perdutamente innamorato della sua crudele padrona che sostenne con fermezza di non avere avuto alcun complice.
Come arrestarono il miserabile e gli legarono le mani dietro la schiena, quello si mise a tremare e a piangere guardando il castello del suo benefattore. Sollevando il capo, scorse a una finestra il volto della diabolica creatura che lo aveva reso il più felice degli amanti, per poi trasformarlo in un abominevole criminale.
Il bel viso di Kasimira restò impassibile e sostenne lo sguardo di quello sventurato senza mostrare alcun turbamento.
Qualche giorno più tardi, dopo un processo sommario, Stéphan fu impiccato in quello stesso cortile e sotto lo sguardo interessato della sua padrona.
Mentre gli aiutanti del boia issavano il condannato, Kasimira, colta da un’ardente eccitazione, si infilò una mano sotto la gonna, fra le cosce divaricate, che l’impazienza del desiderio aveva reso umide. Per essere più a suo agio e come, d’altronde, si usava nell’alta società, sotto non indossava nulla. Il suo dito esploratore scovò, in alto dentro quel pertugio già umido, il sensibile bocciolo che si stava schiudendo.
Un fremito scosse la spettatrice, eccitata da questo contatto.
Allora, mentre sotto i suoi occhi si susseguivano i momenti dell’esecuzione, Kasimira si masturbò con grande allegria e un’incontestabile maestria.
Proprio nell’esatto momento in cui il suo giovane amante fu scosso, appeso alla corda, dal terribile orgasmo degli impiccati, lei venne con una violenza e un’abbondanza che non aveva mai sperimentato e che senza dubbio non avrebbe sperimentato mai più.
Sullo spasmo che gli sferzò i reni, le sfuggì un rantolo terribile, che fece rabbrividire più di uno spettatore e mise a disagio i giudici.
Tutti imputarono una simile reazione alla paura e al dolore. E questa vedova, che si era comportata con ancora maggiore dignità di quanto ci si sarebbe aspettati, ne guadagnò in stima.
René Charvin, Les Batteuses d’Hommes
(Trasposizione in chiave erotica de La iena della Pustza e altri racconti di Leopold von Sacher-Masoch)
Traduzione dal francese di Debora Vitulano
[1] Personaggio ungherese di prestigio.
[2] Danza popolare ungherese, in cui a un’introduzione dal movimento lento segue un allegro in ritmo pari e di carattere rude e focoso.
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