I manoscritti non bruciano

di Debora Vitulano

Vitalij Šentalinskij (1939-2018) è stato uno scrittore, giornalista e poeta russo che ha dedicato buona parte della sua vita al recupero e alla pubblicazione dei manoscritti contenuti negli archivi della Lubjanka a Mosca, sede dei servizi segreti sovietici prima e russi dopo. I frutti del suo lavoro furono pubblicati prima in Francia e poi in Russia: La Parole ressuscitée. Dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1993) – Рабы свободы (Mosca, 1995) e Les surprises de la Loubianka. Nouvelles découvertes dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1996) – Донос на Сократа (Mosca, 2001). In Italia Garzanti pubblicò nel 1994 I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB.
Ebbi la fortuna e l’onore di incontrarlo due volte prima che morisse, fra il 2016 e il 2017.

Vitalij mise piede per la prima volta alla Lubjanka nel 1988. Il suo è stato un lavoro filologico titanico, che ha ridato alla luce i fascicoli degli arresti e degli interrogatori subiti da poeti, scrittori e intellettuali a partire dagli anni Trenta, quando intere classi sociali divennero bersaglio delle persecuzioni perpetrate dal regime stalinista per mano dei čekisti. Čeka è una delle tante sigle che definì i servizi segreti sovietici.
ČEKA, VCK, GPU, OGPU, NKDV, MGB, MVD, KGB.
“Allineate così producono un suono di mitraglia”, osserva Vitalij. Una mitraglia che ha continuato a mietere vittime per anni e anni: si stima che quasi tremila scrittori siano stati arrestati e più della metà sia morta in lager. Non stupisce, dunque, che Vitalij definisca la Lubjanka “кровавая кухня” (fucina insanguinata) e “грабница исторической памяти России” (tomba della memoria storica russa).
Fu proprio la memoria a spingerlo sul suo cammino. “Без памяти нет создании, а без создании нет человека” (senza memoria non esistono radici e senza radici non esiste l’essere umano), spiega Vitalij.

Negli anni Ottanta, in pieno clima di perestrojka, la Russia stava cambiando e sentiva la necessità di ricostruire la propria storia come mezzo per riappropriarsi della propria identità, poiché fino ad allora aveva vissuto solo a metà. Quella sovietica era stata una società con coscienze scisse: “Одно говоришь, другое думаешь, а третие делаешь” (dici una cosa, ne pensi un’altra e ne fai una terza).
A muovere lo scrittore fu anche la volontà di rendere giustizia a quella letteratura che da sempre rappresenta in Russia un secondo potere accanto a quello politico, un parlamento quando di un parlamento reale non c’era ancora traccia, e che ne costituisce la più grande ricchezza esportata all’estero, prima e più ancora dell’oro nero.
Vitalij ritiene che il grande successo della letteratura russa derivi dal suo essere non soltanto una forma d’arte, ma anche una via di salvezza per l’uomo, prendendo su di sé tutti i colpi che la vita gli infligge. Ed è forse per questo che gli scrittori russi non hanno mai esitato a sacrificarle le proprie vite e ciò da ben prima di Stalin, del KGB e della Lubjanka; si pensi, per esempio, a Puškin.
Vitalij ricorda che una giornalista russa una volta gli disse: “Россия – это страна, которая убивает своих поэтов, но которая рождает людей готовых умерать для своиx стихов” (La Russia è quel Paese che uccide i suoi poeti, ma che fa nascere persone pronte a morire per i propri versi). Ed è proprio a queste persone che Vitalij ha dedicato il suo lavoro, perché se restituirgli la vita di cui sono stati privati è cosa impossibile, garantirne la sopravvivenza nella memoria e soprattutto nell’arte è un dovere.

Del suo primo giorno alla Lubjanka Vitalij ricorda tutto perfettamente. All’ingresso c’era ad attenderlo un čekista, che gli fece notare come lui fosse il primo scrittore a entrare volontariamente in quel luogo. Una volta nell’archivio, poi, gli domandò: “Где Bас посадить?” (letteralmente: “Dove la faccio sedere?”, ma in russo il verbo посадить ha come primo significato “arrestare”). Quello stesso čekista sarebbe rimasto con lui per tutta la durata delle sue ricerche, che si svolsero anche alla presenza di un procuratore, e i cui risultati venivano pubblicati in itinere sulla rivista Ogonjok.
Le sue ricerche riportarono alla luce i verbali degli interrogatori, le condanne, le dichiarazioni, i manoscritti e le fotografie degli arrestati prima e durante la loro permanenza alla Lubjanka. Ritratti con volti tumefatti e occhi vacui dei grandi del panorama intellettuale sovietico, come il filosofo, matematico e presbitero Pavel Aleksandrovič Florenskij e il regista Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d.
Con stupore degli stessi addetti ai lavori, negli archivi furono ritrovati pure dei manoscritti di Lev Tolstoj, che morì prima ancora della nascita dell’URSS, nel 1910, e un carteggio tra lo scrittore e un insegnante. Nel caos che infuriava a seguito della rivoluzione del 1905, quest’ultimo gli chiedeva: “Как жить дальше?” (Come andare avanti a vivere?). Tolstoj rispondeva: “Чтобы делать лучшей жизнь не переделайте других, а себя” (Per migliorare la sua vita non cerchi di cambiare gli altri, ma se stesso). Alla rivoluzione propugnata da Lenin l’autore di Guerra e pace contrapponeva l’evoluzione, ma il giovane insegnante non gli diede ascolto: si unì ai rivoluzionari, fu arrestato e giustiziato.
Riemerse anche la poesia Non ci sentiamo il Paese sotto i piedi di Osip Mandel’štam, scritta di suo pugno in sede di interrogatorio. Un attacco a Stalin così forte da costargli l’arresto. Una volta alla Lubjanka, un ufficiale iniziò a recitarglieli, chiedendogli se fossero effettivamente suoi. Per tutta risposta, Mandel’štam lo corresse, poiché era stato impreciso nella citazione, scrisse la poesia di suo pugno e si firmò. Sul foglio ritrovato da Vitalij non c’è traccia di cancellature o esitazioni: Mandel’štam aveva firmato la sua condanna senza timore, convinto com’era che l’identità del poeta stesse nella sua fedeltà alla verità: “Поэт-это сознание своей праваты”. Quella volta se la cavò con un confino, ma qualche anno dopo, durante il Grande Terrore del 1937, fu di nuovo arrestato, condannato ai lavori forzati e morì in un lager di transito.

Diverso fu il destino di Michail Bulgakov, altro grande protagonista delle ricerche di Vitalij. L’autore de Il Maestro e Margherita fu per tutta la vita vittima della censura del regime stalinista. L’apice delle persecuzioni nei suoi confronti fu la confisca del manoscritto di Cuore di cane e del suo diario personale. Bulgakov lottò per tre anni per riaverli e, quando finalmente gli furono restituiti, decise di bruciare il diario, che sentiva come qualcosa di estremamente intimo che non sarebbe dovuto finire nelle mani di terzi. La perdita per i posteri sarebbe stata, però, immensa, trattandosi di un documento artistico, storico e sociale di grande valore. Fortuna che alla Lubjanka ne avevano fatto a sua insaputa una copia, che sarebbe poi stata ritrovata da Vitalij.
Ad aggiungere rilievo a questo episodio è la sua straordinaria coincidenza con uno dei passaggi più famosi de Il Maestro e Margherita. Qui, il Maestro, alter ego dell’autore, scrive un romanzo su Ponzio Pilato e, dinanzi all’impossibilità di pubblicarlo, decide di bruciarne il manoscritto. Quello stesso manoscritto gli verrà, però, riconsegnato alla fine da Voland, il Diavolo, che lo apostroferà così: “Чепуха, рукаписи не горят” (Sciocchezze, i manoscritti non bruciano).
“Questa, ovviamente, è una cosa che accade solo ai grandi”, osserva Vitalij ridendo.
Ma qual era la ragione dell’insofferenza del regime nei confronti di Bulgakov? Tanto si potrebbe dire, ma forse basta citare il dramma Batumi. In molti avevano sollecitato lo scrittore a comporre una pièce su Stalin, per mettere così fine alle persecuzioni nei suoi confronti. Ed egli lo fece, ma, lungi dallo scrivere una pièce comunista, diede vita a Batumi, un’opera teatrale in cui il giovane Stalin viene rappresentato nell’atto di ricevere un pugno da una guardia bianca. Non stupisce che lo stesso Stalin ne abbia vietato la rappresentazione con un sonoro: “Не надо” (Meglio di no).

Nel suo lavoro Vitalij è sempre stato sostenuto dalla moglie Tatjana, studiosa di popoli artici, autrice di libri e articoli sul sincretismo culturale venutosi a creare in Siberia fra i russi e le popolazioni aborigene. Se Vitalij è riuscito a portare a termine la sua impresa è anche merito suo, che per aiutarlo è arrivata a lasciare il lavoro. E lui, con sguardo di chi con la propria compagna di vita ha avuto la fortuna di condividere tanto, non manca di ringraziarla, raccontando di come una volta fosse stato sul punto di mollare e lei lo avesse spronato a continuare, dicendogli che se non avesse scritto lui lo avrebbe fatto lei: “Io mi sono vergognato e sono andato avanti”.


Scopri di più da Articoli Liberi

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commenta