L’ora del geco


di Rosita Ferrato


È sempre l’ora del geco. È incredibile come le giornate d’estate passino in un soffio, dopo pochi minuti è di nuovo l’ora del geco.
A Cartagine c’è il mare. Mi sveglio presto, a volte faccio il bagno all’alba, quando sono praticamente sola nel golfo di Tunisi e passano soltanto barche di pescatori, che fanno sfilare le loro reti sempre troppo vicino alla riva. Il mattino ha l’oro in bocca, diceva qualcuno, il mattino vola via.
Un battaglione di gatti mi aspetta in cucina per il primo pasto della giornata, poi prendo il caffè, ascolto il notiziario di Radio 3, un rito irrinunciabile che mi fa arrabbiare e mi tiene vicino il mio paese d’origine. Scrivo, rifaccio un bagno, e le prime ore, iniziate alle prime luci, letteralmente volano via. Qualche chiacchiera con i vicini, qualche complimento, qualche sorriso malizioso, un gioco.
Poi c’è la qayla, le ore più calde, il pisolino che è d’obbligo dopo un lauto pasto; soprattutto nelle giornate estive dove le temperature salgono e l’umidità ti atterra. Dormo. A volte sogno. Me la godo. L’ora dopo i pasti, dicevo un giorno a un amante, è l’ora dell’amore. “Bisognerebbe istituzionalizzarla”, mi rispondeva lui con un sorriso complice; lui, un politico, vedeva il lato pratico anche nella dolcezza dell’eros. Nqayel, ho un leggero sonno, e quella voglia di avere un amante, solo per qualche ora, per qualche momento, verso le tre.
Il pomeriggio, leggere sdraiati è d’obbligo; in una casa dove la televisione è stata abolita, il gusto di una buona lettura è impagabile. Le ore volano via, in una giornata tipo di un’italiana nella terra dei fenici e dei berberi e ora degli arabi e dei barbari.
Preparo per i gatti, se sono in vena cucino loro qualcosa: sono i miei fratelli, la mia vita, puro amore. Dopodiché mi fermo, fumo una sigaretta, mi siedo sui gradini che dal primo piano portano al giardino e guardo in alto, verso la veranda. Eccoli, sono arrivati, è l’ora. Ogni sera li conto, spero sempre che siano numerosi; a volte ne ho tolto qualcuno letteralmente dalle fauci dei miei felini. I gechi escono, si arrampicano sui muri, iniziano la loro attività e io rimpiango la mia, la valuto, la conto.
È l’ora del geco, l’ora della malinconia, l’ora in cui penso che forse non ho fatto abbastanza della mia giornata, l’ora in cui il sole inizia ad affievolirsi, è ancora estate ma la luce diminuisce ogni giorno di un minuto. È il preludio alla notte, all’autunno, alla malinconia.
Cosa mi manca? nulla. Cosa vorrei? vorrei altre mattine, tante altre mattine, vorrei che l’ora del tramonto non arrivasse mai. È così rapido il giorno, così rapida la vita, così bella e così piena d’amore, anche nelle cose e nei giorni più semplici.
L’ora del geco è l’ora dello spleen di Baudelaire, quella sottile irrequietezza dell’imbrunire. L’ora più bella, mi dice mia madre, io la trovo straziante, perché è l’ora delle domande, delle risposte che non si vogliono dare o ascoltare, delle occasioni perdute, della quiete in cui non si sa cosa fare di se stessi. Della promessa di fare diverso l’indomani, pur sapendo che il giorno seguente sarà lo stesso, perché è bello così, è dolce così, perché è la mia quotidianità, perché è perfetta così com’è.


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