Quando Clara arrivò nella sua nuova casa sul lago, pensò di essere finalmente giunta nel posto dei suoi sogni. Lei, una pittrice sulla trentina, come tanti artisti sosteneva che non sarebbe mai riuscita a ritrovare in città l’ispirazione che aveva perduto. Così, in una notte insonne, aveva pensato di trasferirsi in un luogo più adatto a risolvere il suo blocco artistico. E la nuova villetta che aveva scelto sembrava perfetta: tre piani, un giardino e una finestra sul lago, con uno sfondo di canali e viuzze.
Il treno era in orario e i raggi del sole luccicavano sugli specchi d’acqua dolce che adornavano il borgo. La città era un misto di marroni, grigi e neri, con alcune eccezioni colorate di cui la sua nuova casetta in affitto sembrava fare parte. Le foto dell’annuncio mostravano una costruzione spigolosa dai muri gialli, verdi, rossi e blu.
Quando arrivò a destinazione, Clara strizzò gli occhi e arricciò il naso al sole, rimirando con gioia il suo nuovo nido colorato. Girò la chiave nella serratura e intraprese un saltellante tour della casa, prendendo le misure del parquet con le sue ballerine rosse. Le stanze erano larghe e i mobili lucidi, sulle tonalità del marrone caldo. La casa sembrava avere due anime: colori accesi fuori, colori tenui dentro. Al momento di sistemare la tavolozza con i colori, il cavalletto e le tele per dipingere, una lacrima di commozione attraversò il volto della giovane donna.
Il giorno dopo, all’alba, l’aria era frizzantina e profumata di fiori e di pane. Clara si piazzò di fronte alla finestra sul lago e iniziò a dipingere. Erano trascorse due ore quando un tonfo proveniente dall’esterno la svegliò dal suo stato di trance artistica.
Toc!
“Cos’è stato?”
Toc! Un altro colpo.
Clara si affacciò alla finestra e si guardò intorno: qualche passante e gli uccellini che cinguettavano, svolazzando in chiazze nere sulle chiome degli alberi. Il raccoglimento artistico proseguì e per qualche ora nulla accadde. Poi, all’improvviso, un colpo forte e più vicino. Clara si alzò. Le sue mani, prima ferme sul pennello, iniziarono a tremare. Dalla fronte, una gocciolina di sudore le attraversò il viso fino alla punta del naso. Con un gesto della mano per scacciare i pensieri, si appoggiò al cavalletto e si alzò. Scese le scale in fretta, attraversò la casa e indossò le scarpette rosse con cui era arrivata la sera prima. Uscì di casa e vide, accucciato dietro a un cespuglio, un bambino biondo che scappò subito via, ridendo.
La giovane artista si avvicinò a un’anziana donna a pochi metri e si presentò balbettando. La vecchia, dall’aria innocua, la scrutò con un cipiglio e non rispose al saluto. Si fermò invece a osservare da cima a fondo la villetta alle loro spalle: prima in su, poi in giù, a destra e a sinistra. Girava la testa con movimenti circolari e i suoi occhi brillavano dalla meraviglia.
“Per quanto tempo resterai qui?” le chiese.
“Un mese, pensavo. Ma mi piace molto, perciò…”
“Ti piace giocare?”
Clara non rispose, e l’altra scoppiò a ridere. Quella risata che si era allargata all’improvviso sul volto rugoso spaventò la giovane, tanto da spingerla ad allontanarsi a passi lunghi, con il cuore che batteva forte. Si chiuse in casa e dipinse ancora.
Nei giorni seguenti i colpi sui muri ripresero. Prima più radi, poi più frequenti. Non sempre uguali: alcuni erano cupi, altri parevano strisciate, altri ancora erano sordi e sembravano conficcarsi nei muri. Più passava il tempo e più, per Clara, la curiosità aveva preso il posto della paura. Era decisa a individuare l’origine di quei fattori di disturbo nella sua ritrovata quiete, ma non abbastanza da voler interrompere l’estro artistico. Così optò per una sorda prosecuzione del suo lavoro. Riuscì a ignorare tutto finché un pomeriggio, quando il sole era alto nel cielo, una lunga freccia azzurra entrò nel salone della casa attraverso la finestra spalancata.
Quello fu uno spavento! Clara, dopo qualche secondo di fredda immobilità, si alzò e corse ad afferrare l’oggetto. Sì, era una freccia: tutta blu, stretta e appuntita. Si affacciò alla finestra e avvertì un movimento nell’aria sottostante, come se qualcuno fosse appena corso a nascondersi. Cosa diavolo stava succedendo?
La sera stessa ordinò delle telecamere su Amazon. Sarebbero arrivate alla sua porta l’indomani e le avrebbe piazzate tutte intorno alla casa. Dopo due giorni, a cose fatte, venne il momento di guardare le riprese. Clara si sedette sul divano e con una birra in mano avviò la riproduzione. C’erano altre frecce, di diversi colori. E gli abitanti del paese le stavano lanciando sulla sua casa! Clara non poteva crederci. Finalmente riusciva a dare una spiegazione a quei suoni strani. Quando la freccia si conficcava nel muro, il rumore era forte. Quando il lanciatore falliva, la freccia strisciava sul muro con un suono attutito. Vide nella ripresa una donna dai capelli ricci e biondi correre sotto la sua porta a raccogliere il dardo da terra, ridacchiando. La giovane pittrice ripensò alle foto dell’annuncio e ai colori dell’abitazione. Alla loro disposizione. Aveva capito: quella casa era un enorme tiro a segno. E i suoi nuovi concittadini ci stavano giocando. In un momento di folle rabbia, di rancore per gli sconosciuti che avevano osato interrompere il suo momento di pace, Clara meditò vendetta. Che diritto avevano quelle persone di violare la sua proprietà con tanta cattiveria? Andò a ripescare il contratto d’affitto alla ricerca di una menzione speciale per quelle attività. Non c’era nulla. Fatta la scoperta, dapprima Clara si barricò in casa con le tapparelle abbassate. Tuttavia, i giochi fuori continuarono.
Una mattina, quando la prima freccia fu scoccata mentre faceva colazione, Clara scoppiò in un pianto disperato. Era sola. I suoi occhi si gonfiarono a causa dei singhiozzi inarrestabili e nella sua mente si concretizzò l’idea della vendetta. Aveva elaborato un piano che era decisa a mettere in atto. Riaprì tutte le finestre e attese. Ormai aveva imparato a distinguere i suoni delle frecce e conosceva i momenti della giornata in cui gli abitanti di Edam erano soliti giocare. Ecco la prima andata a segno. Dopo quel colpo udì addirittura un urletto gioioso: doveva essere stato un buon punto. Corse in direzione del dardo appena conficcato nel muro rosso, si sporse dalla finestra e lo raccolse in fretta. Così fece anche per i successivi tiri, recuperando frecce sul tetto, sui cornicioni e in giardino. Quando ne ebbe raggruppato un numero sostanzioso, le legò insieme con una corda trovata in soffitta. Si avvicinò alla cucina, accese i fornelli e le incendiò. La punta del fascio di frecce colorate prese fuoco. La fiamma brillava illuminando il viso madido di sudore. Clara corse alla finestra della stanza della pittura e la spalancò con un gesto rapido delle mani, che stavano iniziando a scottarsi. Scorse la vecchia signora, incontrata qualche giorno prima, nel suo giardino e decise che sarebbe stata lei la vittima sacrificale. Prese la rincorsa per lanciarle addosso la sua nuova arma, ma mentre lo faceva, cieca dalla rabbia, inciampò su un pezzo di corda abbandonato a terra. In una frazione di secondo, nel tentativo disperato di mantenere l’equilibrio, Clara si sorresse alla tela del suo quadro. Tutto si rovesciò rovinosamente a terra in una grande caduta. I colori e i pennelli rotolarono in ogni direzione. La tela e il cavalletto presero fuoco. La stanza si incendiò, lasciando la giovane pittrice sul pavimento, priva di sensi, abbracciata alla tavolozza dei colori già sciolti in un’unica macchia nera.
Fuori dalla casa, la vecchia signora ridacchiò e andò via. Le fiamme alte illuminavano la sua bianca chioma.
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