Seduta a terra, poggiata alla parete della vasca, resto qui, nel mio posto per pensare, tra le mensole con gli asciugamani, il bidet, la tazza. I panni sporchi da raccogliere, il cumulo di conti da far tornare. Il fresco sotto i piedi nudi, le fughe. Quelle delle mattonelle che osservo sempre con un misto di attenzione e vergogna per il tempo che non trovo mai per restare lì a strofinare e farle luccicare come nelle pubblicità. Quelle che i pensieri cercano per liberare la testa: fughe.
Ho sentito tutta la stanchezza scivolare dalle spalle ai piedi. Succede così, all’improvviso, deve essere così che succedono le cose. Così si nasce, da un attimo che pare eterno, così si muore in un’eternità che dura un attimo. Ho sentito che le ginocchia si bagnavano di qualche lacrima che riusciva a scivolare sul viso senza restare impigliata nel tragitto. E lentamene ho pensato che il motivo per cui piangevo era quella pubblicità che m’era comparsa nella testa, così, all’improvviso.
Quella del profumo da uomo che andava negli anni ‘80, quella in cui una donna scrive a mano una lettera al suo uomo, quella in cui sorride pensando a lui e poi insieme camminano su una spiaggia grigia mentre le onde si infrangono sugli scogli: “un uomo che sa capire il momento…” diceva una cosa così. E così all’improvviso ho sentito il peso delle cose, dei ricordi, delle aspettative, della solitudine, anche quella di essere in due. Il peso della forza, dei “Lo faccio da sola” dei “Ce la posso fare”, quella sensazione, quel bisogno di poter posare la testa su una spalla e cedere per una volta senza dovere per forza restare in piedi in mezzo a ogni tempesta. Come loro due, quell’uomo che solleva la donna sulle spalle e avanza e ha sempre avuto l’aria di uno che ti proteggerà per sempre. Dovevo avere cinque anni. Ecco deve essere stato lì, all’improvviso, che qualcosa s’è stampato nella testa e ha costruito un immaginario che non sarebbe mai esistito nella vita reale. E se esiste, non è un fotogramma destinato a rimanere lì per sempre, eppure a quei per sempre un po’ ci credi, come quando attivi l’abbonamento a quel gestore telefonico e la tariffa che ti dicono dura il tempo di memorizzarla. Per sempre. Per niente.
Pubblicità ingannevole, ecco cos’era. Ecco cosa doveva essere. Ecco cos’è la vita forse. Un insieme di fotogrammi che scorrono uno dietro l’altro incollati dalle aspettative, spezzettati dalle delusioni. Vetri appannati gridano un panno che li riporti in una condizione umana. Specchio me stessa nel tempo che sono oggi. Nella malinconia dei fallimenti, nella conta dei conti che non tornano. Nella fiducia che poi, chi di noi sarebbe pronto ad affidare all’altro, per sempre? E se un attimo dopo, lui, quell’uomo dai capelli brizzolati e i piedi sicuri che avanzano sulla riva, l’avesse lasciata scivolare dalle spalle e salutando con la mano le avesse detto “E adesso cavatela da sola, ti ho fatto fare un tratto di battigia sulle spalle, è ora che pedali” sarebbe stato più reale?
Passo la mano sullo specchio e un arco lucido mi riflette mentre mi viene da ridere. Succede così, all’improvviso. Senti che stai cedendo, e ti raccogli, poi passa mentre aspetti, e tutto torna. Come prima.
E rido.
Pubblicità ingannevole. Come la vita. Ma è questo il bello. Dietro la porta, voci di cristallo, affamate di cena reclamano. “Eccomi” torno fuori. È finito il mio momento tra i pensieri, i panni sporchi da infilare in lavatrice, i conti che non tornano. Torno io, le lacrime non hanno tempo adesso, ne riparliamo un’altra volta. Pubblicità ingannevole. Come la vita.
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